domenica 22 settembre 2013

GIOACCHINO CRIACO E IL POPOLO DEI BOSCHI-

da  “La Riviera”, domenica 30 giugno 2010 


                                     di Vincenzo Stranieri

Con Gioacchino Criaco, scrittore nato ad Africo (RC), la letteratura italiana ha inserito nel suo grembo un artista pregevole quanto inaspettato. “Anime nere”, romanzo d’esordio pubblicato da Rubbettino nel 2008, è divenuto, grazie al passaparola dei lettori, un caso letterario, facendo conoscere al grosso pubblico il popolo dei boschi, così Criaco ama definire i suoi pastori d’Aspromonte, che, con le loro gesta efferate, hanno, paradossalmente, contribuito alla conoscenza di un popolo ancora in fuga (Africo, paese aspromontano, a seguito dell’alluvione dell’ottobre 1951, è stato trasferito coattamente nelle lande desolate di un arido terreno adiacente capo Bruzzano, poco distante dal mare Ionio). Una diaspora che, per lo scrittore, sta alla base del demone delinquenziale che si è impadronito di un popolo per millenni abbarbicato sui crinali d’impervi costoni e che, per questo ed altro, stenta di darsi un’identità concreta.

“Caro Sisinio”, la lettera a Zito del 17 luglio 1994




di Enzo Stranieri
Non ho letto Eroi silenziosi di Angelo Jannone, Datanew, 2012, che narra i più importanti avvenimenti di cronaca italiana degli ultimi trent'anni. “La Riviera” di domenica 26 agosto u.s., p. 4, riferisce che Carlo Vulpio (vedi Corriere della Sera del 22 agosto 2012, pag.37) considera il volume in questione “un libro onesto”. Di certo è così. Ma spiace molto sapere che Jannone, nell’esercizio delle sue funzioni ( Ufficiale dell’Arma), per paura d’essere accusato di complicità geografica (è possibile dire così per chi vive e opera in Calabria?), pur convinto dell’innocenza del senatore socialista Sisinio Zito e di suo fratello Antonio, non seppe dire no, come lui stesso scrive, alla richiesta di sorveglianza speciale avanzata dalla Procura di Palmi per il fratello del senatore, pur certo che i due fossero estranei a ogni accusa. Il caso fa molto riflettere: un dolore incontenibile che ha radicalmente alterato la vita di due onesti cittadini. Ricordo che noi socialisti della Locride rimanemmo affranti, sconfortati, ma anche certi della completa innocenza dei nostri carissimi amici, nonché autorevoli compagni di partito. Ero affranto e arrabbiato, e ritenni giusto comunicare la mia vicinanza e il mio affetto a Sisinio e ad Antonio, scrivendo al primo, in data 17 luglio 1994, la lettera che segue:

Caro Sisinio,
il caso “giudiziario” che ha investito come un uragano te e Totò rivela aspetti più che kafkiani. Ne “Il processo” J.K. non conosce le ragioni del suo arresto. La forza coercitiva del Potere, alla fine, lo porterà a incolparsi di delitti mai commessi, a “morire come un cane”. 

venerdì 20 settembre 2013

L’antico dialetto dei paesi grecanici posti tra impervie montagne a metà strada tra Locri e Reggio Calabria . A Salvino Nucera (Chorìo di Roghudi, 1952) si deve un innovativo ampliamento degli orizzonti compositivi con un percorso che tenta di coniugare una lingua molto arcaica, dall'aspro e, talvolta, ristretto bagaglio lessicale con nuove esigenze espressive.



di  Vincenzo Stranieri
Ho letto con piacevole sorpresa, nonché con un certo ritardo, le poesie di Salvino Nucera pubblicate dall’editore Qualecultura- Jaca Book di Vibo Valentia (1999),  intitolate Chimàrri (Rivoli). Avevo già apprezzato l’animo lirico dell’autore  in  Chalònero (Sogno svanito), primo romanzo in assoluto della letteratura in lingua greca di Calabria, e nella raccolta di poesie Agapao na graspo (Amo scrivere). Come per le due opere citate, anche in Chimàrri, oltre  alla versione in dialetto grecanico, vi è a fronte quella in lingua italiana.

POETI CONTADINI/ PASTORI DELLA VALLATA LA VERDE NEL PRIMO CINQUANTENNIO DEL NOVECENTO



                                                di  Vincenzo Stranieri
Nel numero scorso abbiamo affrontato il tema della poesia popolare alla luce di un’interessante inchiesta giornalistica di “Vie Nuove” (anno IX, n, 1, 4 gennaio 1953, p. 12) a proposito di alcuni poeti contadini/pastori della vallata “La Verde”.

“La memoria antropologica” di Antonino Mazza, poeta, traduttore, editore, che emigra in Canada dalla Calabria nel 1961, e che ha studiato letteratura inglese, letteratura comparata e filologia romanza presso la Carleton University, l’Università di Toronto e la Scuola Normale Superiore di Pisa. Attualmente vive a Ottawa. La nostra casa è in un orecchio cosmico, primo impegno poetico di Antonino Mazza, è una testimonianza della crescente realtà intellettuale della comunità italo-canadese.



                                                         di Vincenzo Stranieri 
 La realtà dell’infanzia insegue l’emigrante storico in modo ossessivo; egli vive una doppia condizione psicologica: il passato, che per il fatto di trovarsi in una posizione non secondaria della mente, può essere definito tempo presente, è la realtà d’ogni giorno, che richiede fatica, sforzi d’integrazione non indifferenti.

giovedì 15 agosto 2013

L’OTTANTESIMO COMPLEANNO DELLO SCRITTORE SAVERIO STRATI (S.AGATA DEL BIANCO, 16/08/1924)


LA SUA ARTE E’ LA TESTIMONIANZA DI UN IMPEGNO LETTERARIO CHE AFFONDA LE RADICI IN UN MERIDIONALISMO   PRIVO DELLE  ANTICHE SCORIE A SFONDO POPULISTISTICO

                                           di Vincenzo Stranieri

Quando Saverio Strati tornava nella sua S.Agata con una certa regolarità, nella casa della mitica contrada Cola da dove ha avuto inizio il suo importante viaggio letterario, ero ancora troppo giovane per capire appieno l’importanza della sua opera. Nelle nostre brevi chiacchierate (anni ’70), mi colpivano particolarmente due cose: la rabbia positiva che animava la sua arte, l’amarezza, profonda, dello scrittore per la gelosia, la totale mancanza di solidarietà e di spirito di aggregazione, che stavano alla base dell’arretratezza culturale ed economica della Calabria. 

