domenica 12 novembre 2017

VALLATA LA VERDE- I MASSACRI DEI BERSAGLIERI PIEMONTESI (1861).

                                          di Vincenzo Stranieri

Quanti cercano di capire i motivi di fondo che portarono alla cosiddetta Unità d’Italia (17 marzo 1861) è  doveroso che lo facciano con rigore e competenza  spogliandosi da pregiudizi ed analisi sommarie. Chi pensa che il Sud d’Italia sia stato annesso  con l’inganno e la violenza non deve essere etichettato come “ neo-borbonico”, viceversa quanti  chiudono gli occhi (spesso per ignoranza, cinismo  e/o per mero interesse di bottega) devono comprendere che la ricerca della verità vera non porta necessariamente ad una volontà (infantile quanto storicamente inattuabile) disgregatrice della Nazione. Indietro non si può tornare, è vero quanto opportuno, ma esigere la verità,  denunciare le carneficine perpetrate dai bersaglieri piemontesi  vuole significare – tra l’altro-  quanto sia giusto e moralmente doveroso dare  “degna sepoltura” ai tanti, troppi, morti innocenti di una processo risorgimentale  che ha  considerato le loro vite inutili quanto “politicamente” dannose. E se non fosse che stiamo parlando di cose altamente serie, verrebbe da canticchiare a mo’ di provocazione la simpatica canzone di Caterina Caselli ( Nessuno mi può giudicare,…la verità vi fa male, lo so. Tornando a noi, dal lavoro di alcuni storici non patentati ( per questo, forse, più attendibili), ho appurato, con poco sgomento, che  alcuni comuni della nostra  Vallata la Verde- in particolar modo quelli di Caraffa,  S. Agata, Casignana e Bianco-  sono stati  investiti dalla  violenza gratuita delle truppe savoiarde. Le cose andarono come segue.
Uno dei briganti che nella Locride giurò fedeltà a Francesco II (ultimo re dei Borbone a Napoli) e che all’occorrenza ebbe aiuti dai comitati legittimisti, e sostegno dai numerosi soldati e sottoufficiali borbonici sbandati, fu Ferdinando Mittica che, con la sua banda, si era sistemato nelle vicinanze di Platì.
Egli, una mattina del mese di agosto (si era nel 1861), scese dall’Aspromonte con un buon seguito di giannizzeri armati di schioppo, e si presentò in Chiesa a S. Agata, mentre l’arciprete Tedesco alzava verso il cielo l’ostia consacrata che, essendosi questo spaventato, per poco non gli cadde di mano Sul campanile della chiesa fu issato lo stendardo di Francesco II e Giuseppe Franco (figlio del  Barone  don Amato, e fedele borbonico) fu proclamato sindaco al posto di Francesco Rossi che era un savoiardo, cosicché la festa finì a tarallucci e vino senza colpo ferire e i briganti tornarono ai monti.( DIENI G.,  Dove nacque Pitagora, Frama Sud, Chiaravalle Centrale, 1974, pp. 263-264).
Nei centri di arruolamento borbonici, aperti a Roma e in altre città degli Stati Pontifici, gli ufficiali stranieri: spagnoli, francesi, bavaresi, austriaci, piombarono a frotte. Il più noto di questi fu senza dubbio Jose Bories, il quale in vista di una prossima missione militare in Calabria fu nominato da Francesco II maresciallo di campo Bories parte da Marsiglia e punta su Malta con una ventina di compagni, ufficiali spagnoli, francesi, siciliani, napoletani, e da qui con un trabiccolo parte per la Calabria dove  il 13 settembre sbarca sulla costa ionica, nei pressi Brancaleone. Il suo intento era di raggiungere al  più presto Platì per unirsi a Mittica. Passa sotto Caraffa. Quando arrivano in contrada “Petrusa”, dalla prominenza del rione Pizzo partono contro di loro alcuni colpi di fucil, a cui essi rispondono.

Descrizione: Convento del Crocefisso
Convento dei Riformati di Crocefisso, fondato nell’anno 1622.
(Francesco Misitano, 1964).

