mercoledì 18 luglio 2012

FINALMENTE RISTABILITA LA VERITA' STORICA SULLA CHIESA MATRICE S. MARIA DEGLI ANGELI DI CARAFFA DEL BIANCO (RC), PIAZZA UMBERTO I


PROLOGO
Da piccolo, quando il paese non aveva confini e noi ragazzi girovagavamo indisturbati per le antiche "rughe”, amavo guardare da alcune feritoie del grosso portone di legno rovinato dalle intemperie l’interno della S.Maria degli Angeli” ormai abbandonata a se stessa.
Riuscivo a intravedere il colore azzurro chiaro delle pareti, alcune cornici bianche nei pressi della cupola, i gradini di legno che portavano al ballatoio dove era sistemato un mastodontico organo a canne.

sabato 7 luglio 2012

CARAFFA DEL BIANCO: ANTONIO (NTONI) VIGLIANTI, MASSARU DI LATTARE (CAPRE E PECORE).

La seconda edizione del mio lavoro La Koinè agro-pastorale nella Locride (Massari e pastori tra medievo e modernità, ed. AGE, Ardore Marina, 2010, spero disponibile  in tempi brevi, prevede, oltre alla consueta  operazione  di errata/corrige, l'ampliamento di alcuni capitoli, il censimento di nuove famiglie di massari e pastori prima non rilevate, foto e documenti d'archivio inediti.

mercoledì 27 giugno 2012

Intervista di Francesco Ardino a Vincenzo Stranieri, a proposito della laurea ad honorem in filologia moderna conferita dall'Unical al grande scrittore nativo di S.Agata del Bianco (RC)


DI FRANCESCO ARDINO

D: Lei ha scritto alcuni interessanti saggi su Saverio Strati dai quali si evince una frequentazione culturale con l’autore de La Marchesina (1956), se pur limitatamente ai periodi in cui l’artista faceva ritorno nella sua casa di contrada “Cola” in S. Agata del Bianco, suo paese natio.

lunedì 4 giugno 2012

NO ALLA PORNOGRAFIA DEL DOLORE DEI SALOTTI TELEVISIVI

da "Il Quotidiano della Calabria", 4 giugno 2012, pag.11

                                             Vincenzo Stranieri
In tempi remoti (stante, naturalmente, la percentuale elevatissima di analfabeti) l’informazione raggiungeva poche menti ed era alquanto selettiva (da considerare, pure, che la diffusione dei moderni mezzi di comunicazione è recente).
La pagina di un qualsiasi quotidiano d’oggi raccoglie una mole di notizie che un uomo del Settecento - ad esempio- avrebbe ottenuto in non poche decine d’anni.
Notizie su notizie, rigagnoli d’inchiostro viaggiano per il mondo in cerca di fedeli lettori. Ma la notizia, oggi, corre, anzi dilaga, per mezzo di internet, si mescola a immagini colorate pregne di proposte varie, ed appare difficile appropriarsi veramente di questa neo-babele che blatera dettagli su
dettagli, proponendo, spesso, una realtà virtuale fatta di niente.
Meglio oggi che ieri, naturalmente, ma è pure opportuno quanto necessario capire che qualsiasi cervello umano non è in grado di sopportare questo bombardamento mediatico quotidiano.

mercoledì 23 maggio 2012

Un ordigno con tre bombole di gas è esploso davanti all'Istituto professionale Morvillo Falcone di Brindisi nella mattina di sabato 19 maggio u.s. È successo tutto intorno alle 7.50, quando i ragazzi stavano per entrare a scuola. Sei gli studenti rimasti feriti, una ragazza non ce l'ha fatta. Si tratta di Melissa Bassi, 16 anni.

MELISSA BASSI, 16 ANNI
Un vera e propria mattanza, questo lo scopo vero degli attentatori. Cercavano la strage: vile quanto inutile, ma una strage, con protagonisti giovani studenti inermi. Orrore e sgomento, paura e smarrimento, questi i sentimenti di fondo che rabbuiano l’animo per quanto accaduto.

Sono morti per una società migliore

Giovanni Falcone e Paolo Borsellino
Falcone, Borsellino, gli uomini delle scorte sono morti per una società migliore, come pure tutti i servitori dello Stato che prima e dopo di loro ci hanno lasciato in eredità, donandoci le loro giovani vite, il convincimento che solo coltivando  il seme della legalità è possibile sperare in  un mondo migliore.

martedì 1 maggio 2012

Grillo è persona pericolosa e a corto di idee. (Il Quotidiano della Calabria, 30 aprile 2012, p11)

                                            di Vincenzo Stranieri
Mentre l’Italia è preoccupata perché l’ex di Emma si è fidanzato con Belen Beppe Grillo il populista arringa le folle plaudenti, si diverte nella sua comicità dell’assurdo. Non è Beckett, non è Ionesco, ma lui corre per la sua strada, sfida il destino, insulta tutto e tutti, compreso il buon Napolitano.

martedì 6 marzo 2012

Lucio Dalla: Il piccolo pirata delle isole Tremiti è tornato nelle profondità del suo mare

