venerdì 20 gennaio 2012
giovedì 12 gennaio 2012
“Per coraggio e per paura”, romanzo d’esordio di Palma Comandé, narra di una storia vera ed amara: i morti di Cefalonia durante la seconda guerra mondiale
Vincenzo Comandé, padre della scrittrice e protagonista
del romanzo, è uno degli 11.700 combattenti della Divisione Acqui, sorpresa all’indomani dell’8 settembre 1943 sull’isola greca di Cefalonia e decimata dai tedeschi, mentre l’Italia di Badoglio stava a guardare
di Vincenzo Stranieri
La guerra ha tentacoli lunghi, avvinghia la preda senza alcun preavviso, distrugge i popoli, rigonfia di sangue i fiumi della storia umana, poi, sazia ma non doma, si nasconde nel sordido spazio di quanti coltivano il seme della non memoria.
del romanzo, è uno degli 11.700 combattenti della Divisione Acqui, sorpresa all’indomani dell’8 settembre 1943 sull’isola greca di Cefalonia e decimata dai tedeschi, mentre l’Italia di Badoglio stava a guardare
di Vincenzo Stranieri
La guerra ha tentacoli lunghi, avvinghia la preda senza alcun preavviso, distrugge i popoli, rigonfia di sangue i fiumi della storia umana, poi, sazia ma non doma, si nasconde nel sordido spazio di quanti coltivano il seme della non memoria.
domenica 25 dicembre 2011
mercoledì 21 dicembre 2011
A proposito accise e di lacrime e sangue. Lettera a un amico lontano
DI VINCENZO STRANIERI *
Caro amico, rispetto profondamente la tua rabbia, il tuo disappunto. Ma se dovessimo disquisire sull'argomento per mezzo della parola scritta, allora il discorso pretenderebbe una piega diversa, meno “semplicista” per come l'ho voluta intavolare.
venerdì 9 dicembre 2011
"LA PROVINCIA UMANA” NE I “RITRATTI” DI GIUSEPPE ITALIANO
RIVISITAZIONI di Vincenzo Stranieri
Nel suo primo lavoro diaristico-narrativo, Ritratti, (Editoriale Progetto Parallelo 2000, Cosenza, 1995), la cosiddetta realtà esterna risulta agli occhi di Giuseppe Italiano un patrimonio che, se non appuntato a mo' di ritratto, scompare per sempre, non appartiene al vissuto.
domenica 4 dicembre 2011
"Colloqui con il padre” di Fortunato Nocera narra di un mondo antropologico che, come insegna Corrado Alvaro, abbiamo il dovere di ricordare
di Vincenzo Stranieri
Fortunato Nocera è un amico caro che lavora in silenzio per il miglioramento della nostra amata terra. E’ stato tra i promotori della Fondazione Corrado Alvaro in S. Luca ed ha al suo attivo diversi scritti.
venerdì 7 ottobre 2011
venerdì 2 settembre 2011
Le donne di Roghudi
«Il macigno di cui sono costruiti molti Paesi dell’Italia meridionale è stato portato sulla testa delle donne. Ho visto uomini sotto gli stessi pesi come una dannazione, non ho mai veduto in una donna sotto l’inumano fardello un’espressione diversa dalla fedeltà alla fatica. L’impressione di queste donne di fatica è di un gruppo in cui tutto quanto è grazia, intimità, fragilità regna sovrano e vince la stessa pena». (Corrado Alvaro Le donne che portano pesi).
venerdì 26 agosto 2011
Caraffa del Bianco- Rione Torre- 23 Agosto 2011, ore 18,30- Inaugurazione Casa della Salute-
La macchina, pur malandata, percorre veloce la provinciale che mi porta in paese sobbalzando per via della strada sconnessa a dismisura. Sono in ritardo, mi ripeto contrariato. Accendo la radio per allontanare il nervosismo. Un giornalista della CCNN, in un inglese alterato e quasi stridulo, annuncia che il bunker di Gheddafi è stato distrutto dai ribelli e che il colonnello è stato messo in fuga. Morte, distruzione, tanto sangue è costata questa strana rivoluzione targata anche FB. Mi aspettano in paese per moderare il dibattito introduttivo dell’inaugurazione della Casa della Salute di Rione Torre.