Al Convento del Crocefisso di Bianco, qualche chilometro più avanti, gli spagnoli (così furono chiamati dagli abitanti della zona i membri di quel corpo di spedizione) sono accolti e rifocillati dai monaci. Quel convento era storico. Il principe Carafa in persona, affacciandosi alla finestra, si ben ignava ogni anno di ordinare “il cominciamento della Fera” e ivi viveva e pregava Padre Bonaventura da Casignana (al secolo Giuseppe Nicita, Casignana, 1880-1860), “religioso di santa vita”, e confessore della Beata Regina Maria Cristina di Spagna la quale, tra l’altro, gli aveva anche scritto: “ alle 2  il dopo pranzo, Dio mi concesse un parto felicissimo dando alla luce una bambina”. Sempre in detto convento, vent’anni prima, il viaggiatore inglese Edward Lear si era dissetato in un pomeriggio caldo d’agosto. “Un pozzo d’acqua pura”, scrisse, “ e un secchio di ferro incatenato che ricorderò per tutta la vita. INCORPORA G., Lupa di mare, Age, Ardore  Marina, 1997, p.36).
“ Da qui il drappello si avvia verso Platì. “Bories  e  i suoi  compagni saranno poi, l’8 dicembre 1861, intercettati a Tagliacozzo dalle truppe italiane (carabinieri, guardia nazionale, bersaglieri) e fucilati alle 4 del pomeriggio dello  stesso giorno. Per S.Agata  e Caraffa incomincia ora la tragedia: il generale savoiardo De Gori  sbarca il 20  di settembre con forze ragguardevoli a Bianco per una spedizione punitiva e  affida la missione al maggiore Rossi, cugino del Sindaco spodestato di S.Agata. “Si cercano tutti i coloni che furono creduti manutengoli dei briganti o ligi alla cospirazione”. A S.Agata  il 25 settembre 1861 cadono sotto il piombo dei bersaglieri presso le Pietre di S. Rocco, site davanti al palazzo baronale: Don Giuseppe Franco, di anni 33, figlio del barone e della nobildonna Marianna Scoppa;  Francesco Carneli , di anni 22, bracciante; Francesco Priolo, di anni 50, domestico dei Franco, nato a Reggio; Giuseppe Spanò, di anni 39, mulattiere; Vincenzo Zangari, di anni 36, campagnolo. Altri mezzadri e coloni dei Franco furono fustigati con un nerbo bagnato allo stesso posto vicino ai caduti con l’imposizione di gridare ad ogni nerbata: Viva Vittorio Emanuele! Via l’Italia! Abbasso i Borboni! Morte a Mittica”. ( MISITANO F.SCO., Il sacerdote Vincenzo Tedesco, in “Calabria Sconosciuta”, n. 77, pp.79).
A tal proposito “Francesco Sicari, fittavolo dei Franco, dopo le nerbate ricevute, avviandosi verso casa “zoppicando e contorcendosi, si lamentava: “O gnura Mariantonia lapriti a porta e lavatimi prestu cu sali ed acitu, ca sugnu tuttu na caja. Viva Vittoriu e Manueli! Viva u generali Di Gori!, Morti a Mittica! Morìu compari Vicenzu e Peppi Spanò, attri ammazzanu! Tutti ndi mmazzanu…Viva Vittoriu, Viva Di Gori.( DIENI G., op.cit.. 267).
De Gori era il generale che aveva ordinato il massacro e le fustigazioni!. Giovanni Franco, fratello di Giuseppe, si salvò perché, cucito dentro un materasso ch’era indirizzato ad un cardinale, fu spedito a Roma a bordo della nave “Pagliata”, ormeggiata in prossimità di Bianco. L’abate don Antonio Franco, un sacerdote della famiglia baronale di S. Agata, fu catturato a Bianco e fucilato nei pressi del Convento del Crocefisso. Questi fu incendiato. I monaci però avevano già abbandonato il convento e s’erano rifugiati: padre Bernardino a Casignana, padre Giacomo ed il ventinovenne padre Francesco Battaglia a Caraffa. Un quarto monaco (forse il superiore del convento) fu raggiunto dai bersaglieri in contrada “Gnura Elena” del Comune di Caraffa ed abbattuto a colpi di fucile. Padre Francesco Battaglia fu poi arrestato nel suo nascondiglio di Caraffa, dove viveva la sua famiglia, e liquidato lo stesso 25 settembre dietro l’abside della chiesa parrocchiale. Nello stesso giorno fu fucilato nei pressi della chiesetta della “Madonna delle Grazie” Antonio Zappia, di anni 36, nativo di S. Agata, figlio di Vincenzo e di Elisabetta Mesiti e marito di Agata Sicari. Era