domenica 12 novembre 2017

Presentazione romanzo di Mario Strati Impallidisco le stelle e faccio giorno, Milano Bompiani 2017.

3 Agosto 2017
Sala consiliare di S.Agata del Bianco, ore 18,30
                                         di Vincenzo Stranieri

Una buona serata a tutti voi, grazie di avere  deciso di partecipare così numerosi  a questo nostro evento culturale che ha come tema la presentazione del romanzo “Impallidisco le stelle e faccio giorno” dello scrittore Mario Strati, edito quest’anno a Milano dalla casa editrice Bompiani.
Cercherò di essere breve - ma devo ammettere per onestà intellettuale- che  il romanzo di Mario Strati - stante la sua particolare tematica (malavita organizzata nella Locride (ndrina/ndrangheta), società civile (particolarmente annichilita), forze dell’ordine e magistratura in rappresentanza dello Stato, non sempre in grado di prevenire e quindi affrontare il mondo criminale, soprattutto per quanto attiene i mezzi e le strategie utilizzate, non può e non deve trasformarsi in una sorta di resoconto insufficiente quanto sbrigativo.
E’ mia scelta non riassumere in modo pedissequo  i testi letterari proposti all’interesse del pubblico, bastano – a mio parere- accenni essenziali, e questo- soprattutto- per  non togliere al lettore il gusto della scoperta individuale.
Già negli anni ’80 il romanzo è pronto per la pubblicazione, l’autore, pertanto, comincia a bussare- come si suole dire- alle porte di diverse case editrici, alcune di livello nazionale.
 Ma le risposte insistono nel ribadire che le collane  sono ormai debordanti di testi,  oppure che l’argomento  del romanzo non è  consono alla realtà culturale del momento, etc. 
Questo, però, non significa una sconfitta legata al valore dell’opera.
Vi sono infatti  intellettuali e  scrittori di rilievo che scrivono (in privato, naturalmente)  all’autore di “Impallidisco le stelle faccio giorno”.
Ne leggiamo assieme alcuni  brevi stralci.
 “Lo stile ha una notevole fermezza  intellettuale che si accompagna all’intensità emotiva dell’autore”.   Mario La Cava, Bovalino 19 maggio 1978.
Si rileva il polso di un autentico scrittore”  . Antonio Porta, Milano, 9 agosto 1987.
Che peccato se il romanzo non dovesse trovare subito un editore. Si tratta , nel complesso, di un buon libro e di un libro utile”.  Walter Pedullà, Roma, 27 Ottobre 1989.
…” Al di là di questi problemi  editoriali, la prego di credere al mio vivo apprezzamento per il suo lavoro. Nanni Balestrini, Milano 2 aprile 1990.
 “Personaggi e storie della Calabria (tesa tra tradizione ndranghetista e rinnovamento) si intersecano e si accavallano, ma senza imbrogliarsi.  Luca Desiato, Roma. 25 settembre 1994.
E’ forse uno dei pochi romanzi pubblicato da tre diversi editori.
Mancoso 1991,  col titolo voluto dall’editore, Scilla e Cariddi,  e poi Rubbettino 2006, Bompiani 2017, entrambi col titolo originario Impallidisco le stelle faccio giorno,  appunto.
Le nuove edizioni hanno avuto i loro ritocchi, in particolare quest’ultima di Bompiani,  che  è corredata da un glossario e da una tabella relativa all’Organizzazione della ndrangheta.
Un fenomeno sociale forse unico al mondo, e per questo più difficile da combattere.
Troppe le radici e le ramificazioni economiche e sociali  tessute soprattutto negli ultimi decenni.
Confesso che la lettura di questo romanzo - ieri come oggi-  ha suscitato nel mio animo sentimenti contrastanti.
 Da una parte la novità tematica, sorretta da un linguaggio nuovo ed essenziale, teso a far parlare i protagonisti, dando loro piena libertà d’azione, proiettandoli come su di uno schermo cinematografico, dove li ho visti agire, muoversi, materializzarsi nelle loro forme  funeste, dall’altra una società civile annichilita, incapace di opporsi alla violenza dei promotori di tanta   cultura criminale  che  ha disegnato un quadro di  infinito dolore.
Dall’altra parte le forze dell’ordine, l’esercito in particolare, incapaci di districarsi sui contrafforti di un Aspromonte capace di inghiottire nel suo vasto ventre  tutto e tutti
In qualche occasione ho provato anche paura e questo perché per  dirla col Aldo
Maria Morace  - Presidente della fondazione Corrado Alvaro e docente universitario  presso l’Università Statale di  Sassari..
“E’ nato un monstrum, nel senso etimologica del termine: come tutti i libri  forti, il romanzo di Mario Strati suscita reazioni violente, di ripulsa o di  entusiastica adesione; ma di  fronte al quale non si può rimanere in una posizione di stallo o, peggio, d’indifferenza”.
A metà lettura, mi è sovvenuto alla mente quanto detto da Corrado Alvaro a Mario La Cava a proposito della prima stesura del racconto lungo intitolato “Il matrimonio di Caterina” (siamo negli anni ’30), tradotto in film RAI nel  1983  dal grande regista Luigi Comencini.