                                                 di Vincenzo Stranieri

E’ bene che su Lucio Dalla si chiuda almeno per un po’ il sipario dei ricordi: una grandinata di memorie più o meno note  da giovedì passato ingolfano la stampa e i palinsesti televisivi. Il folletto bolognese se ne è andato proprio  quando la sua musica aveva cominciato un’altra  tappa europea.

venerdì 17 febbraio 2012

UN CRETINO DI TALENTO AL FESTIVAL DI SANREMO (Pubblicato su "Il Quotidiano di Calabria" il 16 febbraio2012, p.15)

                                                   di Vincenzo Stranieri

 Giorgio Bocca ebbe a definire Adriano Celentano un “cretino di talento”. L’ossimoro stava a  stigmatizzare che al molleggiato andavano comunque riconosciute un’ottima voce e una buona presenza scenica. Sui contenuti dei sermoni del nostro, però, Bocca nutriva non pochi dubbi. E aveva ragione: Adriano è un mito in piena decadenza senile. Chiedere che “Avvenire” e “Famiglia Cristiana”  vengano chiusi perché giornali inutili e ipocriti è un fatto grave, somiglia non poco a un editto proferito con la stesso io ipertrofico dal nostro ex Presidente del Consiglio Berlusconi in quel di Bulgaria nei confronti d’importanti trasmissioni televisive Rai. Quest’ultima- servizio pubblico che deve dare conto ai suoi contribuenti e non solo- non può lasciare libero arbitrio al molleggiato, che, poveretto, cita le Sacre Scritture come il menu  di una qualsiasi trattoria. Ho provato un fastidio prima epidermico che, nel corso del suo comizio-predica, si è trasformato in profondo disagio. Possibile, mi dicevo, che la nostra bella nazione coltivi ancora nel suo grembo fanatici di tale fattura? E perché nel tanto agognato paradiso da Adriano non vi è posto per gli ebrei e altre “religioni  minori”, ma solo per cristiani e musulmani?
Passino i sermoni contro: la caccia, lo sfruttamento delle risorse del pianeta, le politiche pro-atomica, le guerre nel mondo, il desiderio di pace. Tutti bei propositi, di certo sinceri. Ma come non accorgersi che il mezzo televisivo pretende sempre e comunque equilibrio e buon senso, che non è giusto approfittare dell’inedia di alcuni funzionari Rai per proferire accuse gratuite pregne di un’ignoranza ai limiti del comico-grottesco. Sarebbe stato meglio pagarlo profumatamente il molleggiato, di certo non avrebbe proferito al cuna accusa gratuita, sarebbe stato attento al suo bel cachet.  Celentano è uno che legge poco, o legge a suo modo. Non sa -a esempio- che proprio “Avvenire” e “Famiglia Cristiana”  sono da pungolo alla chiesa, la sollecitano a stare accorta, le chiedono di essere più a fianco dei poveri, dei diseredati. Specie “Famiglia Cristiana”, ha in non poche occasioni alzato la voce contro il Vaticano, le sue interne divisioni, le sue lotte intestine per il potere terreno (sic!). E poi vi è la scrittura: in entrambi gli organi di stampa collaborano intellettuali di rango, uomini che sanno quello che fanno, che scrivono con un linguaggio robusto e pregno di idee.
La chiesa non è tabù, è vero, ma non può essere oggetto di villanie gratuite e prive di senso.
Una realtà millenaria così complessa, fortemente radicata nel mondo      non può essere oggetto di accuse beffarde. C’è in giro tanto desiderio di schernirla, di stravolgerne le sue forme migliori. Ciò accade, oltre che per malafede, per mancanza di memoria. 
Quanti hanno voglia e/o interesse di ricordare che la chiesa non ha di certo atteso l’avvento della civiltà della macchine (vedi rivoluzione industriale) per costruire le grandi opere architettoniche che ancora oggi   ammiriamo, tantomeno l’avvento dei computer o di internet per elaborare, memorizzare e poi trasmettere il sapere alle generazioni future.  Lo hanno fatto schiere di pazienti amanuensi, monaci che hanno impegnato la loro vita a trascrivere le grandi opere del pensiero umano.
Quale altra religione monoteista al mondo parla con tanta insistenza di solidarietà, accoglienza, accettazione del cosiddetto diverso, in un’epoca in cui le migrazioni forzate sono all’ordine del giorno e tutto sembra modificare le certezze socio-economiche acquisite dal mondo occidentale?
Chi, specie nel mondo del volontariato, si sostituisce allo Stato, spesso incapace di affrontare i problemi di gente meno fortunata? E questo quando ancora oggi in Africa, in Cina, in America latina le comunità cristiane vengono trucidate senza pietà, costrette a vivere come al tempo delle catacombe.
Come non accorgersi che- nonostante tutto- la chiesa è l’ultimo baluardo alla barbarie che sta avviluppando il mondo? I cristiani veri, che poi sono la maggioranza, non organizzano stragi, non progettano bombe allo scopo di ridurre a brandelli ciò che stupidamente è dagli altri considerato un nemico da abbattere.
La chiesa ha saputo- dopo secoli, è vero- stanare, combattere ed annientare i  propri fondamentalismi. Come non ricordare- a esempio- le parole accorate di Papa Wojtyla contro la guerra in Iraq che Bush, dopo l’attacco sanguinoso alle due torri gemelle- ha voluto dichiarare anche in nome di Dio, o almeno sperando nella sua clemenza?
La chiesa è fatta di uomini, che in quanto tali sbagliano, compiono azioni indegne, malvagie. Uomini che adottano come mezzo di potere la tracotanza ed il sopruso continuo. Ma quanti sono, qual è il loro numero? Possono - da soli- infangare una religione millenaria di una così straordinaria rilevanza?
Epperò deve avere coraggio, la chiesa, deve denunciare con maggiore forza e concretezza i misfatti perpetrati per le vie del mondo e -all’occorrenza- autodenunciarsi.
Non deve avere paura di riconoscere gli errori dei suoi rappresentanti. Altrimenti semina pregiudizi e disonore su tutti i suoi fedeli, milioni di anime che coltivano ancora amore e speranza.
Ma non sarà un Celentano qualsiasi a far chiudere due testate importanti come “Avvenire” e “Famiglia Cristiana”. Ci mancherebbe!