sabato 6 agosto 2011
mercoledì 27 luglio 2011
L’ARTE DELLA “RESTANZA” DI DON MASSIMO ALVARO
DI VINCENZO STRANIERI*
Su FB (facebook) tanti sono stati i post attestanti la sincera vicinanza ai familiari di Don Massimo Alvaro. Persone ora residenti al Nord, suoi ex alunni intristiti per la morte del caro Maestro.
lunedì 28 febbraio 2011
LE VIE DEL CANTO Nel recentissimo saggio-racconto Pietre di pane (Un’ antropologia del restare), Quodlibet, Macerata 2011, Vito Teti, antropologo, narra l’avventura del restare- la fatica, l’asprezza, la bellezza, l’etica della “restanza”. Pubblicato su "il Quotidiano della Calabria", giovedi 24 febbraio 2011, pag.46
di Vincenzo Stranieri
I poeti non hanno bisogno di viaggiare, conoscono spazi infiniti, volgono il loro sguardo su distese dove non giunge nemmeno l’occhio insolente dei nuovi sistemi satellitari, perché la visione d’insieme di un poeta, il suo radar intellettuale è in grado di opporsi a chi crede- e sono in molti, purtroppo- di poter trasformare l’esistenza vera in realtà virtuale, costruita sulla totale finzione. martedì 8 febbraio 2011
IL POTERE NEL PENSIERO DI CORRADO ALVARO
di Vincenzo Stranieri
Intellettuale dalle letture insospettate (tutte sotto il segno della migliore tradizione della cultura occidentale), mai si è comportato come un Bertoldo alla corte del principe. L’uomo è forte” è un romanzo dove l’impegno civile dello scrittore nato a S.Luca si evidenzia in una luce particolare.
IL RUOLO DEL CORPO NELLA SOCIETÀ ANTICA E CONTEMPORANEA
di Vincenzo Stranieri
Non conosco l’intimo motivo che mi ha fatto collegare il saggio di Carmelo Carabetta Corpo forte e pensiero debole. Immagine, efficientismo, edonismo, sessualità e corpo umano nel postmodernismo, Franco Angeli Editore, 2007, ad “Immobilità”, poesia d’amore di E. Evatušenko.
Non conosco l’intimo motivo che mi ha fatto collegare il saggio di Carmelo Carabetta Corpo forte e pensiero debole. Immagine, efficientismo, edonismo, sessualità e corpo umano nel postmodernismo, Franco Angeli Editore, 2007, ad “Immobilità”, poesia d’amore di E. Evatušenko.
giovedì 9 dicembre 2010
APPELLO GENERAZIONALE
Quello che chiedo a tutti, specialmente alla mia/nostra generazione, è di non tradire la nostra infanzia, di custodirla come un dono prezioso e di pensarci ancòra "cotraregli" con nel cuore la voglia di dare al prossimo il meglio di noi stessi. Io vi porto tutti nel cuore, e, quando la solitudine m'inquieta più del dovuto, percorro le nostre "rughe" silenziose dove neanche i cani latrano, le finestre sono sbarrate e ognuno é in attesa del giorno. In quei momenti ritorno bambino e assieme a tutti voi ripercorro festoso le vie popolate della nostra infanzia.Amo la mia/nostra terra perché mi protegge dall'urbanesimo forzato, mi offre serenamente tutta la sua storia antropologica.
martedì 30 novembre 2010
Il senso dei luoghi. Memoria e storia dei paesi abbandonati (Donzelli, Roma 2004, pag.597,euro 32, prefazione di Predrag Matvejevic) di Vito Teti, docente d’Etnologia presso l’Università della Calabria, dove dirige il Centro di Antropologie e Letterature del Mediterraneo,
di Vincenzo Stranieri *
Il senso dei luoghi. Memoria e storia dei paesi abbandonati (Donzelli, Roma 2004, pag.597,euro 32, prefazione di Predrag Matvejevic) di Vito Teti, docente d’Etnologia presso l’Università della Calabria, dove dirige il Centro di Antropologie e Letterature del Mediterraneo, è un viaggio intellettuale dentro l’animo dei numerosi paesi abbandonati di Calabria, i cui ruderi risultano sconosciuti e privi di senso soprattutto ai calabresi, che, in quanto a volontà di conoscenza, a valorizzazione della propria storia, peccano senza particolari rimorsi.