Cito a memoria.
“ Io- cioè Corrado Alvaro- i personaggi del Vs racconto (Il matrimonio di Caterina di Mario La Cava) li vedo, e non se per bravura sua o perché li conosco”.
L’osservazione di Alvaro, competente quanto obiettiva, stigmatizza la capacità di La Cava di rendere personaggi ed azioni in movimento, ovvero in una posizione non statica, ma in grado di  rappresentare vicende pregne di dinamicità e concretezza narrativa.
Anche Mario Strati è bravo a rendere visibili, e quindi veri, i personaggi del suo romanzo, e sono molti i lettori- specie quelli che vivono nella Locride-  in grado più di altri di dare un nome alle sagome che si muovono sul  palcoscenico narrativo dell’autore.
Difatti, il male ha colpito più volte, è rintracciabile per strada, si muove con padronanza, con estrema baldanza, anzi
Detto ciò, eccovi- molto brevemente- il corpus  principale del romanzo di Mario Strati.
Al vertice della ndrangheta- riconosciuto nella Locride  come il capo indiscusso dell’ organizzazione malavitosa operante negli anni ’70-  vi è don Nino Radicato.
Egli incarna ancora i valori cui tradizionalmente è ancorata la vecchia ndrina, tuttavia, siccome non tutto dura- egli deve accettare.  al fine di non rafforzare comando e carisma, i pesanti colpi di coda del “nuovo” che avanza,  come diremmo oggi.
Cosicchè ha ragione il compianto Prof. Giuseppe Falcone quando, recensendo la prima edizione del romanzo  intitolato Scilla e Cariddi,  scrive: “Il veccho” ancora ben saldo non sopravvive al “nuovo” ma col “nuovo” convive…”.
Da qui l’errore storico- se così possiamo dire- di Don Nino Rodicato,  che accetta la proposta di Don Rosario ScordamaglIa - pezzo da ‘90  - ben piazzato  a Roma- di prendere in carico alla ndrangheta  un noto imprenditore della capitale da poco sequestrato e che avrebbe potuto – trasferito/custodito  in Apromonte, rappresentare un notevole fonte di guadagno (cifre a nove zeri).
Don Nino è costretto - per sopravvivere alla crescita esponenziale del “nuovo”- ad accettare un’operazione desueta, ben lontana dalle antiche regole dell’organizzazione.
 Ma il “vecchio”- come già detto”- convive con il “nuovo”, ne accetta supinamente le scelte, rimane inerte di fronte all’insuccesso dell’operazione criminale, che fallisce per l’intervento delle forze dell’ordine.
 In carcere finiscono Gianni e Rocco, i due giovani sorveglianti del sequestrato che -  questo va condannato con forza- vengono torturati dai carabinieri senza alcun umano riguardo.
 Ci si indigna per il delitto perpetrato ai danni del sequestrato, ma ci deve indignare anche di fronte alle torture perpetrate con calma scientifica nei riguardi dei due giovani ndranghetisti, che, però, reggono alle torture loro inflitte  non rivelando i nomi dei loro complici.
Rocco e Gianni –ad esempio-sono rapiti dalle mod, accerchiati da funesti miraggi.
E per questo uccidono un innocente barista.
Ecco come avanza il  “nuovo” \ (sic!).
Il futuro ndranghetista  impara da sin piccolo il linguaggio d’appartenenza.
Sono lezioni  giornaliere  impartite con meticolosità sia dalla famiglia d’appartenenza sia dall’ambiente vicino  ad essa.
E non gli vengono risparmiati fatti e misfatti,  ingiurie ai fetenti che tradiscono la famiglia. Tutto in un recinto educativo che ha lo scopo di forgiare la mente ed il corpo del  fuori norma di turno.
Tale lessico, fatto di metafore ben tornite vedono protagonista la ndrangheta, custodisce e trasmette un vocabolario semplice ma  efficace, dove i gesti, la mimica si accompagnano al parlato, indicandone soluzioni non sempre decodificabili  da chi non ne conosce l’interna natura.
Oltretutto il lettore di certo si domanderà come ha fatto l’autore a conoscere questi reconditi aspetti della ndrangheta, perché mai riesce parlarne così compiutamente.
 Difatti- tranne alcune necessarie ricostruzioni verosimili- tutto appare profondamente reale.
Il mondo narrato esiste davvero, i protagonisti agiscono secondo schemi non inventati dall’autore ma profondamente insiti nell’ambiente ove hanno luogo le tristi vicende.
Lo scrittore ha avuto le sue fonti,  ha bene appurato l’antropologia del mondo criminale in questione.
Forse è stato quest’ultimo a volere rivelarsi allo scrittore, quasi ad invitarlo a trasformare la semplice cronaca nera in una vicenda meno oscura, rivelatrice dei motivi che stanno alla base di tante tragiche scelte.
Mario Strati, pertanto, è divenuto una  sorta  di inviato di guerra  –perché di guerra si tratta-  ha visitato le trincee,  i soldati,  ha conosciuto i veri protagonisti di uno scontro senza né vinti né vincitor, però.
A vincere - ghignante e pregna di goduria- è solo la falce ghignante, che miete uomini e cose, spegnendo  per  sempre  sogni e progetti di vita.