stato prelevato nel suo fondo in contrada “Cannavia” del comune di S. Agata. La voce popolare narra di un altro fucilato dietro l’abside della chiesa parrocchiale di Caraffa. Si tratterebbe di un tale, professione tintore, forse un parente di padre Francesco Battaglia, che anche apparteneva ad una famiglia di tintori. Purtroppo di questa esecuzione non si trova traccia né nei registri dello stato civile  né in quelli della parrocchia di Caraffa. Giovanni Battaglia, fratello di Francesco, per sfuggire alla cattura, in quanto anche lui ricercato, si dovette nascondere per lungo tempo in una stalla di maiali (hurnegliu di porci). Quando gli spagnoli di Josè Bories passarono, si trovava con loro un giovane caraffese, denominato “Carzi Randi” (Pantaloni Grandi), che li aiutava trasportando per loro una cassetta. Un altro giovane di Caraffa, di nome Giovanni Alafaci, si avvicinò al compaesano per dirgli di cedergli la cassetta, per un cambio nel trasporto, che lui alla prima svolta se la sarebbe svignata col carico, del quale poi gli avrebbe dato la metà. “Carzi Randi” però non cedette alle lusinghe e Giovanni Alafaci, dopo qualche centinaio di metri , si staccò dal gruppo. Il 25 settembre, giorno del massacro dei filoborbonici da parte dei piemontesi, Giovanni Alafaci fu accusato, per quei pochi passi fatti con gli spagnoli, di  collaborazionismo insieme a “Carzi Randi” ed iscritto nella lista degli  eliminandi per fucilazione. Entrambi dovettero cercarsi un nascondiglio ed ivi starsene bene accovacciati fino a quando, qualche mese più tardi, le esecuzioni capitali furono sospese”. ( MISITANO F.SCO, op.cit., pp.79-80).
Ma il ritorno dei Borboni era un sogno effimero, impossibile da realizzare, troppo le cose mutate, troppo forti ed organizzate le truppe sabaude.
Dalle montagne di Gerace il 19 settembre (1861) venne spedito un dispaccio a cura del deputato Agostino Plutino, comandante mobile di Reggio, col quale si comunicava l’avvenuto sbaragliamento  della comitiva Mittica e degli spagnoli, inseguita verso il territorio di Monteleone dal De Gori e dallo stesso Plutino. Il Mittica veniva braccato come una belva sanguinaria. Questi, contro una mobilitazione così grossa, aveva poche speranze di uscire vivo. Al brigante fu teso un agguato sulle montagne di Platì dal capitano delle milizie di quel Comune, Ferrari, assieme a sette guardie nazionali. Mittica morì alla prima scarica con il compagno Loseri. Decapitate, le teste furono portate sulle baionette a Gerace dove il Generale De Gori, che lì aveva il quartier generale, ordinò il seppellimento. Il Mittica venne tradito dai suoi stessi paesani dietro compenso.
 (CATALDO V, Cospirazioni, Economia e Società nel Distretto di Gerace in provincia di Calabria Ultra Prima dal 1847 all’Unità d’Italia, AGE, Ardore Marina 2000 , p. 499.
Anche Borjes e compagni rimasero vittime dell’illusione che avevano loro inculcato Ruffo e Clary, e saranno fucilati con la stessa ferocia riservata al Mittica ed ai suoi pochi fedeli.
In ogni caso, la reazione dell’esercito Regio, rappresentato nel nostro Distretto dal Generale De Gori, fu esagerata e priva d’ogni umana pietà, sentimento, quest’ultimo, che dovrebbe appartenere al cuore degli uomini in ogni tempo e situazione. La povera gente aveva accolto il brigante Mittica per paura e ignoranza, non certo perché approvasse le sue idee, c’era poco da approvare e da capire in quel frangente storico.  I piemontesi hanno commesso eccidi con efferata rabbia e con l’esagerata certezza di essere nel giusto; hanno ucciso a sangue freddo gente inerme nei pressi della casa di Dio; hanno inseguito e trucidato persone che non avevano avuto alcun ruolo decisivo nella scelta borbonica di riappropriarsi del Regno. E dunque l’impronta lasciata nella terra di Calabria era stata quella del sangue e del terrore, dell’istituzione forte che badava non ai morti innocenti ma alla cosiddetta ragion di Stato ( sic!).