Laurea ad honorem a Saverio Strati



                             Intervista   di Francesco Ardino a  Vincenzo Stranieri

D: Lei ha scritto alcuni interessanti saggi su Saverio Strati dai quali si evince una frequentazione culturale con l’autore de La Marchesina (1956), se pur limitatamente ai periodi in cui l’artista faceva ritorno nella sua casa di contrada “Cola” in S. Agata del Bianco, suo paese natio.

venerdì 19 aprile 2013

CARLO BADIA E L'ARTE (Racconto breve del 1984)



L'arte  attendeva al varco  Carlo Badìa con la pazienza maligna di una pianta carnivora. Come la città, che mai lo aveva incluso nel suo grembo . O come il paese, che lo aveva costretto a una fuga precipitosa. Anche Luigi, amico d'infanzia, era caduto nella rete del tradimento, la sua bella era scomparsa nel traffico impietoso della città.
 Ti vedo cittadina,
 contadina dai piedi scalzi.
Il tuo abbandono aumenta
la mia inerzia, il tremore
delle mie mani callose.
  ( Luigi)
 Carlo mitizzava la più semplice delle sue azioni, ostinandosi a celebrare se stesso. Solo un avvenimento eccezionale lo poteva distrarre dalla rupe, dai suoi famelici abissi.

giovedì 11 aprile 2013

Trasformiamo il mondo degli anziani non in un esercito di reietti ma in strenui difensori della natura, diamo loro il privilegio, per dirla con V. Shiva, di correre “nella foresta ad abbracciare i tronchi che i tagliatori stanno per abbattere".


Le ultime proiezioni demografiche mostrano che un po’ tutta la popolazione mondiale sta invecchiando. Infatti, tranne i soliti paesi (Africa, Cina, Asia) che producono figli senza curarsi- almeno per ora- delle teorie di Malthus, il resto delle nazioni, specie quelle europee, viaggiano verso la crescita zero,  che non lascia ben sperare per il futuro.

martedì 19 febbraio 2013

La barca di Leo ( racconto scritto nei primi anni ’80)- Pubblicato su "Il Quotidiano della Calabria" Domenica 24 marzo 2013, pag.20-



Leo rinforzò con degli assi di legno le finestre. Era questione di tempo, le case
non avrebbero retto a lungo alla violenza del vento. La montagna aveva
ingoiato fiumi d'acqua: poteva cedere all'improvviso.

martedì 11 dicembre 2012

LA ZINGARELLA CHE VOLEVA LEGGERE LA MANO ALLA MADONNA

Elisabetta Pulitanò (Caraffa del Bianco (RC), 20 ottobre 1925) è una contadina  piena di amore per la vita e  conserva lunga memoria sugli avvenimenti di cui è stata protagonista. E’ una vera miniera di canti religiosi, di poesie in vernacolo, racconti popolari.

sabato 8 dicembre 2012

Polvere di Farina nel caso Sallusti.


(Pubblicato su “Il Quotidiano della calabria”, giovedi 6 dicembre 2012, pag.21).

Trasformare Sallusti in un eroe è  una cosa sgradevole  che, purtroppo, rispecchia per intero la scarsa credibilità umano-culturale della nostra martoriata penisola.

lunedì 29 ottobre 2012

LA FORTUNA DI CHI CREDE IN UN DIO "DISTRATTO"

 S.Agata, 27 dicembre 1998, ore 7,50.
La fortuna di chi crede in un Dio è grande. Se è vero che le deleghe creano il potere, poca colpa è delegare la propria anima (trattasi dell’uomo che non sa perché esiste a questo mondo e a questo modo) a colui che è, alla potenza di chi non ha bisogno del tempo e dello spazio e che incarna totalmente il tutto.
 Ma forse perché distratto, forse perché assonnato, da secoli Dio lascia gli uomini nel freddo, non interviene quando la lotta fratricida ammette la lama del machete ed i missili sibilano dentro i cuori di popoli inermi.
Dio s’è distratto, dunque, e l’uomo ne approfitta.
Oppure, come spesso la ragione detta agli uomini, non esiste, è un’invenzione per non sentirsi solo nel vuoto dell’eterno Universo.
Ma se Dio esiste, pure se distratto, quando aprirà gli occhi sul mondo griderà più di Munch per l’orrore commesso in sua assenza.
Sarà un Dio solo (privo dello specchio umano che, pur se deforme e spesso privo di colori e luce) che a caro prezzo avrà pagato l’attimo in cui degli uomini poco s’è curato.
Non lo specchio umano, ma una palude limacciosa e fetida, un inferno solitario e maligno, incapace di specchiare le fattezze di Dio, del suo mondo senza fine.







sabato 27 ottobre 2012

UN FITTO ORIZZONTE SEGNATO DI SCURO

S.Agata del Bianco, 4 aprile 1994
L’altro ieri ho incontrato una ragazza da tempo emigrata al Nord. Si trovava in paese per il funerale di un suo parente.

mercoledì 24 ottobre 2012

L'UOMO COME PROIEZIONE D'INFINITO NELLO SPAZIO

Credo sia profondamente vitale bandire l’idea che vuole la condizione dell’esistenza come definita (statica), altrimenti porremmo l’uomo nell’incapacità di progettare il domani, sull’orlo del baratro, senza alcuna possibilità di sviluppare un rapporto armonico col mondo. Un’esistenza, questa, simile ai giorni di scarsa luce, quando si è incapaci di catturare un barlume di scolarità. L’uomo non può accettare che siano gli eventi a governarlo, a renderlo marionetta. Lo so, può sembrare una rivolta azzardata. Si tratta di non rassegnarsi, di non cedere alla tentazione che comunque si è in balia degli accadimenti.
Se anche gli animali si ribellano all’attacco dei giorni poco provvidi, senza però possedere strumenti idonei per mutare la loro condizione di inferiorità, perché l’uomo, pur nella consapevolezza che la fine è sempre in agguato, non può adoperarsi come se il tempo fosse eterno, quasi una proiezione d’infinito nello spazio?