venerdì 3 novembre 2017

Face Book non puo' ( non deve) sostituirsi alla vita vera)




Si rende necessario rientrare nei ranghi. Ha ragione Giulia Galletta, FB non può sostituirsi alla vita reale, fatte di regole alquanto diverse da quelle del web, dove le emozioni possono trovare maggiore spazio e consenso. I profanatori del tempio (i ladri che hanno  derubato la Santa Patrona della nostra piccola comunità) oltre ad avere compiuto un gesto sacrilego stanno creando malumori e malintesi all’interno del Gruppo. Ciò può solo produrre fratture e sterili mugugni. Di certo, chi di dovere sta lavorando al caso, e sarebbe  utile stare in attesa degli esiti conseguenti. Finora il Gruppo ha lavorato bene, ognuno ha dato quello che ha potuto, e senza alcuna voglia di protagonismo. Lo ha fatto per amore del proprio paese, della sua storia, del mondo contadino che ha consentito a tutti noi di andare a scuola, di professare un mestiere decoroso. Il solo “mi piace” non equivale ad essere omertosi, semmai il contrario. Quando qualcuno del Gruppo sintetizza bene le vicende, le argomenta in modo  esauriente, allora risulta inutile  quanto retorico ripetere  concetti conchiusi. In certi momenti della vita, bisogna frenare gli impeti, comprendere che si è scelto di far parte di una grande comunità (FB) e che ognuno può equivocare  anche una semplice parola, e con ciò accrescere la suscettibilità di quanti si sentono tirati in ballo. Facciamo tutti un bagno di umiltà e continuiamo a dare voce e sostanza al nostro Gruppo in modo unitario.  Non ci sono colti e meno colti, ognuno è importante.
Forse ha ragione Umberto Eco quando scrive:

                      Chiesta Matrice "S.Maria degli Angeli " di Caraffa del Bianco (RC)

 Ciascuno di noi ogni tanto è cretino,
imbecille, stupido o matto.
Diciamo che la persona normale
è quella che mescola in misura ragionevole
tutte queste componenti, questi tipi ideali.
Umberto Eco, Il pendolo di Foucault, 1988