venerdì 20 gennaio 2012

IL CIMITERO DI CARAFFA -S.AGATA E CASIGNANA ( 1924-1938)- FOTO INAUGURAZIONE DEL 4 NOVEMBRE 1938. CHI DI VOI RICONOSCE I PROTAGONISTI?

Inaugurazione  Cimitero -Foto del  4.11.1938- Sezione combattenti di S.Agata alla  Prima Guerra Mondiale-

La foto è stata scattata all’interno del nuovo cimitero in zona Faccioli, realizzato ad opera dei suddetti ex combattenti. E’ possibile riconoscere il podesta di Samo di Calabria, avv, Rocco Mezzatesta.

giovedì 12 gennaio 2012

“Per coraggio e per paura”, romanzo d’esordio di Palma Comandé, narra di una storia vera ed amara: i morti di Cefalonia durante la seconda guerra mondiale

                            Vincenzo Comandé, padre della scrittrice e  protagonista
del romanzo, è uno degli 11.700 combattenti della Divisione Acqui, sorpresa  all’indomani dell’8 settembre 1943 sull’isola greca di Cefalonia e decimata dai tedeschi, mentre l’Italia di Badoglio stava a guardare


   di Vincenzo Stranieri

La guerra ha tentacoli lunghi, avvinghia la preda senza alcun preavviso, distrugge i popoli, rigonfia di sangue i fiumi della storia umana, poi, sazia ma non doma, si nasconde nel sordido spazio di quanti coltivano il seme della non memoria.

mercoledì 21 dicembre 2011

A proposito accise e di lacrime e sangue. Lettera a un amico lontano

                      DI VINCENZO STRANIERI *
Caro amico, rispetto profondamente la tua rabbia, il tuo disappunto. Ma se dovessimo disquisire sull'argomento per mezzo della parola scritta, allora il discorso pretenderebbe una piega diversa, meno “semplicista” per come l'ho voluta intavolare.

venerdì 9 dicembre 2011

"LA PROVINCIA UMANA” NE I “RITRATTI” DI GIUSEPPE ITALIANO

 RIVISITAZIONI                                              di Vincenzo Stranieri

Nel suo primo lavoro diaristico-narrativo, Ritratti, (Editoriale Progetto Parallelo 2000, Cosenza, 1995), la cosiddetta realtà esterna risulta agli occhi di  Giuseppe Italiano un patrimonio che, se non appuntato a mo' di ritratto, scompare per sempre, non appartiene al vissuto.

domenica 4 dicembre 2011

"Colloqui con il padre” di Fortunato Nocera narra di un mondo antropologico che, come insegna Corrado Alvaro, abbiamo il dovere di ricordare

                                     
                                                    di Vincenzo Stranieri


Fortunato Nocera è un amico caro che lavora in silenzio per il miglioramento della nostra amata terra.  E’ stato tra i promotori della Fondazione Corrado Alvaro in S. Luca ed ha al suo attivo diversi scritti.

venerdì 2 settembre 2011

Le donne di Roghudi

«Il macigno di cui sono costruiti molti Paesi dell’Italia meridionale è stato portato sulla testa delle donne. Ho visto uomini sotto gli stessi pesi come una dannazione, non ho mai veduto in una donna sotto l’inumano fardello un’espressione diversa dalla fedeltà alla fatica. L’impressione di queste donne di fatica è di un gruppo in cui tutto quanto è grazia, intimità, fragilità regna sovrano e vince la stessa pena». (Corrado Alvaro  Le donne che portano pesi).

venerdì 26 agosto 2011

Caraffa del Bianco- Rione Torre- 23 Agosto 2011, ore 18,30- Inaugurazione Casa della Salute-



La macchina, pur malandata, percorre veloce la provinciale che mi porta in paese sobbalzando per via della strada sconnessa a dismisura. Sono in ritardo, mi ripeto contrariato. Accendo la radio per allontanare il nervosismo. Un giornalista della CCNN, in un inglese alterato e quasi stridulo, annuncia che il bunker di Gheddafi è stato distrutto dai ribelli e che il colonnello è stato messo in fuga. Morte, distruzione, tanto sangue è costata questa strana rivoluzione targata anche FB. Mi aspettano in paese per moderare il dibattito introduttivo dell’inaugurazione della Casa della Salute di Rione Torre.