lunedì 22 ottobre 2012

UN FOGLIO DAL LIEVE FRUSCIO

S.Agata del Bianco (Appunto del 14 marzo 1994).
Ieri osservavo mio figlio Federico (cinque mesi e mezzo) stringere tra le manine un foglio di quaderno che, dietro l’incalzare della piccola presa, produceva un lieve fruscio. Lo so, può sembrare assurdo soffermarsi su una scena di questo tipo. Ma il mio pensiero è andato subito ad occuparsi del significato delle cose. Certo, mio figlio, data l'età, non ha potuto razionalizzare il suo rapporto col foglio bianco, la sua curiosità era dettata più da un dato istintivo. Tuttavia, pure gli adulti cedono all’istinto e in nome del possesso delle cose commettono follie, dichiarano guerre fratricide, calpestano popoli inermi. Oggi, nel pieno fulgòre della civiltà dei consumi, siamo circondati, meglio invasi, da una quantità di oggetti in buona parte inutili. Nella civiltà contadina, invece, il valore degli oggetti era assoluto, doveva avere in sé il senso dell’utilità, ed era custodito come qualcosa di importante, per non dire vitale. Un recipiente di terracotta era vitale per dissetarsi, una giara doveva custodire l’olio per più annate. Viene in mente il romanzo “ L’uomo è forte ", di Corrado Alvaro, scrittore europeo nato alle falde dell’Aspromonte (S.Luca). Egli vi narra la coercizione dei sistemi totalitari. I personaggi sono immersi in un’atmosfera più che kafkiana, in un mondo dominato dal sospetto, dove tutto diviene colpa, anche l’amore. Il regalo di un’arancia grossa e succosa rappresenta l’elemento più “ umano”, ricorda la solarità e la limpidezza del mare, il calore culturale di un popolo contrapposto al grigiore cupo del Potere. Gli oggetti, dunque, non sono senza voce (senza volto), possiedono dei valori fortemente simbolici. Oggi, purtroppo, le cose sono adoperate come mezzo di rappresentazione (status symbol), come strumento per affermare in modo “ forte” la propria presenza.  Federico, intanto, continua il suo gioco innocente.















mercoledì 17 ottobre 2012

VERBO POPOLARE DA PRESERVARE


E’ da parecchio tempo che penso sia giusto ed utile organizzare un gruppo di lavoro col compito di registrare le voci, la parlata, il dialetto, insomma, delle diverse generazioni dei nostri piccoli paesi.
La memoria di un popolo è una ricchezza inestimabile da conservare “religiosamente”.
Gli anziani- ad esempio- sono un “archivio umano” unico e singolare, sono i custodi della civiltà contadina, ricca di valori millenari, in grado di posizionare l’uomo al centro della vita, lontano dall’odierna emarginazione e indifferenza.
A Roma, esiste un centro studi fonetici, mi pare questo il suo nome, dove sono custodite circa 250.000 voci.
A prima vista potrebbe sembrare un laboratorio per specialisti della materia (filologi, glottologi etc), invece, a parte gli studi suoi suoni, sul ritmo della parlata, l’archivio evidenzia che v’è il rischio reale di perdere per sempre le nostre radici linguistiche, i nostri idiomi e quindi la nostra cultura.
Nei nostri piccoli paesi si è forse ancora in tempo a promuovere iniziative tese al recupero della nostra memoria linguistica.



martedì 16 ottobre 2012

ELIETTA (SULLA STRADA DELLA VITA)

Elietta

Elietta si era svegliata all’improvviso, aveva fatto un brutto sogno. Andò in bagno e si sciacquò il viso. Si guardò allo specchio, era tesa in volto, qualcosa l’aveva angustiata nel sonno. Ricordava un granchio gigantesco che la inseguiva sulla spiaggia del suo paese riverso da secoli su una marina ricca di scogli e piccole baie.

DOMENICO MISITANO, I MAESTRI DEL CUORE.

S.Agata del Bianco, 25 gennaio 2014
                                         di Vincenzo Stranieri
Il maestro elementare Domenico Misitano (Samo di Calabria (Caraffa del Bianco), 2 dicembre 1933), ha di recente ripubblicato il suo poema giovanile “I maestri del cuore”, Franco Pancallo Editore, Locri, 2014, composto da  28 canti, l’ultimo a mo’ di congedo dal mondo della scuola dove ha trascorso un’intera vita assieme a ragazzi desiderosi di conoscenza e affetto, sempre in pieno dialogo con i colleghi: stimati e voluti bene come fratelli.

IL VINO ROSSO DEL MIO AMICO

L’amico col quale sto parlando è rimasto impigliato nel velo di un vino robusto. No, egli ragiona, ma è pure accarezzato da una leggerezza lieve, quasi un soffio di vento, che lo spinge verso gradevoli metafore.

sabato 13 ottobre 2012

Pietra di pomice sull'animo umano (per ammorbidirlo)

La storia non è possibile raccontarla, Daviddù,

a meno che non si diventi un profeta

con lo sguardo rivolto all’indietro.

O, meglio, non si diventi un angelo

che attraversa la Storia

con le spalle rivolto al futuro. (D.Enia)



Che bella sorpresa la lettura di alcuni racconti di Davide Enia, trentottenne palermitano con alle spalle una notevole produzione letteraria oggetto di numerosi premi!

giovedì 2 agosto 2012

PRIMA E SECONDA GUERRA MONDIALE - I SOLDATI DELLA VALLATA LA VERDE-

 La guerra non può essere modificata, deve essere abolita.  
Albert Einstein
Come al tempo delle lance e delle spade,
così anche oggi, nell'era dei missili, a uccidere,
prima delle armi, è il cuore dell'uomo.
Papa Giovanni Paolo II

Questa sezione è dedicata ai soldati (morti, dispersi e reduci) della nostra vallata che hanno partecipato alle due terribili guerre mondiali del secolo scorso.
Chiunque sia in possesso di documenti, foto, lettere e/o altro, è invitato a contattarmi (tel.0964/956683- cell. 338-3191977, e-mail: vincenzostranieri@hotmail.com).
L’intento è di creare un archivio di memorie che possa farci ricordare il loro sacrificio, le loro giovani vite inghiottite dalle follie belliche che hanno animato (e che ancora animano, purtroppo) "uomini" privi di scrupoli e amore per il prossimo.

ELENCO  CADUTI (nati in Caraffa del Bianco) DURANTE LA PRIMA GUERRA MONDIALE -1915-1918

1) ALAFACI FRANCESCO ROSARIO DI PAOLO soldato 1° reggimento granatieri, nato il 7 ottobre 1896 a Caraffa del Bianco, distretto militare di Reggio Calabria, morto il 28 agosto 1917 a Roma per ferite riportate in combattimento.