sabato 10 settembre 2016


PROLOGO


I poeti non hanno bisogno di viaggiare, conoscono spazi infiniti, volgono il loro sguardo su distese dove non giunge nemmeno l’occhio insolente dei nuovi sistemi satellitari, perché la visione d’insieme  di  un poeta, il suo radar intellettuale è in grado di opporsi  a chi crede - e sono in molti, purtroppo - di  poter trasformare l’esistenza vera in realtà virtuale, costruita sulla totale finzione. 
Certo - per dirla con Pessoa-  anche i poeti sono dei fingitori, non perché falsi o ipocriti, ma perché necessariamente avversi alla cosiddetta realtà. Un poeta vero, infatti,  non può che opporsi allo status quo. 
La Poesia dà valore alla vita, la scandaglia a suo modo, rappresentando una delle cime più alte del pensiero umano. Un poeta non vive in un preciso luogo spirituale: scruta, s’immerge negli abissi marini alla ricerca di luce, riemerge per dare conto delle sue visioni, del suo sguardo sul mondo. 
E tuttavia - ciò non è una contraddizione - ha bisogno di ancorarsi fisicamente a un luogo fisico, trasformarlo in finestra sul mondo. Il luogo può essere quello natio dove egli sarà testimone di mutamenti radicali e dal quale - a un prezzo altissimo -, potrà intraprendere la sua azione intellettuale, oppure porsi su altri lidi alla ricerca di un’altra dimensione, considerata-  a torto o a ragione, cosmopolita. 



VINCENZO   STRANIERI








PENSAVAMO
FOSSE ARRIVATO
IL NOSTRO TEMPO




(Pensavamo fosse arrivato il nostro tempo,
la nostra fetta di vita.

Ma siamo ritornati nei nostri buchi,
profondi, neri come la morte).



                                                ( testo poetico)





                                        


                                              L’AVAMPOSTO   (1986)






Mi accade di entrare in una stanza dove c’è
gente che scherza, ride e d’istinto assumo il
ruolo dell’istrione.
Finita la festa, me ne vado pensando che
dietro il pagliaccio  davvero s’annida
l’ombra del dramma.
                            (Vincenzo Stranieri)



Ai miei genitori

1
Per viver abbiamo rubato il nettare
alle api, cospargendo di acre dolcezza
le nostre menti stanche.

Pensavamo fosse arrivato il nostro tempo,
la nostra fetta di vita.

Ma siamo ritornati nei nostri buchi,
profondi, neri come la morte.

Per scaldare i nostri cuori traditi
abbiamo rubato il magma ai vulcani.

Ma il freddo ha macchiato di sangue
le nostre dita indurite.

2
Se uscito dal tuo guscio senza lo scudo
e le frecce avvelenate.

Il sole brucia la tua pelle di latte.

Non mentire: sei nato per parlare a gran voce,
lontano da ipocrisie malcelate.

I granelli di sabbia lacerano il tuo corpo indifeso,
come schegge di mortaio.

Torna nel tuo labirinto, non sei nato
per creare complotti, commedie con attori
scaduti.

         ( è guerra, ormai).


3

Tra le mura del villaggio,
gli occhi cercano una scena inventata,
una mano da stringere forte

       ( i brividi i una carezza)

Non sei solo.

Ma sembra di vivere l tempo
delle streghe maligne
con gli uomini divenuti ranocchi

    (padroni di un misero stagno).


4

Non aspetto più il giorno,
forse neanche il sole
sorgerà tra le colline.

Quando avete squarciato i ventri
delle vostre madri, non pensavo
a una fuga senza ritorno.

Dieci, centro, mille ventri squarciati.

Sono rimasto solo, con in mano
un coltello luccicante.


5

Ti pensavo incline alla beffa,
con in mano un pugnale di carta.

Sospettavo semplici risate,
l’onesta burla di un clown.

Finito il tempo dei coriandoli
hai rimesso maschere e vestiti
tra i tuoi giochi di sempre.

E ti sei travestito da uomo.

6

Siamo cavalli dal galoppo sfrenato,
gli zoccoli spaccati dai sassi.

Il fiume rallenta la fuga, inumidisce
le piaghe.

Il galoppo diviene folle, il sudore
incrosta le groppe, e il pianto traccia
una strada in salita.

Ma resta solo il nitrito nell’aria,
i cappi attorno al collo, come al tempo
del Far West.



7

Ho lasciato che i tronchi scendessero
a valle.

Il mio cavallo alato è caduto nel fango.

Ma la zattera naviga sul fiume,
nel grido lacerante degli uccelli.



8

I pugni sono sul petto e le bestemmie
nel cuore, vecchio blasfemo tradito
dal fato.

Non urlare al vento i tuoi sogni trafitti,
la terra non ha bisogno del tuo pianto
di ghiaccio.

Sono terminati gli attimi della rivolta,
quando i visi illuminavano la notte.


9

I guerrieri hanno perso le lance.

L’albero è rimasto senza foglie
e solo il pianto dei tronchi denuda
le rocce.