sabato 6 agosto 2011

LE BIONDE DONNE DELL'EST (Brandelli di vita d'infelici badanti) 1998

Con i muri sono caduti anche i veli. Le società dell’Est Europa sono così apparse nel loro reale grigiore  socio-economico.

mercoledì 27 luglio 2011

L’ARTE DELLA “RESTANZA” DI DON MASSIMO ALVARO

                               
DI VINCENZO STRANIERI*

Su FB (facebook) tanti sono stati i post attestanti la sincera vicinanza ai familiari di Don Massimo Alvaro. Persone ora residenti al Nord, suoi ex alunni intristiti per la morte del caro Maestro.

lunedì 28 febbraio 2011

LE VIE DEL CANTO Nel recentissimo saggio-racconto Pietre di pane (Un’ antropologia del restare), Quodlibet, Macerata 2011, Vito Teti, antropologo, narra l’avventura del restare- la fatica, l’asprezza, la bellezza, l’etica della “restanza”. Pubblicato su "il Quotidiano della Calabria", giovedi 24 febbraio 2011, pag.46

di Vincenzo Stranieri
I poeti non hanno bisogno di viaggiare, conoscono spazi infiniti, volgono il loro sguardo su distese dove non giunge nemmeno l’occhio insolente dei nuovi sistemi satellitari, perché la visione d’insieme  di  un poeta, il suo radar intellettuale è in grado di opporsi  a chi crede- e sono in molti, purtroppo- di  poter trasformare l’esistenza vera in realtà virtuale, costruita sulla totale finzione.

martedì 8 febbraio 2011

IL POTERE NEL PENSIERO DI CORRADO ALVARO

                                            di Vincenzo Stranieri

Intellettuale dalle letture insospettate (tutte sotto il segno della migliore tradizione della cultura occidentale), mai si è comportato come un Bertoldo alla corte del principe. L’uomo è forte” è un romanzo dove l’impegno civile dello scrittore nato a S.Luca si evidenzia in una luce particolare.

IL RUOLO DEL CORPO NELLA SOCIETÀ ANTICA E CONTEMPORANEA

              di Vincenzo Stranieri

Non conosco l’intimo motivo che mi ha fatto collegare il saggio di Carmelo Carabetta Corpo forte e pensiero debole. Immagine, efficientismo, edonismo, sessualità e corpo umano nel postmodernismo, Franco Angeli Editore, 2007, ad “Immobilità”, poesia d’amore di E. Evatušenko.

giovedì 9 dicembre 2010

APPELLO GENERAZIONALE

Quello che chiedo a tutti, specialmente alla mia/nostra generazione, è di non tradire la nostra infanzia, di custodirla come un dono prezioso e di pensarci ancòra "cotraregli" con nel cuore la voglia di dare al prossimo il meglio di noi stessi. Io vi porto tutti nel cuore, e, quando la solitudine m'inquieta più del dovuto, percorro le nostre "rughe" silenziose dove neanche i cani latrano, le finestre sono sbarrate e ognuno é in attesa del giorno. In quei momenti ritorno bambino e assieme a tutti voi ripercorro festoso le vie popolate della nostra  infanzia.Amo la mia/nostra terra perché mi protegge dall'urbanesimo forzato, mi offre serenamente tutta la sua storia antropologica.

martedì 30 novembre 2010

Il senso dei luoghi. Memoria e storia dei paesi abbandonati (Donzelli, Roma 2004, pag.597,euro 32, prefazione di Predrag Matvejevic) di Vito Teti, docente d’Etnologia presso l’Università della Calabria, dove dirige il Centro di Antropologie e Letterature del Mediterraneo,


                                         di Vincenzo Stranieri *
Il senso dei luoghi. Memoria e storia dei paesi abbandonati (Donzelli, Roma 2004, pag.597,euro 32, prefazione di Predrag Matvejevic) di Vito Teti, docente d’Etnologia presso l’Università della Calabria, dove dirige il Centro di Antropologie e Letterature del Mediterraneo, è un viaggio intellettuale dentro l’animo dei numerosi paesi abbandonati di Calabria, i cui ruderi risultano sconosciuti e privi di senso soprattutto ai calabresi, che, in quanto a volontà di conoscenza, a valorizzazione della propria storia, peccano senza particolari rimorsi.
Quello di Teti è quindi un viaggio  all’interno  di paesi abbarbicati, come ci ricorda Corrado Alvaro, “…sulla schiena di una montagna come quei nidi di creta che fanno i calabroni intorno a uno spino indurito…”, e che, nonostante le alterne vicende  vissute (subite) ad opera dei conquistatori di turno,  riuscivano comunque a mantenere una propria identità, consegnando alle generazioni future il seme antropologico d’appartenenza: i riti, le abitudini, le tradizioni, l’idea della vita e della morte, le processioni dei santi  intrise  di un “sano” paganesimo, che,  in nome della tradizione, appunto, vede/va numerosa anche la presenza laica, che, nella religiosità popolare, ritrova/va le forme ancestrali della propria spiritualità.

domenica 7 novembre 2010

INTERVISTA A VINCENZO STRANIERI

Lei ha scritto alcuni interessanti saggi su Saverio Strati dai quali si evince una frequentazione culturale con l’autore de La Marchesina (1956), se pur limitatamente ai periodi in cui l’artista faceva ritorno nella sua casa di contrada “Cola” in S. Agata del Bianco, suo paese natio.