2) ALVARO GIUSEPPE DI VINCENZO soldato 70° reggimento fanteria, nato il 1° ottobre 1895 a Caraffa del Bianco, distretto militare di Reggio Calabria, disperso il 27 ottobre 1917 in combattimento.

mercoledì 18 luglio 2012

FINALMENTE RISTABILITA LA VERITA' STORICA SULLA CHIESA MATRICE S. MARIA DEGLI ANGELI DI CARAFFA DEL BIANCO (RC), PIAZZA UMBERTO I


PROLOGO
Da piccolo, quando il paese non aveva confini e noi ragazzi girovagavamo indisturbati per le antiche "rughe”, amavo guardare da alcune feritoie del grosso portone di legno rovinato dalle intemperie l’interno della S.Maria degli Angeli” ormai abbandonata a se stessa.
Riuscivo a intravedere il colore azzurro chiaro delle pareti, alcune cornici bianche nei pressi della cupola, i gradini di legno che portavano al ballatoio dove era sistemato un mastodontico organo a canne.

sabato 7 luglio 2012

CARAFFA DEL BIANCO: ANTONIO (NTONI) VIGLIANTI, MASSARU DI LATTARE (CAPRE E PECORE).

La seconda edizione del mio lavoro La Koinè agro-pastorale nella Locride (Massari e pastori tra medievo e modernità, ed. AGE, Ardore Marina, 2010, spero disponibile  in tempi brevi, prevede, oltre alla consueta  operazione  di errata/corrige, l'ampliamento di alcuni capitoli, il censimento di nuove famiglie di massari e pastori prima non rilevate, foto e documenti d'archivio inediti.

mercoledì 27 giugno 2012

Intervista di Francesco Ardino a Vincenzo Stranieri, a proposito della laurea ad honorem in filologia moderna conferita dall'Unical al grande scrittore nativo di S.Agata del Bianco (RC)


DI FRANCESCO ARDINO

D: Lei ha scritto alcuni interessanti saggi su Saverio Strati dai quali si evince una frequentazione culturale con l’autore de La Marchesina (1956), se pur limitatamente ai periodi in cui l’artista faceva ritorno nella sua casa di contrada “Cola” in S. Agata del Bianco, suo paese natio.

lunedì 4 giugno 2012

NO ALLA PORNOGRAFIA DEL DOLORE DEI SALOTTI TELEVISIVI

da "Il Quotidiano della Calabria", 4 giugno 2012, pag.11

                                             Vincenzo Stranieri
In tempi remoti (stante, naturalmente, la percentuale elevatissima di analfabeti) l’informazione raggiungeva poche menti ed era alquanto selettiva (da considerare, pure, che la diffusione dei moderni mezzi di comunicazione è recente).
La pagina di un qualsiasi quotidiano d’oggi raccoglie una mole di notizie che un uomo del Settecento - ad esempio- avrebbe ottenuto in non poche decine d’anni.
Notizie su notizie, rigagnoli d’inchiostro viaggiano per il mondo in cerca di fedeli lettori. Ma la notizia, oggi, corre, anzi dilaga, per mezzo di internet, si mescola a immagini colorate pregne di proposte varie, ed appare difficile appropriarsi veramente di questa neo-babele che blatera dettagli su
dettagli, proponendo, spesso, una realtà virtuale fatta di niente.
Meglio oggi che ieri, naturalmente, ma è pure opportuno quanto necessario capire che qualsiasi cervello umano non è in grado di sopportare questo bombardamento mediatico quotidiano.

mercoledì 23 maggio 2012

Un ordigno con tre bombole di gas è esploso davanti all'Istituto professionale Morvillo Falcone di Brindisi nella mattina di sabato 19 maggio u.s. È successo tutto intorno alle 7.50, quando i ragazzi stavano per entrare a scuola. Sei gli studenti rimasti feriti, una ragazza non ce l'ha fatta. Si tratta di Melissa Bassi, 16 anni.

MELISSA BASSI, 16 ANNI
Un vera e propria mattanza, questo lo scopo vero degli attentatori. Cercavano la strage: vile quanto inutile, ma una strage, con protagonisti giovani studenti inermi. Orrore e sgomento, paura e smarrimento, questi i sentimenti di fondo che rabbuiano l’animo per quanto accaduto.

Sono morti per una società migliore

Giovanni Falcone e Paolo Borsellino
Falcone, Borsellino, gli uomini delle scorte sono morti per una società migliore, come pure tutti i servitori dello Stato che prima e dopo di loro ci hanno lasciato in eredità, donandoci le loro giovani vite, il convincimento che solo coltivando  il seme della legalità è possibile sperare in  un mondo migliore.

martedì 1 maggio 2012

Grillo è persona pericolosa e a corto di idee. (Il Quotidiano della Calabria, 30 aprile 2012, p11)

                                            di Vincenzo Stranieri
Mentre l’Italia è preoccupata perché l’ex di Emma si è fidanzato con Belen Beppe Grillo il populista arringa le folle plaudenti, si diverte nella sua comicità dell’assurdo. Non è Beckett, non è Ionesco, ma lui corre per la sua strada, sfida il destino, insulta tutto e tutti, compreso il buon Napolitano.

martedì 6 marzo 2012

Lucio Dalla: Il piccolo pirata delle isole Tremiti è tornato nelle profondità del suo mare

                                                 di Vincenzo Stranieri

E’ bene che su Lucio Dalla si chiuda almeno per un po’ il sipario dei ricordi: una grandinata di memorie più o meno note  da giovedì passato ingolfano la stampa e i palinsesti televisivi. Il folletto bolognese se ne è andato proprio  quando la sua musica aveva cominciato un’altra  tappa europea.

venerdì 17 febbraio 2012

UN CRETINO DI TALENTO AL FESTIVAL DI SANREMO (Pubblicato su "Il Quotidiano di Calabria" il 16 febbraio2012, p.15)