Quello di Teti è quindi un viaggio all’interno di paesi abbarbicati, come ci ricorda Corrado Alvaro, “…sulla schiena di una montagna come quei nidi di creta che fanno i calabroni intorno a uno spino indurito…”, e che, nonostante le alterne vicende vissute (subite) ad opera dei conquistatori di turno, riuscivano comunque a mantenere una propria identità, consegnando alle generazioni future il seme antropologico d’appartenenza: i riti, le abitudini, le tradizioni, l’idea della vita e della morte, le processioni dei santi intrise di un “sano” paganesimo, che, in nome della tradizione, appunto, vede/va numerosa anche la presenza laica, che, nella religiosità popolare, ritrova/va le forme ancestrali della propria spiritualità.
domenica 7 novembre 2010
INTERVISTA A VINCENZO STRANIERI
Lei ha
scritto alcuni interessanti saggi su Saverio Strati dai quali si evince una
frequentazione culturale con l’autore de La
Marchesina (1956), se pur limitatamente ai periodi in cui l’artista faceva
ritorno nella sua casa di contrada “Cola” in S. Agata del Bianco, suo paese natio.
E’ vero, ho avuto la fortuna e il piacere di
incontrare diverse volte Saverio Strati. Era sua abitudine ritornare con una
certa regolarità a S. Agata del Bianco, ciò per riposarsi, ma anche per
lavorare ad alcune sue opere. Le bozze de Il
selvaggio di Santa Venere (Premio Campiello 1977) sono state, se mal non
ricordo, riviste e corrette nella casa di contrada “Cola” posta su di un poggio con lo sguardo sul mare Ionio (una
vista che abbraccia circa 50 Km di costa- capo Bruzzano- Punta Stilo). Era sempre
gentile, misurato nei giudizi, ed anche un po’ geloso delle sue cose. Ma ero
troppo giovane per capire la grandezza della sua arte, mi accontentavo di
dialogare sulle bellezze della nostra Magna Grecia, sul fatto che questa era
stata tradita dalle nuove mode e dalla violenza della malavita. Ricordo le sue
esortazioni a lavorare in difesa della civiltà contadina. “E’ il nostro humus,
non tradiamolo”, soleva ripetermi. Le sue parole facevano trasparire l’angoscia
per un mondo ormai preda del cosiddetto vivere moderno. Una lezione che non ho
dimenticato e che, tra l’altro, sta alla base delle mie recenti ricerche etnografiche.
Gli ho fatto avere “La Koinè
agro-pastorale nella Locride (Massari e pastori tra medioevo e modernità) Age,
Ardore Marina 2010, mia ultima fatica antropologica. Per telefono si è detto
commosso, ricorda molti dei protagonisti citati nel mio saggio, le numerose
foto lo hanno aiutato a ricordare alcuni eventi del suo/nostro passato. Per non
disturbarlo, mi limito a qualche sporadica telefonata.
In un
recente saggio, lei ha scritto che Saverio Strati si è fatto da solo, ha
edificato la propria scrittura lontano dagli odierni “ascensori sociali”. Vuole
spiegarci meglio tale concetto?
Fino a vent’anni, Strati ha fatto il muratore, non si
è mosso dal paese, ha conosciuto la fatica, quella che emana sudore, che rende
gli uomini carne bruciata dal sole o, diversamente, scalfita dal vento e dal
freddo che non manca nelle montagne calabresi. Ha lavorato ad Africo Vecchio,
prima che l’alluvione dell’ottobre 1951 lo rendesse un paese fantasma. Qui,
poi, ha ambientato il suo primo romanzo (La teda, 1957). Ha narrato dal di
dentro l’amara realtà di Terrarossa, il suo isolamento, la sua particolare
condizione antropologica. La scrittura stava, pur se lentamente, lievitando nel
suo animo e, spinto da un bisogno vero quanto incontenibile, intraprese la via
degli studi. A Messina, assieme a Walter
Pedullà e Carmelo Filocamo, fu allievo del grande critico Giacomo de Benedetti,
che, letti i suoi primi racconti, lo incoraggiò ad andare avanti “segnalandolo”
alla Casa Mondadori e ad alcune importanti riviste del tempo (“Il Ponte” etc). Era un “ascensore sociale” lecito, di quelli che,
appunto, segnalano un valore vero, non
un fesso qualunque privo di talento. Certo, dalla sua ebbe anche la fortuna. In
quegli anni il cinema era nel pieno della sua espressione neo-realista, i ceti
popolari erano protagonisti di molte pellicole, e le cosiddette classi
subalterne trovavano spazio e forma nell’alveo della cultura italiana. Cosicché
anche la narrativa realista era acclamata di pari passo a quella cineasta.