Gli eroi hanno spesso di gridare,
il bosco è covo di fantasmi, ora.

All’alba, gli uomini si alzano eroi,
i petti sono gonfi, ma la sera in agguato
e solo allora compare l’amarezza.


10

Non sono venuto a trovarti
con le manette nascoste.

(Le prigioni non hanno senso per chi
ha avuto come casa stanze sbarrate,
portoni di ferro, mense maleodoranti).

E se ti puzzeranno i piedi non chiedermi
perché manca l’acqua.

E se avrai fame non chiedermi cibo.

Le crepe dei muri, feritoie profonde
che nascondono la verità
  
                 (terrificante).

E i lutti, i corpi senza nome, la terra arsa.

Non chiedermi nulla.


11

Tra misteri  scavati nella notte,
la polvere delle arene fugge lontano,
insegna da uomini in ginocchio.

                 (sconfitti).

Tra le pieghe di armonie cancellate
si nascondono sordide imprese

          (e la disperazione).

E’ salita sulle spalle del tempo,
la infedeltà alla vita.



12

Le barche navigano stanche,
i pesci si rifugiano negli anfratti
delle scogliere amiche.

Le reti trascinano solo se stesse,
come uomini soli, claun senza applausi,
disperati profughi.

A che serve cantare i silenzi della notte?

All’orizzonte si intravedono i bagliori
del giorno, della sua luce accecante

                     (senza vita).



13

Non puoi mentire a te stesso

                (e agli altri).

L’attesa degli eventi lascia tracce
nell’anima.

Ti ritrovi in delirio, con viso riflesso
in uno specchio di niente.




14

La dita sui tasti.

Cosa scriviamo in questo tempo di quiete?

Una storia nuova?

Una favola nuova?

La tentazione di battere con violenza,
coraggio.

La consapevolezza del vuoto.

Cosa scriviamo in questo tempo
di quiete?




15
Non pensarmi a capo in giù nel mezzo
di un campo di grano.

Non farlo.

Quel che mi resta non penzolerà per la gioia
di chi ci vuole a capo chino,
inginocchiati fino allo spasimo

                                    (derisi).

I miei piedi non guarderanno
il cielo stellato, batteranno forte,
con rabbia sulla terra indurita.

Avrò ancora la forza di stringere le tue mani
e cancellare dal viso le mie pene.  



SOLO IL VENTO
1

Hai voglia di correre, gridare,
amare qualcuno, qualcosa.

Hai voglia di creare un momento,
un attimo di vita migliore.

Anche i bimbi vorrebbero,
anche i vecchi vorrebbero,
tutti vorrebbero,

    ( ma nessuno si muove).

Solo il vento ha la forza
di muovere le cose
strapparle dal loro
eterno  torpore.

Tu non sei il vento, la pioggia
che dà vita alle cose, e nemmeno
Il fuoco che distrugge ciò che
la vita la costruito.

Tu sei.


2
E’ una posizione bassa, la mia
       (un’immensa pianura di sassi).

Mi guardano ansiosi gli occhi del paese
                                 (e le ingiurie).

Se venisse il sonno!

Lo abbraccerei come il corpo
della mia donna.

Io cercavo l’amore.

Ma solo acredine intravedo all’orizzonte.




3

Il respiro solleva nell’aria
la polvere di antiche nostalgie.

Scruti il tuo corpo alla ricerca
del sogno.

Sei stanco.

Questa notte non basterà
a mandare vie le lacrime.


4
Tra le colline le case sono forti e robuste.

Sulla terra solo il pianto dei vecchi
parla il linguaggio dei poveri.

Non lasciarmi nel bosco come rovo antico
che teme il freddo della notte

        (con dentro l’ansia dei giorni perduti).

5

Cerco di entrare nella tua carcassa,
vecchio.

E’ buio e stretto il labirinto
delle tue vie interne.

Non è distante la tua saggezza,
i colori delle albe incrociate di grano,
quando i visi cercavano lo sguardo
della terra.

Userò la forza.


6

Hai marciato su  la schiena dura
delle colline, scavano un buco di sangue
sul petto bruno.

Tra le rovine hai cercato un brandello
di vita
           
(l’intenso brivido del tuo corpo di carta).

E le tue trecce, offerte da un gitano
al prezzo di trenta denari.