E’ vero, ho avuto la fortuna e il piacere di incontrare diverse volte Saverio Strati. Era sua abitudine ritornare con una certa regolarità a S. Agata del Bianco, ciò per riposarsi, ma anche per lavorare ad alcune sue opere. Le bozze de Il selvaggio di Santa Venere (Premio Campiello 1977) sono state, se mal non ricordo, riviste e corrette nella casa di contrada “Cola” posta su di  un poggio con lo sguardo sul mare Ionio (una vista che abbraccia circa 50 Km di costa- capo Bruzzano- Punta Stilo). Era sempre gentile, misurato nei giudizi, ed anche un po’ geloso delle sue cose. Ma ero troppo giovane per capire la grandezza della sua arte, mi accontentavo di dialogare sulle bellezze della nostra Magna Grecia, sul fatto che questa era stata tradita dalle nuove mode e dalla violenza della malavita. Ricordo le sue esortazioni a lavorare in difesa della civiltà contadina. “E’ il nostro humus, non tradiamolo”, soleva ripetermi. Le sue parole facevano trasparire l’angoscia per un mondo ormai preda del cosiddetto vivere moderno. Una lezione che non ho dimenticato e che, tra l’altro, sta alla base delle mie recenti ricerche etnografiche. Gli ho fatto avere “La Koinè agro-pastorale nella Locride (Massari e pastori tra medioevo e modernità) Age, Ardore Marina 2010, mia ultima fatica antropologica. Per telefono si è detto commosso, ricorda molti dei protagonisti citati nel mio saggio, le numerose foto lo hanno aiutato a ricordare alcuni eventi del suo/nostro passato. Per non disturbarlo, mi limito a qualche sporadica telefonata.

In un recente saggio, lei ha scritto che Saverio Strati si è fatto da solo, ha edificato la propria scrittura lontano dagli odierni “ascensori sociali”. Vuole spiegarci meglio tale concetto?

Fino a vent’anni, Strati ha fatto il muratore, non si è mosso dal paese, ha conosciuto la fatica, quella che emana sudore, che rende gli uomini carne bruciata dal sole o, diversamente, scalfita dal vento e dal freddo che non manca nelle montagne calabresi. Ha lavorato ad Africo Vecchio, prima che l’alluvione dell’ottobre 1951 lo rendesse un paese fantasma. Qui, poi, ha ambientato il suo primo romanzo (La teda, 1957). Ha narrato dal di dentro l’amara realtà di Terrarossa, il suo isolamento, la sua particolare condizione antropologica. La scrittura stava, pur se lentamente, lievitando nel suo animo e, spinto da un bisogno vero quanto incontenibile, intraprese la via degli studi. A Messina,  assieme a Walter Pedullà e Carmelo Filocamo, fu allievo del grande critico Giacomo de Benedetti, che, letti i suoi primi racconti, lo incoraggiò ad andare avanti “segnalandolo” alla Casa Mondadori e ad alcune importanti riviste del tempo (“Il Ponte” etc). Era  un “ascensore sociale” lecito, di quelli che, appunto,  segnalano un valore vero, non un fesso qualunque privo di talento. Certo, dalla sua ebbe anche la fortuna. In quegli anni il cinema era nel pieno della sua espressione neo-realista, i ceti popolari erano protagonisti di molte pellicole, e le cosiddette classi subalterne trovavano spazio e forma nell’alveo della cultura italiana. Cosicché anche la narrativa realista era acclamata di pari passo a quella cineasta. Anche la critica fu dalla sua parte. Ogni sua opera era recensita con favore e in numero notevole. A mio modesto avviso, le pagine più belle su Strati sono state scritte da Pasquino Crupi, che gli ha dedicato un’intera monografia, Walter Pedullà, Giuliano Manacorda e Geno Pampaloni. Strati abita da circa quarant’anni a Scandicci, alle porte di Firenze, al quarto piano di un fabbricato privo di ascensore (sic!); egli ha dedicato la sua esistenza all’arte, al punto da non pensare ad altro, ai soldi, ad esempio. E ha dovuto, a malincuore, chiedere per sé la Bacchelli, un sussidio per continuare a vivere. Altro che ascensore sociale! Strati ha sempre pensato alla sua Calabria, se la è cucita addosso per sempre, come delle stimmate.

Saverio Strati, il primo dicembre prossimo, sarà insignito della “laurea ad honorem” in Scienze letterarie (Filologia Moderna) presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università della Calabria. Cosa ci dice?