                                                   di Vincenzo Stranieri

 Giorgio Bocca ebbe a definire Adriano Celentano un “cretino di talento”. L’ossimoro stava a  stigmatizzare che al molleggiato andavano comunque riconosciute un’ottima voce e una buona presenza scenica. Sui contenuti dei sermoni del nostro, però, Bocca nutriva non pochi dubbi. E aveva ragione: Adriano è un mito in piena decadenza senile. Chiedere che “Avvenire” e “Famiglia Cristiana”  vengano chiusi perché giornali inutili e ipocriti è un fatto grave, somiglia non poco a un editto proferito con la stesso io ipertrofico dal nostro ex Presidente del Consiglio Berlusconi in quel di Bulgaria nei confronti d’importanti trasmissioni televisive Rai. Quest’ultima- servizio pubblico che deve dare conto ai suoi contribuenti e non solo- non può lasciare libero arbitrio al molleggiato, che, poveretto, cita le Sacre Scritture come il menu  di una qualsiasi trattoria. Ho provato un fastidio prima epidermico che, nel corso del suo comizio-predica, si è trasformato in profondo disagio. Possibile, mi dicevo, che la nostra bella nazione coltivi ancora nel suo grembo fanatici di tale fattura? E perché nel tanto agognato paradiso da Adriano non vi è posto per gli ebrei e altre “religioni  minori”, ma solo per cristiani e musulmani?
Passino i sermoni contro: la caccia, lo sfruttamento delle risorse del pianeta, le politiche pro-atomica, le guerre nel mondo, il desiderio di pace. Tutti bei propositi, di certo sinceri. Ma come non accorgersi che il mezzo televisivo pretende sempre e comunque equilibrio e buon senso, che non è giusto approfittare dell’inedia di alcuni funzionari Rai per proferire accuse gratuite pregne di un’ignoranza ai limiti del comico-grottesco. Sarebbe stato meglio pagarlo profumatamente il molleggiato, di certo non avrebbe proferito al cuna accusa gratuita, sarebbe stato attento al suo bel cachet.  Celentano è uno che legge poco, o legge a suo modo. Non sa -a esempio- che proprio “Avvenire” e “Famiglia Cristiana”  sono da pungolo alla chiesa, la sollecitano a stare accorta, le chiedono di essere più a fianco dei poveri, dei diseredati. Specie “Famiglia Cristiana”, ha in non poche occasioni alzato la voce contro il Vaticano, le sue interne divisioni, le sue lotte intestine per il potere terreno (sic!). E poi vi è la scrittura: in entrambi gli organi di stampa collaborano intellettuali di rango, uomini che sanno quello che fanno, che scrivono con un linguaggio robusto e pregno di idee.
La chiesa non è tabù, è vero, ma non può essere oggetto di villanie gratuite e prive di senso.
Una realtà millenaria così complessa, fortemente radicata nel mondo      non può essere oggetto di accuse beffarde. C’è in giro tanto desiderio di schernirla, di stravolgerne le sue forme migliori. Ciò accade, oltre che per malafede, per mancanza di memoria. 
Quanti hanno voglia e/o interesse di ricordare che la chiesa non ha di certo atteso l’avvento della civiltà della macchine (vedi rivoluzione industriale) per costruire le grandi opere architettoniche che ancora oggi   ammiriamo, tantomeno l’avvento dei computer o di internet per elaborare, memorizzare e poi trasmettere il sapere alle generazioni future.  Lo hanno fatto schiere di pazienti amanuensi, monaci che hanno impegnato la loro vita a trascrivere le grandi opere del pensiero umano.
Quale altra religione monoteista al mondo parla con tanta insistenza di solidarietà, accoglienza, accettazione del cosiddetto diverso, in un’epoca in cui le migrazioni forzate sono all’ordine del giorno e tutto sembra modificare le certezze socio-economiche acquisite dal mondo occidentale?
Chi, specie nel mondo del volontariato, si sostituisce allo Stato, spesso incapace di affrontare i problemi di gente meno fortunata? E questo quando ancora oggi in Africa, in Cina, in America latina le comunità cristiane vengono trucidate senza pietà, costrette a vivere come al tempo delle catacombe.
Come non accorgersi che- nonostante tutto- la chiesa è l’ultimo baluardo alla barbarie che sta avviluppando il mondo? I cristiani veri, che poi sono la maggioranza, non organizzano stragi, non progettano bombe allo scopo di ridurre a brandelli ciò che stupidamente è dagli altri considerato un nemico da abbattere.
La chiesa ha saputo- dopo secoli, è vero- stanare, combattere ed annientare i  propri fondamentalismi. Come non ricordare- a esempio- le parole accorate di Papa Wojtyla contro la guerra in Iraq che Bush, dopo l’attacco sanguinoso alle due torri gemelle- ha voluto dichiarare anche in nome di Dio, o almeno sperando nella sua clemenza?
La chiesa è fatta di uomini, che in quanto tali sbagliano, compiono azioni indegne, malvagie. Uomini che adottano come mezzo di potere la tracotanza ed il sopruso continuo. Ma quanti sono, qual è il loro numero? Possono - da soli- infangare una religione millenaria di una così straordinaria rilevanza?
Epperò deve avere coraggio, la chiesa, deve denunciare con maggiore forza e concretezza i misfatti perpetrati per le vie del mondo e -all’occorrenza- autodenunciarsi.
Non deve avere paura di riconoscere gli errori dei suoi rappresentanti. Altrimenti semina pregiudizi e disonore su tutti i suoi fedeli, milioni di anime che coltivano ancora amore e speranza.
Ma non sarà un Celentano qualsiasi a far chiudere due testate importanti come “Avvenire” e “Famiglia Cristiana”. Ci mancherebbe!

venerdì 20 gennaio 2012

IL CIMITERO DI CARAFFA -S.AGATA E CASIGNANA ( 1924-1938)- FOTO INAUGURAZIONE DEL 4 NOVEMBRE 1938. CHI DI VOI RICONOSCE I PROTAGONISTI?

Inaugurazione  Cimitero -Foto del  4.11.1938- Sezione combattenti di S.Agata alla  Prima Guerra Mondiale-

La foto è stata scattata all’interno del nuovo cimitero in zona Faccioli, realizzato ad opera dei suddetti ex combattenti. E’ possibile riconoscere il podesta di Samo di Calabria, avv, Rocco Mezzatesta.

giovedì 12 gennaio 2012

“Per coraggio e per paura”, romanzo d’esordio di Palma Comandé, narra di una storia vera ed amara: i morti di Cefalonia durante la seconda guerra mondiale

                            Vincenzo Comandé, padre della scrittrice e  protagonista
del romanzo, è uno degli 11.700 combattenti della Divisione Acqui, sorpresa  all’indomani dell’8 settembre 1943 sull’isola greca di Cefalonia e decimata dai tedeschi, mentre l’Italia di Badoglio stava a guardare


   di Vincenzo Stranieri

La guerra ha tentacoli lunghi, avvinghia la preda senza alcun preavviso, distrugge i popoli, rigonfia di sangue i fiumi della storia umana, poi, sazia ma non doma, si nasconde nel sordido spazio di quanti coltivano il seme della non memoria.

mercoledì 21 dicembre 2011

A proposito accise e di lacrime e sangue. Lettera a un amico lontano

                      DI VINCENZO STRANIERI *
Caro amico, rispetto profondamente la tua rabbia, il tuo disappunto. Ma se dovessimo disquisire sull'argomento per mezzo della parola scritta, allora il discorso pretenderebbe una piega diversa, meno “semplicista” per come l'ho voluta intavolare.