7
La citta ti accoglie nel suo ventre
                    (sei tornato anzitempo).

Lontano dalle unghiate velenose dei
giorni intrisi di pianto

                      (e di bestemmie).

Il tuo occhio sul mondo, la sua carne.

Anche senza la luce del cielo saprai
scherzare con gli occhi della luna.



8

I capelli neri sfiorano i gins, con il vento
che si diverte a disperderli sui fianchi

Solo ora il burrone appare mostruoso
                             
                             ( al di là dei campi di grano).

E la corsa d’amore si spegne senza un grido,
con il vento che si diverte a stuzzicare i
capelli neri, a coprire gli occhi dilatati d’amore
                               
                             ( e di tristezza).      

9

Sono ritornati i fantasmi di un tempo

 ( e la loro perfida danza).

Non avverto più le carezze dei giorni
privi d’angoscia, quando camminavo
per i marciapiedi della città.

Non è tempo di magiche risurrezioni

          (le croci sono perite tra le fiamme).

Offro le spalle al vento.



10


Non è solitudine, questa.

E’ il silenzio dell’inesistente

                     (l’odore, anche).

Gli uccelli rimasti turbano la quiete

                   ( arida, eterna).

Un ritorno alle origini

       (un lampo abbagliante).

Non è solitudine, questa.




11

Su un cerchio di cemento lasciammo
svanire di nostri gesti d’amore.

La voce, l’urlo anzi, di un compagno maldestro
lacerò i nostri corpi accaldati

        ( una morsa di carne viva).

E la stretta d’amore svanì senza parole,
lasciandosi alle spalle un inquietante
mistero.

Con gli anni, la vita ha riproposto
i suoi veti e noi, impotenti, ci parliamo
con gli occhi.


PAESAGGIO LUNARE

1
Le impronte dei mie passi hanno
Costruito un paesaggio lunare.

Io non amo la luna, i cuoi crateri
di cenere, le sue forme cangianti.

(la tentazione di voltarmi indietro,
 la paura di andare avanti, cadere nel vuoto).

Non voglio pensare. Ho terrore.

        ( Non sarà come a Pompei).

2
Il tetto, i muri graffiati dal tempo,
il silenzio del paese.

Il tetto della fanciullezza cigola
sotto il peso del mio corpo adulto.

La ‘Comune’, il ‘Che’ mi guardano
incuriositi.

La mia barba non confonde
i loro occhi: sanno chi sono.


3

Io non ho attivato alcun congegno
esplosivo.

Non potevo.

La mia vita non ha conosciuto
l’orgasmo della follia.

Sulle strade del mondo i ‘Pilato’
offrono l’ecce homo alla folla.

Molti, troppi, soni corpi disfatti.

4

Un volo, dolce, solitario.

Poi l’atterraggio in un mondo deforme,
sconosciuto: la terra.

I covoni bruciano in fretta e le fiamme
lambiscono le notte come la scure
il legno del bosco.

I granelli di sabbia tremano, anche il mare
trema, ha paura degli uomini,

           (pirati dei fondali più bui).

Anche gli stormi hanno cessato di volare.

 5

Gli occhi stanchi, pietrificati,

Un sorriso folle, quasi.

Non era bello guardare il fiume
insanguinato.

I cani annusano l’acqua

                ( senza sazio).

Auschwtiz…Beirut.       


6

Corriamo assieme al tempo, ora

     (il ritmo, inquietante, dei suoi battiti).

I latrati sono dietro le nostre spalle.

Per questo cerchiamo uno spazio
dove lasciare i nostri sogni.


7

Danzano impazzite le parole,
fluendo per le vie come passi
di uomini in corsa.

Lasciano sui muri scie d’inchiostro
maledetto.

E una cinica carezza sulle mie
mani dipinte d’angoscia.





martedì 26 luglio 2016

Il "Saltozoppo" di Gioacchino Criaco, Feltrinelli 2015.