Presentazione romanzo di Mario Strati Impallidisco le stelle e faccio giorno, Milano Bompiani 2017.

3 Agosto 2017
Sala consiliare di S.Agata del Bianco, ore 18,30
                                         di Vincenzo Stranieri

Una buona serata a tutti voi, grazie di avere  deciso di partecipare così numerosi  a questo nostro evento culturale che ha come tema la presentazione del romanzo “Impallidisco le stelle e faccio giorno” dello scrittore Mario Strati, edito quest’anno a Milano dalla casa editrice Bompiani.
Cercherò di essere breve - ma devo ammettere per onestà intellettuale- che  il romanzo di Mario Strati - stante la sua particolare tematica (malavita organizzata nella Locride (ndrina/ndrangheta), società civile (particolarmente annichilita), forze dell’ordine e magistratura in rappresentanza dello Stato, non sempre in grado di prevenire e quindi affrontare il mondo criminale, soprattutto per quanto attiene i mezzi e le strategie utilizzate, non può e non deve trasformarsi in una sorta di resoconto insufficiente quanto sbrigativo.
E’ mia scelta non riassumere in modo pedissequo  i testi letterari proposti all’interesse del pubblico, bastano – a mio parere- accenni essenziali, e questo- soprattutto- per  non togliere al lettore il gusto della scoperta individuale.
Già negli anni ’80 il romanzo è pronto per la pubblicazione, l’autore, pertanto, comincia a bussare- come si suole dire- alle porte di diverse case editrici, alcune di livello nazionale.
 Ma le risposte insistono nel ribadire che le collane  sono ormai debordanti di testi,  oppure che l’argomento  del romanzo non è  consono alla realtà culturale del momento, etc. 
Questo, però, non significa una sconfitta legata al valore dell’opera.
Vi sono infatti  intellettuali e  scrittori di rilievo che scrivono (in privato, naturalmente)  all’autore di “Impallidisco le stelle faccio giorno”.
Ne leggiamo assieme alcuni  brevi stralci.
 “Lo stile ha una notevole fermezza  intellettuale che si accompagna all’intensità emotiva dell’autore”.   Mario La Cava, Bovalino 19 maggio 1978.
Si rileva il polso di un autentico scrittore”  . Antonio Porta, Milano, 9 agosto 1987.
Che peccato se il romanzo non dovesse trovare subito un editore. Si tratta , nel complesso, di un buon libro e di un libro utile”.  Walter Pedullà, Roma, 27 Ottobre 1989.
…” Al di là di questi problemi  editoriali, la prego di credere al mio vivo apprezzamento per il suo lavoro. Nanni Balestrini, Milano 2 aprile 1990.
 “Personaggi e storie della Calabria (tesa tra tradizione ndranghetista e rinnovamento) si intersecano e si accavallano, ma senza imbrogliarsi.  Luca Desiato, Roma. 25 settembre 1994.
E’ forse uno dei pochi romanzi pubblicato da tre diversi editori.
Mancoso 1991,  col titolo voluto dall’editore, Scilla e Cariddi,  e poi Rubbettino 2006, Bompiani 2017, entrambi col titolo originario Impallidisco le stelle faccio giorno,  appunto.
Le nuove edizioni hanno avuto i loro ritocchi, in particolare quest’ultima di Bompiani,  che  è corredata da un glossario e da una tabella relativa all’Organizzazione della ndrangheta.
Un fenomeno sociale forse unico al mondo, e per questo più difficile da combattere.
Troppe le radici e le ramificazioni economiche e sociali  tessute soprattutto negli ultimi decenni.
Confesso che la lettura di questo romanzo - ieri come oggi-  ha suscitato nel mio animo sentimenti contrastanti.
 Da una parte la novità tematica, sorretta da un linguaggio nuovo ed essenziale, teso a far parlare i protagonisti, dando loro piena libertà d’azione, proiettandoli come su di uno schermo cinematografico, dove li ho visti agire, muoversi, materializzarsi nelle loro forme  funeste, dall’altra una società civile annichilita, incapace di opporsi alla violenza dei promotori di tanta   cultura criminale  che  ha disegnato un quadro di  infinito dolore.
Dall’altra parte le forze dell’ordine, l’esercito in particolare, incapaci di districarsi sui contrafforti di un Aspromonte capace di inghiottire nel suo vasto ventre  tutto e tutti
In qualche occasione ho provato anche paura e questo perché per  dirla col Aldo
Maria Morace  - Presidente della fondazione Corrado Alvaro e docente universitario  presso l’Università Statale di  Sassari..
“E’ nato un monstrum, nel senso etimologica del termine: come tutti i libri  forti, il romanzo di Mario Strati suscita reazioni violente, di ripulsa o di  entusiastica adesione; ma di  fronte al quale non si può rimanere in una posizione di stallo o, peggio, d’indifferenza”.
A metà lettura, mi è sovvenuto alla mente quanto detto da Corrado Alvaro a Mario La Cava a proposito della prima stesura del racconto lungo intitolato “Il matrimonio di Caterina” (siamo negli anni ’30), tradotto in film RAI nel  1983  dal grande regista Luigi Comencini.