venerdì 9 dicembre 2011

"LA PROVINCIA UMANA” NE I “RITRATTI” DI GIUSEPPE ITALIANO

 RIVISITAZIONI                                              di Vincenzo Stranieri

Nel suo primo lavoro diaristico-narrativo, Ritratti, (Editoriale Progetto Parallelo 2000, Cosenza, 1995), la cosiddetta realtà esterna risulta agli occhi di  Giuseppe Italiano un patrimonio che, se non appuntato a mo' di ritratto, scompare per sempre, non appartiene al vissuto.

domenica 4 dicembre 2011

"Colloqui con il padre” di Fortunato Nocera narra di un mondo antropologico che, come insegna Corrado Alvaro, abbiamo il dovere di ricordare

                                     
                                                    di Vincenzo Stranieri


Fortunato Nocera è un amico caro che lavora in silenzio per il miglioramento della nostra amata terra.  E’ stato tra i promotori della Fondazione Corrado Alvaro in S. Luca ed ha al suo attivo diversi scritti.

venerdì 2 settembre 2011

Le donne di Roghudi

«Il macigno di cui sono costruiti molti Paesi dell’Italia meridionale è stato portato sulla testa delle donne. Ho visto uomini sotto gli stessi pesi come una dannazione, non ho mai veduto in una donna sotto l’inumano fardello un’espressione diversa dalla fedeltà alla fatica. L’impressione di queste donne di fatica è di un gruppo in cui tutto quanto è grazia, intimità, fragilità regna sovrano e vince la stessa pena». (Corrado Alvaro  Le donne che portano pesi).

venerdì 26 agosto 2011

Caraffa del Bianco- Rione Torre- 23 Agosto 2011, ore 18,30- Inaugurazione Casa della Salute-



La macchina, pur malandata, percorre veloce la provinciale che mi porta in paese sobbalzando per via della strada sconnessa a dismisura. Sono in ritardo, mi ripeto contrariato. Accendo la radio per allontanare il nervosismo. Un giornalista della CCNN, in un inglese alterato e quasi stridulo, annuncia che il bunker di Gheddafi è stato distrutto dai ribelli e che il colonnello è stato messo in fuga. Morte, distruzione, tanto sangue è costata questa strana rivoluzione targata anche FB. Mi aspettano in paese per moderare il dibattito introduttivo dell’inaugurazione della Casa della Salute di Rione Torre.

sabato 6 agosto 2011

LE BIONDE DONNE DELL'EST (Brandelli di vita d'infelici badanti) 1998

Con i muri sono caduti anche i veli. Le società dell’Est Europa sono così apparse nel loro reale grigiore  socio-economico.

mercoledì 27 luglio 2011

L’ARTE DELLA “RESTANZA” DI DON MASSIMO ALVARO

                               
DI VINCENZO STRANIERI*

Su FB (facebook) tanti sono stati i post attestanti la sincera vicinanza ai familiari di Don Massimo Alvaro. Persone ora residenti al Nord, suoi ex alunni intristiti per la morte del caro Maestro.

lunedì 28 febbraio 2011

LE VIE DEL CANTO Nel recentissimo saggio-racconto Pietre di pane (Un’ antropologia del restare), Quodlibet, Macerata 2011, Vito Teti, antropologo, narra l’avventura del restare- la fatica, l’asprezza, la bellezza, l’etica della “restanza”. Pubblicato su "il Quotidiano della Calabria", giovedi 24 febbraio 2011, pag.46

di Vincenzo Stranieri
I poeti non hanno bisogno di viaggiare, conoscono spazi infiniti, volgono il loro sguardo su distese dove non giunge nemmeno l’occhio insolente dei nuovi sistemi satellitari, perché la visione d’insieme  di  un poeta, il suo radar intellettuale è in grado di opporsi  a chi crede- e sono in molti, purtroppo- di  poter trasformare l’esistenza vera in realtà virtuale, costruita sulla totale finzione.

martedì 8 febbraio 2011

IL POTERE NEL PENSIERO DI CORRADO ALVARO

                                            di Vincenzo Stranieri

Intellettuale dalle letture insospettate (tutte sotto il segno della migliore tradizione della cultura occidentale), mai si è comportato come un Bertoldo alla corte del principe. L’uomo è forte” è un romanzo dove l’impegno civile dello scrittore nato a S.Luca si evidenzia in una luce particolare.

IL RUOLO DEL CORPO NELLA SOCIETÀ ANTICA E CONTEMPORANEA

              di Vincenzo Stranieri

Non conosco l’intimo motivo che mi ha fatto collegare il saggio di Carmelo Carabetta Corpo forte e pensiero debole. Immagine, efficientismo, edonismo, sessualità e corpo umano nel postmodernismo, Franco Angeli Editore, 2007, ad “Immobilità”, poesia d’amore di E. Evatušenko.

giovedì 9 dicembre 2010

APPELLO GENERAZIONALE

Quello che chiedo a tutti, specialmente alla mia/nostra generazione, è di non tradire la nostra infanzia, di custodirla come un dono prezioso e di pensarci ancòra "cotraregli" con nel cuore la voglia di dare al prossimo il meglio di noi stessi. Io vi porto tutti nel cuore, e, quando la solitudine m'inquieta più del dovuto, percorro le nostre "rughe" silenziose dove neanche i cani latrano, le finestre sono sbarrate e ognuno é in attesa del giorno. In quei momenti ritorno bambino e assieme a tutti voi ripercorro festoso le vie popolate della nostra  infanzia.Amo la mia/nostra terra perché mi protegge dall'urbanesimo forzato, mi offre serenamente tutta la sua storia antropologica.

martedì 30 novembre 2010

Il senso dei luoghi. Memoria e storia dei paesi abbandonati (Donzelli, Roma 2004, pag.597,euro 32, prefazione di Predrag Matvejevic) di Vito Teti, docente d’Etnologia presso l’Università della Calabria, dove dirige il Centro di Antropologie e Letterature del Mediterraneo,


                                         di Vincenzo Stranieri *
Il senso dei luoghi. Memoria e storia dei paesi abbandonati (Donzelli, Roma 2004, pag.597,euro 32, prefazione di Predrag Matvejevic) di Vito Teti, docente d’Etnologia presso l’Università della Calabria, dove dirige il Centro di Antropologie e Letterature del Mediterraneo, è un viaggio intellettuale dentro l’animo dei numerosi paesi abbandonati di Calabria, i cui ruderi risultano sconosciuti e privi di senso soprattutto ai calabresi, che, in quanto a volontà di conoscenza, a valorizzazione della propria storia, peccano senza particolari rimorsi.
Quello di Teti è quindi un viaggio  all’interno  di paesi abbarbicati, come ci ricorda Corrado Alvaro, “…sulla schiena di una montagna come quei nidi di creta che fanno i calabroni intorno a uno spino indurito…”, e che, nonostante le alterne vicende  vissute (subite) ad opera dei conquistatori di turno,  riuscivano comunque a mantenere una propria identità, consegnando alle generazioni future il seme antropologico d’appartenenza: i riti, le abitudini, le tradizioni, l’idea della vita e della morte, le processioni dei santi  intrise  di un “sano” paganesimo, che,  in nome della tradizione, appunto, vede/va numerosa anche la presenza laica, che, nella religiosità popolare, ritrova/va le forme ancestrali della propria spiritualità.