Anche la critica fu dalla sua parte. Ogni sua opera era recensita con favore e
in numero notevole. A mio modesto avviso, le pagine più belle su Strati sono
state scritte da Pasquino Crupi, che gli ha dedicato un’intera monografia,
Walter Pedullà, Giuliano Manacorda e Geno Pampaloni. Strati abita da circa
quarant’anni a Scandicci, alle porte di Firenze, al quarto piano di un
fabbricato privo di ascensore (sic!); egli ha dedicato la sua esistenza
all’arte, al punto da non pensare ad altro, ai soldi, ad esempio. E ha dovuto,
a malincuore, chiedere per sé la Bacchelli, un sussidio per continuare a
vivere. Altro che ascensore sociale! Strati ha sempre pensato alla sua
Calabria, se la è cucita addosso per sempre, come delle stimmate.
Saverio
Strati, il primo dicembre prossimo, sarà insignito della “laurea ad honorem” in Scienze letterarie (Filologia Moderna) presso
la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università della Calabria. Cosa ci dice?
L’Unical ha voluto con forza che a Saverio Strati fosse
conferito tale titolo. A tal fine, il
ministro Gelmini è stato “incalzato” a più riprese perché firmasse l’autorizzazione
di sua competenza. Tra i principali sostenitori di tal evento vi sono i Proff.
Vito Teti, Nicola Merola, Margherita Graneri e Raffaele Perrelli, Preside della
Facoltà di Lettere. Vito Teti (ordinario di Etnologia e Direttore del Dipartimento
di Filologia e del Centro di Antropologie e Letterature del Mediterraneo) è amico
dell’artista calabrese, si stimano da qualche tempo; l’etnologo di S. Nicola da
Crissa ha pubblicato parecchi saggi sullo scrittore di S. Agata del Bianco, dove,
oltre alla valenza letteraria, ha tratteggiato con maestria il valore
antropologico della sua opera. A
Saverio Strati, negli anni cinquanta, mancava solo la discussione della tesi
per conseguire la laurea in Lettere. Subito venne la letteratura, il tempo
doveva essere impiegato per edificarsi scrittore, e il titolo fu messo da
parte, con grande dispiacere per i suoi genitori-contadini, che speravano tanto
in un figlio laureato. Peccato che la salute cagionevole non consenta al nostro
amato artista di partecipare all’importante cerimonia (a ricevere per
lui la preziosa pergamena sarà sua nipote Palma Comandé, scrittrice); sarebbe bello assistere alla sua emozione,
nel mentre – di certo- dedica la preziosa onorificenza anche ai suoi cari
genitori.
Se le affidassero l’incarico di scrivere
la motivazione della laurea ad honorem a Saverio Strati, cosa scriverebbe?
“ A Saverio Strati, nato a S. Agata del Bianco il 16
agosto 1924, è conferita la laurea ad honorem in Scienze Letterarie perché per
mezzo dei suoi numerosi romanzi sulla civiltà contadina e l'emigrazione del
popolo meridionale, ha saputo dare dignità e fisionomia a un mondo che,
altrimenti, la cultura ufficiale avrebbe relegato ai margini, o, nella migliore
delle ipotesi, trasformato in mero
folclore".
mercoledì 13 ottobre 2010
Entroterra in agonia
PER SALVARE LE NUMEROSE ZONE INTERNE CALABRESI ORMAI IN AGONIA, BISOGNA NON PERDERE ALTRO TEMPO PREZIOSO
VI E’ IL RISCHIO CONCRETO CHE INTERE COMUNITA’ DELL’ENTROTERRA ABBANDONINO PER SEMPRE I LUOGHI D’ORIGINE
di Vincenzo Stranieri
Vivo da sempre in un piccolo comune della vallata La Verde (Locride). Credo di avere scelto una vita stanziale fin dall’infanzia, quando tutto appare vasto e privo d’incognite. L’adolescente, come è giusto che sia, pensa alla vita utilizzando i riferimenti più prossimi: la famiglia, gli amici, la scuola, i giochi, che rappresentano un mondo conchiuso, un bozzolo che attende di aprirsi al giorno che nasce.