L’Unical ha voluto con forza che a Saverio Strati fosse conferito tale titolo.  A tal fine, il ministro Gelmini è stato “incalzato” a più riprese perché firmasse l’autorizzazione di sua competenza. Tra i principali sostenitori di tal evento vi sono i Proff. Vito Teti, Nicola Merola, Margherita Graneri e Raffaele Perrelli, Preside della Facoltà di Lettere. Vito Teti (ordinario di Etnologia e Direttore del Dipartimento di Filologia e del Centro di Antropologie e Letterature del Mediterraneo) è amico dell’artista calabrese, si stimano da qualche tempo; l’etnologo di S. Nicola da Crissa ha pubblicato parecchi saggi sullo scrittore di S. Agata del Bianco, dove, oltre alla valenza letteraria, ha tratteggiato con maestria il valore antropologico della sua opera. A Saverio Strati, negli anni cinquanta, mancava solo la discussione della tesi per conseguire la laurea in Lettere. Subito venne la letteratura, il tempo doveva essere impiegato per edificarsi scrittore, e il titolo fu messo da parte, con grande dispiacere per i suoi genitori-contadini, che speravano tanto in un figlio laureato. Peccato che la salute cagionevole non consenta al nostro amato artista di partecipare all’importante cerimonia (a ricevere per lui la preziosa pergamena sarà sua nipote Palma Comandé, scrittrice); sarebbe bello assistere alla sua emozione, nel mentre – di certo- dedica la preziosa onorificenza anche ai suoi cari genitori.

Se le affidassero l’incarico di scrivere la motivazione della laurea ad honorem a Saverio Strati, cosa scriverebbe?

“ A Saverio Strati, nato a S. Agata del Bianco il 16 agosto 1924, è conferita la laurea ad honorem in Scienze Letterarie perché per mezzo dei suoi numerosi romanzi sulla civiltà contadina e l'emigrazione del popolo meridionale, ha saputo dare dignità e fisionomia a un mondo che, altrimenti, la cultura ufficiale avrebbe relegato ai margini, o, nella migliore delle ipotesi, trasformato  in mero folclore".­­­­­


mercoledì 13 ottobre 2010

Entroterra in agonia

PER SALVARE LE NUMEROSE ZONE INTERNE CALABRESI ORMAI IN AGONIA, BISOGNA NON PERDERE ALTRO TEMPO PREZIOSO

VI E’ IL RISCHIO CONCRETO CHE INTERE COMUNITA’ DELL’ENTROTERRA ABBANDONINO PER SEMPRE I LUOGHI D’ORIGINE

                                                                di Vincenzo Stranieri

Vivo da sempre in un piccolo comune della vallata La Verde (Locride). Credo di avere scelto una vita stanziale fin dall’infanzia, quando tutto appare vasto e privo d’incognite. L’adolescente, come è giusto che sia, pensa alla vita utilizzando i riferimenti più prossimi: la famiglia, gli amici, la scuola, i giochi, che rappresentano un mondo conchiuso, un bozzolo che attende di aprirsi al giorno che nasce.
Si era figli di contadini, negli anni ’60, pochi gli artigiani ed i professionisti. Le nostre madri, come pure nonni e zie, si presentavano ai nostri occhi come un unico blocco affettivo, simboleggiando le tradizioni e i riti della civiltà contadina: abiti neri indossati per la perdita di qualche familiare, donne davanti alle bocche dei forni comunali nell’atto di cuocere il pane prodotto con grano proprio, i dolci tradizionali, i giochi di un tempo e, soprattutto, la vita all’aria aperta, tra i vicoli stretti del paese, senza i pericoli dell’odierno traffico automobilistico. E’ vero, il mondo cambia, prosegue nel suo lungo cammino. Ma un adolescente non può capire che la vita è un viaggio, spesso accidentato, verso il cosiddetto mondo adulto: famelico e privo di scrupoli. E quindi anch’io non ero preparato a comprendere, crescendo, che la mia terra, la mia regione erano/ sono ancora sottosviluppate e che bisogna/va adoperarsi per mutare in meglio le cose.

martedì 5 ottobre 2010

CORRADO ALVARO (S. LUCA 1895- ROMA 1956)

Fu una piccola scossa di terremoto, che si sentì in un solo paese, un paese povero e quindi trascurabile. I giornali ne parlarono in tre righe, e non riferiscono che Procopio aveva perduto sotto le rovine della sua casa lo stipo che era il solo mobile da lui posseduto fin dal giorno delle nozze.

C. Alvaro, Piedi nudi, in  Il  meglio dei racconti di Corrado Alvaro, oscar Mondadori, Cles, 1990, pag.69)

E’ vero che le cose presenti non ci interessano più, ma i pensieri, gli affetti, i dolori di ieri, vengono avanti nella memoria come violenze e ingiustizie…brucio tutto ancora come le pietre che buttano nella notte le vampe del giorno estivo.

domenica 3 ottobre 2010

Maria Multari (A cantunera), Caraffa del Bianco..........