L’ultimo romanzo di Gioacchino Criaco, Il saltozoppo, Feltrinelli 2015, ha subito  riportato alla mia memoria  le forme  burlesche di un gioco tradizionale  praticato fino agli anni ’60 nei nostri piccoli paesi. Ciancapuglieglia, questo il suo nome dialettale, ovvero pollastra azzoppata  che camminava saltando su una zampa. Da bambino ne ho viste un bel po’ muoversi sbilenche per le vie polverose della mia ruga.  Spesso erano proprio i ragazzini ad azzopparle  con la scusa che tanto era un gioco privo di vera cattiveria. Già, privo di cattiveria, ma per il piccolo animale domestico significava la morte imminente perché in quello stato poco serviva al suo padrone.  Ne Il saltozoppo Criaco  utilizza l’antico gioco come metafora per sottolineare il destino dei tre principali protagonisti del romanzo (Julien Therime, Agnese  Dominici e suo fratello Alberto). Ma  protagonista  è  pure l’Aspromonte “che pasce la gente a odio e amore” dove ancora feroci insidie tribali si mescolano con una modernità male assorbita. Ma non starò qui a riassumere per intero i fatti, sarà il lettore a penetrarvi come meglio crede. Il saltozoppo differisce alquanto dalla struttura stilistica dei precedenti impegni letterari di Criaco, specialmente da  Anime nere (Rubbettino, 2008) che ha dato ampia  notorietà allo scrittore di Africo Nuovo. E questo, molto probabilmente, perché egli avverte da sempre  il bisogno vitale di non farsi intrappolare da un progetto creativo che  inevitabilmente peschi nello stagno antropologico della criminalità locridea. Un rischio che  Criaco, per fortuna, ha sempre tenuto  presente,  relegato ai margini. Ciò, appunto, per non essere additato come narratore  esclusivo delle “anime nere” che abbondano per le nostre contrade e non solo. La conseguenza - altrimenti- sarebbe funesta:  a furia di stigmatizzare le tristi vicende del mondo criminale,  prevarrebbe  il rischio di rendere circoscritto e  non di vasto respiro l’humus  della sua scrittura.  Provo ammirazione e rispetto per questo  nostro conterraneo  impegnato a  limare la sua tecnica narrativa nel tentativo, finora riuscito, di costruire un  suo specifico linguaggio non riconducibile all’abbondante e variegato mondo del sottobosco letterario che, specie in Calabria, cresce senza pudore alcuno. Mi preme, in questa sede,   sottolineare il modulo stilistico (a più voci, polifonico) adoperato dall’artista ne Il saltozoppo. L’io narrante delinea le fattezze, le gesta dei protagonisti lasciando da parte pretese conoscitive  troppo vincolanti. Voglio dire che l’autore, specie in questo romanzo, non intende più rimanere allo scoperto,  muta la sua azione stilistica in una sorta  di narrativa  a più voci  (Il geco, la ninfa, il cucciolo, il serpente, l’aquila, Silvestro)  che nel narrare  se stesse svelano, non senza dolore, le forme della loro immersione  nella fitta logica della faide  secolari e per questo ancora “anime nere” che  solo dopo varie perizie, prove fatte d’angoscia e qualche pentimento, riescono (Agnese e Jiulien, soprattutto) a comprendere, forse, che i rivoli di sangue sparso per l’Aspromonte  comportano solo morte e distruzione . (“E poi venne la peste. Il vento nero soffiò forte, oscurando gli usci e spezzando le favole…”).  Ma è una polifonia strategica, in realtà il burattinaio è sempre l’autore, che cerca spazi umano-culturali più vasti, anche se è ancora presto per lasciarsi alle spalle il mondo che lo ha partorito e dove, finalmente, oltre al sangue vi è la presenza di un amore profondo e pregno di promesse, quello tra Julien ed Agnese, che si manifesta in tutta la sua dirompenza solo nei luoghi di nascita: nelle calde acque del mare Ionio, che accarezza i loro corpi per poi ricoprirli di sabbia tiepida simile a carezze materne. Certo, è ancora amore giovanile, passionale e pregno di erotismo, tuttavia è amore eterno, mai scalfito dal dubbio e per questo in grado di scontrarsi con la realtà malavitosa del Nord che li obbligherà a scelte di vita drammatiche: morte, carcere, sequestri e conseguenti ricatti. Ma quando il lettore, scavando nelle intense pagine del romanzo, sembra rassegnato ad un epilogo funesto (“Ma il desiderio dei bambini non mutano il destino costruito dai grandi”), certo che i protagonisti  non  hanno saputo (o potuto) scrollarsi di dosso le malsane regole dei luoghi d’origine fatte di antiche faide (sviluppatesi dagli Aragonesi  in poi), traffici e altre trame illegali (droga in  primis), viene fuori un finale aperto che ben si collega ad un desiderio espresso a metà romanzo da uno dei protagonisti: “La rivoglio la mia favola. Per sempre”.