Si era figli di contadini, negli anni ’60, pochi gli artigiani ed i professionisti. Le nostre madri, come pure nonni e zie, si presentavano ai nostri occhi come un unico blocco affettivo, simboleggiando le tradizioni e i riti della civiltà contadina: abiti neri indossati per la perdita di qualche familiare, donne davanti alle bocche dei forni comunali nell’atto di cuocere il pane prodotto con grano proprio, i dolci tradizionali, i giochi di un tempo e, soprattutto, la vita all’aria aperta, tra i vicoli stretti del paese, senza i pericoli dell’odierno traffico automobilistico. E’ vero, il mondo cambia, prosegue nel suo lungo cammino. Ma un adolescente non può capire che la vita è un viaggio, spesso accidentato, verso il cosiddetto mondo adulto: famelico e privo di scrupoli. E quindi anch’io non ero preparato a comprendere, crescendo, che la mia terra, la mia regione erano/ sono ancora sottosviluppate e che bisogna/va adoperarsi per mutare in meglio le cose.
martedì 12 ottobre 2010
martedì 5 ottobre 2010
CORRADO ALVARO (S. LUCA 1895- ROMA 1956)
Fu una piccola scossa di terremoto, che si sentì in un solo paese, un paese povero e quindi trascurabile. I giornali ne parlarono in tre righe, e non riferiscono che Procopio aveva perduto sotto le rovine della sua casa lo stipo che era il solo mobile da lui posseduto fin dal giorno delle nozze.
C. Alvaro, Piedi nudi, in Il meglio dei racconti di Corrado Alvaro, oscar Mondadori, Cles, 1990, pag.69)
E’ vero che le cose presenti non ci interessano più, ma i pensieri, gli affetti, i dolori di ieri, vengono avanti nella memoria come violenze e ingiustizie…brucio tutto ancora come le pietre che buttano nella notte le vampe del giorno estivo.
domenica 3 ottobre 2010
Maria Multari (A cantunera), Caraffa del Bianco..........
Maria Multari, (A cantunera) era figlia di un addetto alla manutenzione delle strade provinciali della vallata La Verde. Abitava in Via P. di Piemonte, in una casa piccola ma decorosa. Fu madre di ben sette figli maschi; una famiglia numerosa che i coniugi Alecci (lo sposo si chiamava Domenico Alecci, uomo buono e lavoratore onesto) hanno portato avanti con enormi sacrifici ma anche con gioia ed amore, mai facendo pesare ai loro figli le non poche difficoltà economiche cui bisognava adempiere.
A cantunera era una specie di chioccia. Noi bambini frequentavamo la sua casa tutti i giorni; giocavamo con i sui figliuoli più piccoli (Pietro, Mario e Aldo), specialmente e nucigli, cu piroci, a libera, cu gialoffu, u palloni, ca carrozza i lignu. Non perdeva mai la pazienza, quando avevamo fame ci dava il buon pane fatto nei forni a legna, ci trattava come dei figli, insomma.
martedì 28 settembre 2010
L'ETA' MATURA DI SAVERIO STRATI
LA SUA ARTE E’ LA TESTIMONIANZA DI UN IMPEGNO LETTERARIO CHE AFFONDA LE RADICI IN UN MERIDIONALISMO PRIVO DELLE ANTICHE SCORIE A SFONDO POPULISTISTICO.