Maria Multari, (A cantunera) era figlia di un addetto alla manutenzione delle strade provinciali della vallata La Verde. Abitava in Via P. di Piemonte, in una casa piccola ma decorosa. Fu madre di ben sette figli maschi; una famiglia numerosa che i coniugi Alecci (lo sposo si chiamava Domenico Alecci, uomo buono e lavoratore onesto) hanno portato avanti con enormi sacrifici ma anche con gioia ed amore, mai facendo pesare ai loro figli le non poche difficoltà economiche cui bisognava adempiere.
A cantunera era una specie di chioccia. Noi bambini frequentavamo la sua casa tutti i giorni; giocavamo con i sui figliuoli più piccoli (Pietro, Mario e Aldo), specialmente e nucigli, cu piroci, a libera, cu gialoffu, u palloni,  ca carrozza i lignu. Non perdeva mai la pazienza, quando avevamo fame ci dava il buon pane fatto nei forni a legna, ci trattava come dei figli, insomma.

martedì 28 settembre 2010

L'ETA' MATURA DI SAVERIO STRATI

                LA SUA ARTE E’ LA TESTIMONIANZA DI UN IMPEGNO LETTERARIO CHE AFFONDA LE RADICI IN UN MERIDIONALISMO   PRIVO DELLE  ANTICHE SCORIE A SFONDO POPULISTISTICO.

                                                            di Vincenzo Stranieri

Quando Saverio Strati tornava nella sua S.Agata con una certa regolarità, nella casa della mitica contrada Cola da dove ha avuto inizio il suo importante viaggio letterario, ero ancora troppo giovane per capire appieno l’importanza della sua opera. Nelle nostre brevi chiacchierate (anni ’70), mi colpivano particolarmente due cose: la rabbia positiva che animava la sua arte, l’amarezza, profonda, dello scrittore per la gelosia, la totale mancanza di solidarietà e di spirito di aggregazione che stavano/stanno alla base dell’arretratezza culturale ed economica della Calabria. “C’è sempre stato in Calabria uno spirito feroce di autodistruzione; la storia stessa della nostra regione ha questa terribile impronta”. La stessa gelosia, o ignoranza, che ha impedito, nel 1977, quando gli è stato assegnato il premio letterario  Campiello per il romanzo  “Il Selvaggio di Santa Venere”, alla gente del suo paese di esprimergli  un augurio,  un semplice gesto capace di testimoniare l’orgoglio nei confronti del “compaesano” riconosciuto ancora una volta scrittore valente, testimone e prodotto  di una terra sì periferica e marginale , ma che, grazie anche ai suoi libri, poteva cominciare anch’essa il suo viaggio verso la cultura e dunque verso quel   riscatto socio- culturale agognato da secoli.

Lettera a Giuseppe Melina (S.Agata, 16.03.1920-14.09.2001)

Lettera a Giuseppe Melina

(che per tutta la vita  ha percorso la strada impetuosa  dell’arte)  


Il  tempo ha perduto le ore. Verrà il
giorno.  Entrerò nel cielo da una bassa porta. Sarò nella resurrezione con flauti e leggerò la vicenda-romanzo.
La grazia della zagara chiuderà l’onda breve della vita. E noi ( io, te amico lettore e tutti i convocati) ci allontaneremo dal disordine delle immagini e resteremo parola.
Resto solamente tempo. Lo spazio sarà cancellato dal sorriso di Dio.
(Francesco Grisi)

Caro amico,
fortuna che hai deciso di lasciare il mondo terreno in un tempo che ti ha impedito di assistere alle scene crudeli dell’11 settembre scorso, data da segnare per sempre nel calendario negativo della storia umana, perché, tutti dicono, rappresenta una svolta epocale nei rapporti tra gli uomini e le “diverse”, non necessariamente contrapposte, realtà di cultura.
La follia omicida ha voluto inaugurare alla grande il nuovo millennio e tocca combattere il terrorismo con tutti i rischi che la cosa comporta: incertezza di poterlo fare in tempi brevi e definitivamente, alto rischio di provocare la morte di civili innocenti.
Hai sempre detto, specie negli ultimi anni della tua feconda solitudine, che questo mondo non t’apparteneva, perché troppo legato alle ferree leggi dell’economia, proteso a cancellare le tracce di qualsiasi umanesimo, ormai preda di una tecnologia mistificatrice dei valori veri.
Non eri un rivendicativo, però, non lo eri da  tempo.
T’infastidivano le lagnanze, le denunce allo Stato assente. Sapevi che il problema era l’uomo, la sua vocazione o meno a mutare il corso negativo della storia.
Davi potere ad ogni singolo uomo, non più massa, gregge belante, ma individuo in grado di guardare all’esistenza con occhio non più rassegnato.
Che tutto stava mutando in fretta, una fretta quasi parossistica, t’era chiaro da tempo, e ne soffrivi.

sabato 25 settembre 2010

INVICTUS

INVICTUS
Dal profondo della notte che mi avvolge
buia come il pozzo più profondo che va da un polo all’altro,
ringrazio gli dei chiunque essi siano
per l'indomabile anima mia.

Nella feroce morsa delle circostanze
non mi sono tirato indietro né ho gridato per l’angoscia.
Sotto i colpi d’ascia della sorte
il mio capo è sanguinante, ma indomito.

Oltre questo luogo di collera e lacrime
incombe solo l’orrore delle ombre
eppure la minaccia degli anni
mi trova, e mi troverà, senza paura.

Non importa quanto sia stretta la porta,
quanto piena di castighi la vita.
Io Sono il signore del mio destino:
Io Sono il capitano della mia anima.