domenica 7 novembre 2010

INTERVISTA A VINCENZO STRANIERI

Lei ha scritto alcuni interessanti saggi su Saverio Strati dai quali si evince una frequentazione culturale con l’autore de La Marchesina (1956), se pur limitatamente ai periodi in cui l’artista faceva ritorno nella sua casa di contrada “Cola” in S. Agata del Bianco, suo paese natio.

E’ vero, ho avuto la fortuna e il piacere di incontrare diverse volte Saverio Strati. Era sua abitudine ritornare con una certa regolarità a S. Agata del Bianco, ciò per riposarsi, ma anche per lavorare ad alcune sue opere. Le bozze de Il selvaggio di Santa Venere (Premio Campiello 1977) sono state, se mal non ricordo, riviste e corrette nella casa di contrada “Cola” posta su di  un poggio con lo sguardo sul mare Ionio (una vista che abbraccia circa 50 Km di costa- capo Bruzzano- Punta Stilo). Era sempre gentile, misurato nei giudizi, ed anche un po’ geloso delle sue cose. Ma ero troppo giovane per capire la grandezza della sua arte, mi accontentavo di dialogare sulle bellezze della nostra Magna Grecia, sul fatto che questa era stata tradita dalle nuove mode e dalla violenza della malavita. Ricordo le sue esortazioni a lavorare in difesa della civiltà contadina. “E’ il nostro humus, non tradiamolo”, soleva ripetermi. Le sue parole facevano trasparire l’angoscia per un mondo ormai preda del cosiddetto vivere moderno. Una lezione che non ho dimenticato e che, tra l’altro, sta alla base delle mie recenti ricerche etnografiche. Gli ho fatto avere “La Koinè agro-pastorale nella Locride (Massari e pastori tra medioevo e modernità) Age, Ardore Marina 2010, mia ultima fatica antropologica. Per telefono si è detto commosso, ricorda molti dei protagonisti citati nel mio saggio, le numerose foto lo hanno aiutato a ricordare alcuni eventi del suo/nostro passato. Per non disturbarlo, mi limito a qualche sporadica telefonata.

In un recente saggio, lei ha scritto che Saverio Strati si è fatto da solo, ha edificato la propria scrittura lontano dagli odierni “ascensori sociali”. Vuole spiegarci meglio tale concetto?

Fino a vent’anni, Strati ha fatto il muratore, non si è mosso dal paese, ha conosciuto la fatica, quella che emana sudore, che rende gli uomini carne bruciata dal sole o, diversamente, scalfita dal vento e dal freddo che non manca nelle montagne calabresi. Ha lavorato ad Africo Vecchio, prima che l’alluvione dell’ottobre 1951 lo rendesse un paese fantasma. Qui, poi, ha ambientato il suo primo romanzo (La teda, 1957). Ha narrato dal di dentro l’amara realtà di Terrarossa, il suo isolamento, la sua particolare condizione antropologica. La scrittura stava, pur se lentamente, lievitando nel suo animo e, spinto da un bisogno vero quanto incontenibile, intraprese la via degli studi. A Messina,  assieme a Walter Pedullà e Carmelo Filocamo, fu allievo del grande critico Giacomo de Benedetti, che, letti i suoi primi racconti, lo incoraggiò ad andare avanti “segnalandolo” alla Casa Mondadori e ad alcune importanti riviste del tempo (“Il Ponte” etc). Era  un “ascensore sociale” lecito, di quelli che, appunto,  segnalano un valore vero, non un fesso qualunque privo di talento. Certo, dalla sua ebbe anche la fortuna. In quegli anni il cinema era nel pieno della sua espressione neo-realista, i ceti popolari erano protagonisti di molte pellicole, e le cosiddette classi subalterne trovavano spazio e forma nell’alveo della cultura italiana. Cosicché anche la narrativa realista era acclamata di pari passo a quella cineasta. Anche la critica fu dalla sua parte. Ogni sua opera era recensita con favore e in numero notevole. A mio modesto avviso, le pagine più belle su Strati sono state scritte da Pasquino Crupi, che gli ha dedicato un’intera monografia, Walter Pedullà, Giuliano Manacorda e Geno Pampaloni. Strati abita da circa quarant’anni a Scandicci, alle porte di Firenze, al quarto piano di un fabbricato privo di ascensore (sic!); egli ha dedicato la sua esistenza all’arte, al punto da non pensare ad altro, ai soldi, ad esempio. E ha dovuto, a malincuore, chiedere per sé la Bacchelli, un sussidio per continuare a vivere. Altro che ascensore sociale! Strati ha sempre pensato alla sua Calabria, se la è cucita addosso per sempre, come delle stimmate.

Saverio Strati, il primo dicembre prossimo, sarà insignito della “laurea ad honorem” in Scienze letterarie (Filologia Moderna) presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università della Calabria. Cosa ci dice?

L’Unical ha voluto con forza che a Saverio Strati fosse conferito tale titolo.  A tal fine, il ministro Gelmini è stato “incalzato” a più riprese perché firmasse l’autorizzazione di sua competenza. Tra i principali sostenitori di tal evento vi sono i Proff. Vito Teti, Nicola Merola, Margherita Graneri e Raffaele Perrelli, Preside della Facoltà di Lettere. Vito Teti (ordinario di Etnologia e Direttore del Dipartimento di Filologia e del Centro di Antropologie e Letterature del Mediterraneo) è amico dell’artista calabrese, si stimano da qualche tempo; l’etnologo di S. Nicola da Crissa ha pubblicato parecchi saggi sullo scrittore di S. Agata del Bianco, dove, oltre alla valenza letteraria, ha tratteggiato con maestria il valore antropologico della sua opera. A Saverio Strati, negli anni cinquanta, mancava solo la discussione della tesi per conseguire la laurea in Lettere. Subito venne la letteratura, il tempo doveva essere impiegato per edificarsi scrittore, e il titolo fu messo da parte, con grande dispiacere per i suoi genitori-contadini, che speravano tanto in un figlio laureato. Peccato che la salute cagionevole non consenta al nostro amato artista di partecipare all’importante cerimonia (a ricevere per lui la preziosa pergamena sarà sua nipote Palma Comandé, scrittrice); sarebbe bello assistere alla sua emozione, nel mentre – di certo- dedica la preziosa onorificenza anche ai suoi cari genitori.