Cito a memoria.
“ Io- cioè Corrado Alvaro- i personaggi del Vs racconto (Il matrimonio di Caterina di Mario La Cava) li vedo, e non se per bravura sua o perché li conosco”.
L’osservazione di Alvaro, competente quanto obiettiva, stigmatizza la capacità di La Cava di rendere personaggi ed azioni in movimento, ovvero in una posizione non statica, ma in grado di  rappresentare vicende pregne di dinamicità e concretezza narrativa.
Anche Mario Strati è bravo a rendere visibili, e quindi veri, i personaggi del suo romanzo, e sono molti i lettori- specie quelli che vivono nella Locride-  in grado più di altri di dare un nome alle sagome che si muovono sul  palcoscenico narrativo dell’autore.
Difatti, il male ha colpito più volte, è rintracciabile per strada, si muove con padronanza, con estrema baldanza, anzi
Detto ciò, eccovi- molto brevemente- il corpus  principale del romanzo di Mario Strati.
Al vertice della ndrangheta- riconosciuto nella Locride  come il capo indiscusso dell’ organizzazione malavitosa operante negli anni ’70-  vi è don Nino Radicato.
Egli incarna ancora i valori cui tradizionalmente è ancorata la vecchia ndrina, tuttavia, siccome non tutto dura- egli deve accettare.  al fine di non rafforzare comando e carisma, i pesanti colpi di coda del “nuovo” che avanza,  come diremmo oggi.
Cosicchè ha ragione il compianto Prof. Giuseppe Falcone quando, recensendo la prima edizione del romanzo  intitolato Scilla e Cariddi,  scrive: “Il veccho” ancora ben saldo non sopravvive al “nuovo” ma col “nuovo” convive…”.
Da qui l’errore storico- se così possiamo dire- di Don Nino Rodicato,  che accetta la proposta di Don Rosario ScordamaglIa - pezzo da ‘90  - ben piazzato  a Roma- di prendere in carico alla ndrangheta  un noto imprenditore della capitale da poco sequestrato e che avrebbe potuto – trasferito/custodito  in Apromonte, rappresentare un notevole fonte di guadagno (cifre a nove zeri).
Don Nino è costretto - per sopravvivere alla crescita esponenziale del “nuovo”- ad accettare un’operazione desueta, ben lontana dalle antiche regole dell’organizzazione.
 Ma il “vecchio”- come già detto”- convive con il “nuovo”, ne accetta supinamente le scelte, rimane inerte di fronte all’insuccesso dell’operazione criminale, che fallisce per l’intervento delle forze dell’ordine.
 In carcere finiscono Gianni e Rocco, i due giovani sorveglianti del sequestrato che -  questo va condannato con forza- vengono torturati dai carabinieri senza alcun umano riguardo.
 Ci si indigna per il delitto perpetrato ai danni del sequestrato, ma ci deve indignare anche di fronte alle torture perpetrate con calma scientifica nei riguardi dei due giovani ndranghetisti, che, però, reggono alle torture loro inflitte  non rivelando i nomi dei loro complici.
Rocco e Gianni –ad esempio-sono rapiti dalle mod, accerchiati da funesti miraggi.
E per questo uccidono un innocente barista.
Ecco come avanza il  “nuovo” \ (sic!).
Il futuro ndranghetista  impara da sin piccolo il linguaggio d’appartenenza.
Sono lezioni  giornaliere  impartite con meticolosità sia dalla famiglia d’appartenenza sia dall’ambiente vicino  ad essa.
E non gli vengono risparmiati fatti e misfatti,  ingiurie ai fetenti che tradiscono la famiglia. Tutto in un recinto educativo che ha lo scopo di forgiare la mente ed il corpo del  fuori norma di turno.
Tale lessico, fatto di metafore ben tornite vedono protagonista la ndrangheta, custodisce e trasmette un vocabolario semplice ma  efficace, dove i gesti, la mimica si accompagnano al parlato, indicandone soluzioni non sempre decodificabili  da chi non ne conosce l’interna natura.
Oltretutto il lettore di certo si domanderà come ha fatto l’autore a conoscere questi reconditi aspetti della ndrangheta, perché mai riesce parlarne così compiutamente.
 Difatti- tranne alcune necessarie ricostruzioni verosimili- tutto appare profondamente reale.
Il mondo narrato esiste davvero, i protagonisti agiscono secondo schemi non inventati dall’autore ma profondamente insiti nell’ambiente ove hanno luogo le tristi vicende.
Lo scrittore ha avuto le sue fonti,  ha bene appurato l’antropologia del mondo criminale in questione.
Forse è stato quest’ultimo a volere rivelarsi allo scrittore, quasi ad invitarlo a trasformare la semplice cronaca nera in una vicenda meno oscura, rivelatrice dei motivi che stanno alla base di tante tragiche scelte.
Mario Strati, pertanto, è divenuto una  sorta  di inviato di guerra  –perché di guerra si tratta-  ha visitato le trincee,  i soldati,  ha conosciuto i veri protagonisti di uno scontro senza né vinti né vincitor, però.
A vincere - ghignante e pregna di goduria- è solo la falce ghignante, che miete uomini e cose, spegnendo  per  sempre  sogni e progetti di vita.


