domenica 12 novembre 2017

Presentazione romanzo di Mario Strati Impallidisco le stelle e faccio giorno, Milano Bompiani 2017.

3 Agosto 2017
Sala consiliare di S.Agata del Bianco, ore 18,30
                                         di Vincenzo Stranieri

Una buona serata a tutti voi, grazie di avere  deciso di partecipare così numerosi  a questo nostro evento culturale che ha come tema la presentazione del romanzo “Impallidisco le stelle e faccio giorno” dello scrittore Mario Strati, edito quest’anno a Milano dalla casa editrice Bompiani.
Cercherò di essere breve - ma devo ammettere per onestà intellettuale- che  il romanzo di Mario Strati - stante la sua particolare tematica (malavita organizzata nella Locride (ndrina/ndrangheta), società civile (particolarmente annichilita), forze dell’ordine e magistratura in rappresentanza dello Stato, non sempre in grado di prevenire e quindi affrontare il mondo criminale, soprattutto per quanto attiene i mezzi e le strategie utilizzate, non può e non deve trasformarsi in una sorta di resoconto insufficiente quanto sbrigativo.
E’ mia scelta non riassumere in modo pedissequo  i testi letterari proposti all’interesse del pubblico, bastano – a mio parere- accenni essenziali, e questo- soprattutto- per  non togliere al lettore il gusto della scoperta individuale.
Già negli anni ’80 il romanzo è pronto per la pubblicazione, l’autore, pertanto, comincia a bussare- come si suole dire- alle porte di diverse case editrici, alcune di livello nazionale.
 Ma le risposte insistono nel ribadire che le collane  sono ormai debordanti di testi,  oppure che l’argomento  del romanzo non è  consono alla realtà culturale del momento, etc. 
Questo, però, non significa una sconfitta legata al valore dell’opera.
Vi sono infatti  intellettuali e  scrittori di rilievo che scrivono (in privato, naturalmente)  all’autore di “Impallidisco le stelle faccio giorno”.
Ne leggiamo assieme alcuni  brevi stralci.
 “Lo stile ha una notevole fermezza  intellettuale che si accompagna all’intensità emotiva dell’autore”.   Mario La Cava, Bovalino 19 maggio 1978.
Si rileva il polso di un autentico scrittore”  . Antonio Porta, Milano, 9 agosto 1987.
Che peccato se il romanzo non dovesse trovare subito un editore. Si tratta , nel complesso, di un buon libro e di un libro utile”.  Walter Pedullà, Roma, 27 Ottobre 1989.
…” Al di là di questi problemi  editoriali, la prego di credere al mio vivo apprezzamento per il suo lavoro. Nanni Balestrini, Milano 2 aprile 1990.
 “Personaggi e storie della Calabria (tesa tra tradizione ndranghetista e rinnovamento) si intersecano e si accavallano, ma senza imbrogliarsi.  Luca Desiato, Roma. 25 settembre 1994.
E’ forse uno dei pochi romanzi pubblicato da tre diversi editori.
Mancoso 1991,  col titolo voluto dall’editore, Scilla e Cariddi,  e poi Rubbettino 2006, Bompiani 2017, entrambi col titolo originario Impallidisco le stelle faccio giorno,  appunto.
Le nuove edizioni hanno avuto i loro ritocchi, in particolare quest’ultima di Bompiani,  che  è corredata da un glossario e da una tabella relativa all’Organizzazione della ndrangheta.
Un fenomeno sociale forse unico al mondo, e per questo più difficile da combattere.
Troppe le radici e le ramificazioni economiche e sociali  tessute soprattutto negli ultimi decenni.
Confesso che la lettura di questo romanzo - ieri come oggi-  ha suscitato nel mio animo sentimenti contrastanti.
 Da una parte la novità tematica, sorretta da un linguaggio nuovo ed essenziale, teso a far parlare i protagonisti, dando loro piena libertà d’azione, proiettandoli come su di uno schermo cinematografico, dove li ho visti agire, muoversi, materializzarsi nelle loro forme  funeste, dall’altra una società civile annichilita, incapace di opporsi alla violenza dei promotori di tanta   cultura criminale  che  ha disegnato un quadro di  infinito dolore.
Dall’altra parte le forze dell’ordine, l’esercito in particolare, incapaci di districarsi sui contrafforti di un Aspromonte capace di inghiottire nel suo vasto ventre  tutto e tutti
In qualche occasione ho provato anche paura e questo perché per  dirla col Aldo
Maria Morace  - Presidente della fondazione Corrado Alvaro e docente universitario  presso l’Università Statale di  Sassari..
“E’ nato un monstrum, nel senso etimologica del termine: come tutti i libri  forti, il romanzo di Mario Strati suscita reazioni violente, di ripulsa o di  entusiastica adesione; ma di  fronte al quale non si può rimanere in una posizione di stallo o, peggio, d’indifferenza”.
A metà lettura, mi è sovvenuto alla mente quanto detto da Corrado Alvaro a Mario La Cava a proposito della prima stesura del racconto lungo intitolato “Il matrimonio di Caterina” (siamo negli anni ’30), tradotto in film RAI nel  1983  dal grande regista Luigi Comencini.