di Vincenzo Stranieri
Quando Saverio Strati tornava nella sua S.Agata con una certa regolarità, nella casa della mitica contrada Cola da dove ha avuto inizio il suo importante viaggio letterario, ero ancora troppo giovane per capire appieno l’importanza della sua opera. Nelle nostre brevi chiacchierate (anni ’70), mi colpivano particolarmente due cose: la rabbia positiva che animava la sua arte, l’amarezza, profonda, dello scrittore per la gelosia, la totale mancanza di solidarietà e di spirito di aggregazione che stavano/stanno alla base dell’arretratezza culturale ed economica della Calabria. “C’è sempre stato in Calabria uno spirito feroce di autodistruzione; la storia stessa della nostra regione ha questa terribile impronta”. La stessa gelosia, o ignoranza, che ha impedito, nel 1977, quando gli è stato assegnato il premio letterario Campiello per il romanzo “Il Selvaggio di Santa Venere”, alla gente del suo paese di esprimergli un augurio, un semplice gesto capace di testimoniare l’orgoglio nei confronti del “compaesano” riconosciuto ancora una volta scrittore valente, testimone e prodotto di una terra sì periferica e marginale , ma che, grazie anche ai suoi libri, poteva cominciare anch’essa il suo viaggio verso la cultura e dunque verso quel riscatto socio- culturale agognato da secoli.
Lettera a Giuseppe Melina (S.Agata, 16.03.1920-14.09.2001)
Lettera a Giuseppe Melina
(che per tutta la vita ha percorso la strada impetuosa dell’arte)
Il tempo ha perduto le ore. Verrà il
giorno. Entrerò nel cielo da una bassa porta. Sarò nella resurrezione con flauti e leggerò la vicenda-romanzo.
La grazia della zagara chiuderà l’onda breve della vita. E noi ( io, te amico lettore e tutti i convocati) ci allontaneremo dal disordine delle immagini e resteremo parola.
Resto solamente tempo. Lo spazio sarà cancellato dal sorriso di Dio.
(Francesco Grisi)
Caro amico,
fortuna che hai deciso di lasciare il mondo terreno in un tempo che ti ha impedito di assistere alle scene crudeli dell’11 settembre scorso, data da segnare per sempre nel calendario negativo della storia umana, perché, tutti dicono, rappresenta una svolta epocale nei rapporti tra gli uomini e le “diverse”, non necessariamente contrapposte, realtà di cultura.
La follia omicida ha voluto inaugurare alla grande il nuovo millennio e tocca combattere il terrorismo con tutti i rischi che la cosa comporta: incertezza di poterlo fare in tempi brevi e definitivamente, alto rischio di provocare la morte di civili innocenti.
Hai sempre detto, specie negli ultimi anni della tua feconda solitudine, che questo mondo non t’apparteneva, perché troppo legato alle ferree leggi dell’economia, proteso a cancellare le tracce di qualsiasi umanesimo, ormai preda di una tecnologia mistificatrice dei valori veri.
Non eri un rivendicativo, però, non lo eri da tempo.
T’infastidivano le lagnanze, le denunce allo Stato assente. Sapevi che il problema era l’uomo, la sua vocazione o meno a mutare il corso negativo della storia.
Davi potere ad ogni singolo uomo, non più massa, gregge belante, ma individuo in grado di guardare all’esistenza con occhio non più rassegnato.
Che tutto stava mutando in fretta, una fretta quasi parossistica, t’era chiaro da tempo, e ne soffrivi.
sabato 25 settembre 2010
INVICTUS
INVICTUS
Dal profondo della notte che mi avvolge
buia come il pozzo più profondo che va da un polo all’altro,
ringrazio gli dei chiunque essi siano
per l'indomabile anima mia.
Nella feroce morsa delle circostanze
non mi sono tirato indietro né ho gridato per l’angoscia.
Sotto i colpi d’ascia della sorte
il mio capo è sanguinante, ma indomito.
Oltre questo luogo di collera e lacrime
incombe solo l’orrore delle ombre
eppure la minaccia degli anni
mi trova, e mi troverà, senza paura.
Non importa quanto sia stretta la porta,
quanto piena di castighi la vita.
Io Sono il signore del mio destino:
Io Sono il capitano della mia anima.
Invictus di William Ernest Henley
venerdì 24 settembre 2010
MASCHERE
MASCHERE
Gli atleti del successo
a tutti i costi s’alzano
di primo mattino,
gonfiano i muscoli del petto
come a darsi un contegno e,
quasi fosse cosa normale,
indossano una delle tante
maschere custodite
nei loro capienti armadi.