venerdì 3 novembre 2017

Face Book non puo' ( non deve) sostituirsi alla vita vera)




Si rende necessario rientrare nei ranghi. Ha ragione Giulia Galletta, FB non può sostituirsi alla vita reale, fatte di regole alquanto diverse da quelle del web, dove le emozioni possono trovare maggiore spazio e consenso. I profanatori del tempio (i ladri che hanno  derubato la Santa Patrona della nostra piccola comunità) oltre ad avere compiuto un gesto sacrilego stanno creando malumori e malintesi all’interno del Gruppo. Ciò può solo produrre fratture e sterili mugugni. Di certo, chi di dovere sta lavorando al caso, e sarebbe  utile stare in attesa degli esiti conseguenti. Finora il Gruppo ha lavorato bene, ognuno ha dato quello che ha potuto, e senza alcuna voglia di protagonismo. Lo ha fatto per amore del proprio paese, della sua storia, del mondo contadino che ha consentito a tutti noi di andare a scuola, di professare un mestiere decoroso. Il solo “mi piace” non equivale ad essere omertosi, semmai il contrario. Quando qualcuno del Gruppo sintetizza bene le vicende, le argomenta in modo  esauriente, allora risulta inutile  quanto retorico ripetere  concetti conchiusi. In certi momenti della vita, bisogna frenare gli impeti, comprendere che si è scelto di far parte di una grande comunità (FB) e che ognuno può equivocare  anche una semplice parola, e con ciò accrescere la suscettibilità di quanti si sentono tirati in ballo. Facciamo tutti un bagno di umiltà e continuiamo a dare voce e sostanza al nostro Gruppo in modo unitario.  Non ci sono colti e meno colti, ognuno è importante.
Forse ha ragione Umberto Eco quando scrive:

                      Chiesta Matrice "S.Maria degli Angeli " di Caraffa del Bianco (RC)

 Ciascuno di noi ogni tanto è cretino,
imbecille, stupido o matto.
Diciamo che la persona normale
è quella che mescola in misura ragionevole
tutte queste componenti, questi tipi ideali.
Umberto Eco, Il pendolo di Foucault, 1988