Invictus di William Ernest Henley

venerdì 24 settembre 2010

MASCHERE

MASCHERE

Gli atleti del successo
a tutti i costi s’alzano
di primo mattino,
gonfiano i muscoli del petto
come a darsi un contegno e,
quasi fosse cosa normale,
indossano una delle tante
maschere custodite
nei loro capienti armadi.

(Vincenzo Stranieri)

giovedì 23 settembre 2010

Intervista a Vincenzo Stranieri



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Di FRANCESCO ARDINO.
Com'è nata l'idea di questa corposa ricerca storico-antropologica?
L'idea è maturata circa dieci anni or sono, quando cominciai a partecipare alle iniziative del Centro di Antropologie e Letterature del Mediterraneo dell'Università della Calabria diretto dal Prof. Vito Teti.
Cosa significa Koiné?
E' un termine mutuato dall'antico dialetto greco, risale addirittura al periodo pre-ellenico. Significa mondo, universo, cultura. Pertanto, risulta adatto per definire le forme di un popolo e/o di una comunità. Mi è stato suggerito da un mio caro amico, Enzo Bartolo.
Ho notato che i pastori della Vallata La Verde - che nel libro trova ampio spazio, quasi ad essere elemento guida della sua ricerca antropologica,- si spostavano, specie quando l'erba era scarsa, dai luoghi montani verso la pianura. Dove, precisamente?
Anche per pastori della Locride la transumanza era un evento faticoso; pertanto, quando scarseggiava l'erba, erano costretti a trasferire i loro greggi presso i verdi pascoli di Marasà e Centocamere, poco lontano da Locri. Non le distanze percorse dai pastori d'Abruzzo, ma pur sempre uno sradicamento dai luoghi d'origine.
Nella premessa, lei accenna a curiosità e pregiudizi inerenti i pastori. Vuole meglio spiegarci di cosa si tratta?
Sui pastori vigevano tutta una serie di curiosità e racconti popolari a sfondo magico. Avendo modo di frequentare boschi e luoghi isolati, s'era affermato tra la gente dei villaggi vicini il convincimento che fossero depositari di eventi magici. Un albero, una caverna, un dirupo, un cespuglio, un elemento materiale significavano misteriose alchimie, riti maligni. Da qui tutto quel repertorio classico di folletti, ninfe, spiriti vari che, per la gente comune, riguardava la vita dei pastori, la loro natura aspra e selvaggia, il loro coraggio di vivere isolati e lontani dalle famiglie nei lunghi mesi invernali della transumanza, dormendo in ricoveri poco confortevoli, inadatti a ripararli dalle intemperie, specie quando le piogge cadevano ininterrottamente anche per diversi giorni.
Lei, unitamente al Prof. Teti, nel libro, sottolinea non poco il ruolo rivestito dai cultori locali. Vuole spiegarsi meglio?
Negli ultimi anni ho più volte avuto modo di verificare il ruolo per nulla secondario svolto dai cosiddetti cultori locali, che, senza clamore, "soffiano" sulla polvere della storia secolare dei nostri luoghi. Sono dei ricercatori in proprio che lavorano al di fuori dell'ambito universitario, e, spesso, nella più completa solitudine. In zona, per fortuna, il loro numero é in aumento. E ciò rappresenta un motivo di speranza. Quando Corrado Alvaro scrive in "Gente in Aspromonte": "E' una civiltà che scompare, e su di essa non bisogna piangere, ma trarre, chi ci è nato, il maggior numero di memorie", intende appunto sollecitare il recupero di quella coscienza storica senza la quale tutti gli avvenimenti perirebbero nel nulla. Conservare la memoria antropologica di una comunità - Vito Teti lo spiega molto bene nell'introduzione al libro- vuol dire scolpire l'uomo nel suo lungo viaggio verso la conoscenza, contribuire alla conoscenza di una civiltà millenaria che chiede, con diritto, una sua legittimazione storica.
Ma la pastorizia era realmente redditizia?
La pastorizia, nonostante tutto, è stata un importante strumento economico per la crescita delle comunità in cui veniva praticata, rappresentando quasi sempre una fonte di reddito certa.
Nel libro vi è un lungo capitolo relativo alla vocazione poetica dei massari e dei pastori della Vallata La Verde. Di cosa si tratta?
E' vero, la Vallata La Verde presenta significative peculiarità:. Un discreto numero di massari e pastori è cattolico praticante, e, cosa non certo secondaria, compone, pur se analfabeta, versi dialettali di notevole tensione lirica. Ho rintracciato quattro pastori/poeti e quattro contadini/poeti, tra cui una donna.
Per finire, cosa ha inteso affermare con la sua ricerca storico-antropologica?
Non ho di certo inteso proporre improbabili ritorni a saperi ormai estinti. Ho cercato, invece, di rileggerli per inserirli in nuove forme di saperi locali che non taglino i ponti col passato. Oggi dobbiamo amaramente registrare che quanti tentano di valorizzare le ricchezze e la bellezza della nostra regione non sempre ottengono risposte/proposte concrete presso i nuovi ceti sociali e politici.
(Da La Riviera del 14/03/2010) »