Se le affidassero l’incarico di scrivere la motivazione della laurea ad honorem a Saverio Strati, cosa scriverebbe?

“ A Saverio Strati, nato a S. Agata del Bianco il 16 agosto 1924, è conferita la laurea ad honorem in Scienze Letterarie perché per mezzo dei suoi numerosi romanzi sulla civiltà contadina e l'emigrazione del popolo meridionale, ha saputo dare dignità e fisionomia a un mondo che, altrimenti, la cultura ufficiale avrebbe relegato ai margini, o, nella migliore delle ipotesi, trasformato  in mero folclore".­­­­­


mercoledì 13 ottobre 2010

Entroterra in agonia

PER SALVARE LE NUMEROSE ZONE INTERNE CALABRESI ORMAI IN AGONIA, BISOGNA NON PERDERE ALTRO TEMPO PREZIOSO

VI E’ IL RISCHIO CONCRETO CHE INTERE COMUNITA’ DELL’ENTROTERRA ABBANDONINO PER SEMPRE I LUOGHI D’ORIGINE

                                                                di Vincenzo Stranieri

Vivo da sempre in un piccolo comune della vallata La Verde (Locride). Credo di avere scelto una vita stanziale fin dall’infanzia, quando tutto appare vasto e privo d’incognite. L’adolescente, come è giusto che sia, pensa alla vita utilizzando i riferimenti più prossimi: la famiglia, gli amici, la scuola, i giochi, che rappresentano un mondo conchiuso, un bozzolo che attende di aprirsi al giorno che nasce.
Si era figli di contadini, negli anni ’60, pochi gli artigiani ed i professionisti. Le nostre madri, come pure nonni e zie, si presentavano ai nostri occhi come un unico blocco affettivo, simboleggiando le tradizioni e i riti della civiltà contadina: abiti neri indossati per la perdita di qualche familiare, donne davanti alle bocche dei forni comunali nell’atto di cuocere il pane prodotto con grano proprio, i dolci tradizionali, i giochi di un tempo e, soprattutto, la vita all’aria aperta, tra i vicoli stretti del paese, senza i pericoli dell’odierno traffico automobilistico. E’ vero, il mondo cambia, prosegue nel suo lungo cammino. Ma un adolescente non può capire che la vita è un viaggio, spesso accidentato, verso il cosiddetto mondo adulto: famelico e privo di scrupoli. E quindi anch’io non ero preparato a comprendere, crescendo, che la mia terra, la mia regione erano/ sono ancora sottosviluppate e che bisogna/va adoperarsi per mutare in meglio le cose.

martedì 5 ottobre 2010

CORRADO ALVARO (S. LUCA 1895- ROMA 1956)

Fu una piccola scossa di terremoto, che si sentì in un solo paese, un paese povero e quindi trascurabile. I giornali ne parlarono in tre righe, e non riferiscono che Procopio aveva perduto sotto le rovine della sua casa lo stipo che era il solo mobile da lui posseduto fin dal giorno delle nozze.

C. Alvaro, Piedi nudi, in  Il  meglio dei racconti di Corrado Alvaro, oscar Mondadori, Cles, 1990, pag.69)

E’ vero che le cose presenti non ci interessano più, ma i pensieri, gli affetti, i dolori di ieri, vengono avanti nella memoria come violenze e ingiustizie…brucio tutto ancora come le pietre che buttano nella notte le vampe del giorno estivo.

domenica 3 ottobre 2010

Maria Multari (A cantunera), Caraffa del Bianco..........


Maria Multari, (A cantunera) era figlia di un addetto alla manutenzione delle strade provinciali della vallata La Verde. Abitava in Via P. di Piemonte, in una casa piccola ma decorosa. Fu madre di ben sette figli maschi; una famiglia numerosa che i coniugi Alecci (lo sposo si chiamava Domenico Alecci, uomo buono e lavoratore onesto) hanno portato avanti con enormi sacrifici ma anche con gioia ed amore, mai facendo pesare ai loro figli le non poche difficoltà economiche cui bisognava adempiere.
A cantunera era una specie di chioccia. Noi bambini frequentavamo la sua casa tutti i giorni; giocavamo con i sui figliuoli più piccoli (Pietro, Mario e Aldo), specialmente e nucigli, cu piroci, a libera, cu gialoffu, u palloni,  ca carrozza i lignu. Non perdeva mai la pazienza, quando avevamo fame ci dava il buon pane fatto nei forni a legna, ci trattava come dei figli, insomma.

martedì 28 settembre 2010

L'ETA' MATURA DI SAVERIO STRATI

                LA SUA ARTE E’ LA TESTIMONIANZA DI UN IMPEGNO LETTERARIO CHE AFFONDA LE RADICI IN UN MERIDIONALISMO   PRIVO DELLE  ANTICHE SCORIE A SFONDO POPULISTISTICO.

                                                            di Vincenzo Stranieri

Quando Saverio Strati tornava nella sua S.Agata con una certa regolarità, nella casa della mitica contrada Cola da dove ha avuto inizio il suo importante viaggio letterario, ero ancora troppo giovane per capire appieno l’importanza della sua opera. Nelle nostre brevi chiacchierate (anni ’70), mi colpivano particolarmente due cose: la rabbia positiva che animava la sua arte, l’amarezza, profonda, dello scrittore per la gelosia, la totale mancanza di solidarietà e di spirito di aggregazione che stavano/stanno alla base dell’arretratezza culturale ed economica della Calabria. “C’è sempre stato in Calabria uno spirito feroce di autodistruzione; la storia stessa della nostra regione ha questa terribile impronta”. La stessa gelosia, o ignoranza, che ha impedito, nel 1977, quando gli è stato assegnato il premio letterario  Campiello per il romanzo  “Il Selvaggio di Santa Venere”, alla gente del suo paese di esprimergli  un augurio,  un semplice gesto capace di testimoniare l’orgoglio nei confronti del “compaesano” riconosciuto ancora una volta scrittore valente, testimone e prodotto  di una terra sì periferica e marginale , ma che, grazie anche ai suoi libri, poteva cominciare anch’essa il suo viaggio verso la cultura e dunque verso quel   riscatto socio- culturale agognato da secoli.