(Vincenzo Stranieri)
giovedì 23 settembre 2010
Intervista a Vincenzo Stranieri
lunedì 20 settembre 2010
Rocco Piteri (Caraffa del Bianco, 1913- 2003), contadino-soldato sul fronte russo
Rocco Piteri, contadino, ha partecipato alla seconda guerra mondiale combattendo duramente sul fronte russo. A 29 anni, nel settembre del 1942, dopo un viaggio lungo e inenarrabile, giunse nel luogo prestabilito. Qui partecipò alla definizione di un ospedale da campo che di già ospitava molti commilitoni feriti e/o con degli arti assiderati. Uno spettacolo terribile, che avrebbe accompagnato il Nostro per tutta la vita. Dopo tre lunghi anni di guerra, dove rischiò più volte la vita, fece finalmente ritorno nella sua amata Caraffa dove, poco tempo dopo, si sposò con Maria Cavallaro che gli diede due figlie, Maria Teresa e Angela.
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| 1943, fronte russo. Rocco Piteri soldato a cavallo. |
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| Caraffa del Bianco, 31 marzo 1940, data rilascio carta d'identità a Piteri Rocco, a firma del Podestà Rocco Mezzatesta. |
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| Caraffa del Bianco, maggio 1993. Rocco Piteri in groppa al suo asino. |
domenica 19 settembre 2010
venerdì 17 settembre 2010
lunedì 13 settembre 2010
APPELLO GENERAZIONALE
Quello che chiedo a tutti, specialmente alla mia/nostra generazione, è di non tradire la nostra infanzia, di custodirla come un dono prezioso e di pensarci ancòra "cotraregli" con nel cuore la voglia di dare al prossimo il meglio di noi stessi. Io vi porto tutti nel cuore, e, quando la solitudine m'inquieta più del dovuto, percorro le nostre "rughe" silenziose dove neanche i cani latrano, le finestre sono sbarrate e ognuno é in attesa del giorno. In quei momenti ritorno bambino e assieme a tutti voi ripercorro festoso le vie popolate della nostra infanzia.Amo la mia/nostra terra perché mi protegge dall'urbanesimo forzato, mi offre serenamente tutta la sua storia antropologica.
mercoledì 8 settembre 2010
ANTONIO IOFRIDA (Caraffa, 6 giugno 1900- 14 aprile 1959), Massaro.
Figlio di Bruno Iofrida (massaro) e di Marrapodi Giulia, Antonio, unitamente al padre e ai suoi fratelli, cominciò da bambino la sua vita di pastore. La sua era una famiglia che tradizionalmente viveva grazie a tale mestiere, ma al piccolo Antonio tale sorte non garbava, avrebbe voluto studiare, progredire sul piano sociale. E a fatica, mentre badava alle bestie, riuscì a imparare a leggere a scrivere. Ma la vita agreste fu presto interrotta dalla chiamata alle armi (aveva compiuto da poco 18 anni!). La partecipazione alla Prima Guerra Mondiale fu un’esperienza che lo segnò tantissimo, ma almeno era tornato vivo in Calabria, cosa, purtroppo, che non riuscì a suo fratello Giuseppe, morto a vent’anni sulle montagne del Carso.
Antonio Iofrida prese moglie nel 1930, la sposa, Teresa Viglianti, figlia di massaru Giuseppe Viglianti, gli diede cinque figli (Giulia. Bruno, Giuseppe, Elisabetta e Maria.). Nel 1940 tentò la fortuna in Germania, ma capì che era meglio pascolare le pecore piuttosto che stare in miniera a spalare carbone, e tornò a Caraffa dopo appena un anno. All’apice della sua carriera, riuscì ad avere una mandria alquanto numerosa (circa 800 lattare tra pecore e capre). Ancora oggi è ricordato per la sua onestà e il buon senso adoperato nel corso della spartizione dei prodotti.
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| ANTONIO IOFRIDA (Caraffa, 6 giugno 1900- 14 aprile 1959), Massaro. |
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| 1918!. Soldati in posa. Il primo, seduto in basso a sinistra, è Antonio Iofrida. |
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| Giuseppe Iofrida,(1896-1917), pastore, morto nel corso della Prima Guerra Mondiale. |
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