Cito a memoria.
“ Io- cioè Corrado Alvaro- i personaggi del Vs racconto (Il matrimonio di Caterina di Mario La Cava) li vedo, e non se per bravura sua o perché li conosco”.
L’osservazione di Alvaro, competente quanto obiettiva, stigmatizza la capacità di La Cava di rendere personaggi ed azioni in movimento, ovvero in una posizione non statica, ma in grado di  rappresentare vicende pregne di dinamicità e concretezza narrativa.
Anche Mario Strati è bravo a rendere visibili, e quindi veri, i personaggi del suo romanzo, e sono molti i lettori- specie quelli che vivono nella Locride-  in grado più di altri di dare un nome alle sagome che si muovono sul  palcoscenico narrativo dell’autore.
Difatti, il male ha colpito più volte, è rintracciabile per strada, si muove con padronanza, con estrema baldanza, anzi
Detto ciò, eccovi- molto brevemente- il corpus  principale del romanzo di Mario Strati.
Al vertice della ndrangheta- riconosciuto nella Locride  come il capo indiscusso dell’ organizzazione malavitosa operante negli anni ’70-  vi è don Nino Radicato.
Egli incarna ancora i valori cui tradizionalmente è ancorata la vecchia ndrina, tuttavia, siccome non tutto dura- egli deve accettare.  al fine di non rafforzare comando e carisma, i pesanti colpi di coda del “nuovo” che avanza,  come diremmo oggi.
Cosicchè ha ragione il compianto Prof. Giuseppe Falcone quando, recensendo la prima edizione del romanzo  intitolato Scilla e Cariddi,  scrive: “Il veccho” ancora ben saldo non sopravvive al “nuovo” ma col “nuovo” convive…”.
Da qui l’errore storico- se così possiamo dire- di Don Nino Rodicato,  che accetta la proposta di Don Rosario ScordamaglIa - pezzo da ‘90  - ben piazzato  a Roma- di prendere in carico alla ndrangheta  un noto imprenditore della capitale da poco sequestrato e che avrebbe potuto – trasferito/custodito  in Apromonte, rappresentare un notevole fonte di guadagno (cifre a nove zeri).
Don Nino è costretto - per sopravvivere alla crescita esponenziale del “nuovo”- ad accettare un’operazione desueta, ben lontana dalle antiche regole dell’organizzazione.
 Ma il “vecchio”- come già detto”- convive con il “nuovo”, ne accetta supinamente le scelte, rimane inerte di fronte all’insuccesso dell’operazione criminale, che fallisce per l’intervento delle forze dell’ordine.
 In carcere finiscono Gianni e Rocco, i due giovani sorveglianti del sequestrato che -  questo va condannato con forza- vengono torturati dai carabinieri senza alcun umano riguardo.
 Ci si indigna per il delitto perpetrato ai danni del sequestrato, ma ci deve indignare anche di fronte alle torture perpetrate con calma scientifica nei riguardi dei due giovani ndranghetisti, che, però, reggono alle torture loro inflitte  non rivelando i nomi dei loro complici.
Rocco e Gianni –ad esempio-sono rapiti dalle mod, accerchiati da funesti miraggi.
E per questo uccidono un innocente barista.
Ecco come avanza il  “nuovo” \ (sic!).
Il futuro ndranghetista  impara da sin piccolo il linguaggio d’appartenenza.
Sono lezioni  giornaliere  impartite con meticolosità sia dalla famiglia d’appartenenza sia dall’ambiente vicino  ad essa.
E non gli vengono risparmiati fatti e misfatti,  ingiurie ai fetenti che tradiscono la famiglia. Tutto in un recinto educativo che ha lo scopo di forgiare la mente ed il corpo del  fuori norma di turno.
Tale lessico, fatto di metafore ben tornite vedono protagonista la ndrangheta, custodisce e trasmette un vocabolario semplice ma  efficace, dove i gesti, la mimica si accompagnano al parlato, indicandone soluzioni non sempre decodificabili  da chi non ne conosce l’interna natura.
Oltretutto il lettore di certo si domanderà come ha fatto l’autore a conoscere questi reconditi aspetti della ndrangheta, perché mai riesce parlarne così compiutamente.
 Difatti- tranne alcune necessarie ricostruzioni verosimili- tutto appare profondamente reale.
Il mondo narrato esiste davvero, i protagonisti agiscono secondo schemi non inventati dall’autore ma profondamente insiti nell’ambiente ove hanno luogo le tristi vicende.
Lo scrittore ha avuto le sue fonti,  ha bene appurato l’antropologia del mondo criminale in questione.
Forse è stato quest’ultimo a volere rivelarsi allo scrittore, quasi ad invitarlo a trasformare la semplice cronaca nera in una vicenda meno oscura, rivelatrice dei motivi che stanno alla base di tante tragiche scelte.
Mario Strati, pertanto, è divenuto una  sorta  di inviato di guerra  –perché di guerra si tratta-  ha visitato le trincee,  i soldati,  ha conosciuto i veri protagonisti di uno scontro senza né vinti né vincitor, però.
A vincere - ghignante e pregna di goduria- è solo la falce ghignante, che miete uomini e cose, spegnendo  per  sempre  sogni e progetti di vita.


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