martedì 26 luglio 2016

Il "Saltozoppo" di Gioacchino Criaco, Feltrinelli 2015.

L’ultimo romanzo di Gioacchino Criaco, Il saltozoppo, Feltrinelli 2015, ha subito  riportato alla mia memoria  le forme  burlesche di un gioco tradizionale  praticato fino agli anni ’60 nei nostri piccoli paesi. Ciancapuglieglia, questo il suo nome dialettale, ovvero pollastra azzoppata  che camminava saltando su una zampa. Da bambino ne ho viste un bel po’ muoversi sbilenche per le vie polverose della mia ruga.  Spesso erano proprio i ragazzini ad azzopparle  con la scusa che tanto era un gioco privo di vera cattiveria. Già, privo di cattiveria, ma per il piccolo animale domestico significava la morte imminente perché in quello stato poco serviva al suo padrone.  Ne Il saltozoppo Criaco  utilizza l’antico gioco come metafora per sottolineare il destino dei tre principali protagonisti del romanzo (Julien Therime, Agnese  Dominici e suo fratello Alberto). Ma  protagonista  è  pure l’Aspromonte “che pasce la gente a odio e amore” dove ancora feroci insidie tribali si mescolano con una modernità male assorbita. Ma non starò qui a riassumere per intero i fatti, sarà il lettore a penetrarvi come meglio crede. Il saltozoppo differisce alquanto dalla struttura stilistica dei precedenti impegni letterari di Criaco, specialmente da  Anime nere (Rubbettino, 2008) che ha dato ampia  notorietà allo scrittore di Africo Nuovo. E questo, molto probabilmente, perché egli avverte da sempre  il bisogno vitale di non farsi intrappolare da un progetto creativo che  inevitabilmente peschi nello stagno antropologico della criminalità locridea. Un rischio che  Criaco, per fortuna, ha sempre tenuto  presente,  relegato ai margini. Ciò, appunto, per non essere additato come narratore  esclusivo delle “anime nere” che abbondano per le nostre contrade e non solo. La conseguenza - altrimenti- sarebbe funesta:  a furia di stigmatizzare le tristi vicende del mondo criminale,  prevarrebbe  il rischio di rendere circoscritto e  non di vasto respiro l’humus  della sua scrittura.  Provo ammirazione e rispetto per questo  nostro conterraneo  impegnato a  limare la sua tecnica narrativa nel tentativo, finora riuscito, di costruire un  suo specifico linguaggio non riconducibile all’abbondante e variegato mondo del sottobosco letterario che, specie in Calabria, cresce senza pudore alcuno. Mi preme, in questa sede,   sottolineare il modulo stilistico (a più voci, polifonico) adoperato dall’artista ne Il saltozoppo. L’io narrante delinea le fattezze, le gesta dei protagonisti lasciando da parte pretese conoscitive  troppo vincolanti. Voglio dire che l’autore, specie in questo romanzo, non intende più rimanere allo scoperto,  muta la sua azione stilistica in una sorta  di narrativa  a più voci  (Il geco, la ninfa, il cucciolo, il serpente, l’aquila, Silvestro)  che nel narrare  se stesse svelano, non senza dolore, le forme della loro immersione  nella fitta logica della faide  secolari e per questo ancora “anime nere” che  solo dopo varie perizie, prove fatte d’angoscia e qualche pentimento, riescono (Agnese e Jiulien, soprattutto) a comprendere, forse, che i rivoli di sangue sparso per l’Aspromonte  comportano solo morte e distruzione . (“E poi venne la peste. Il vento nero soffiò forte, oscurando gli usci e spezzando le favole…”).  Ma è una polifonia strategica, in realtà il burattinaio è sempre l’autore, che cerca spazi umano-culturali più vasti, anche se è ancora presto per lasciarsi alle spalle il mondo che lo ha partorito e dove, finalmente, oltre al sangue vi è la presenza di un amore profondo e pregno di promesse, quello tra Julien ed Agnese, che si manifesta in tutta la sua dirompenza solo nei luoghi di nascita: nelle calde acque del mare Ionio, che accarezza i loro corpi per poi ricoprirli di sabbia tiepida simile a carezze materne. Certo, è ancora amore giovanile, passionale e pregno di erotismo, tuttavia è amore eterno, mai scalfito dal dubbio e per questo in grado di scontrarsi con la realtà malavitosa del Nord che li obbligherà a scelte di vita drammatiche: morte, carcere, sequestri e conseguenti ricatti. Ma quando il lettore, scavando nelle intense pagine del romanzo, sembra rassegnato ad un epilogo funesto (“Ma il desiderio dei bambini non mutano il destino costruito dai grandi”), certo che i protagonisti  non  hanno saputo (o potuto) scrollarsi di dosso le malsane regole dei luoghi d’origine fatte di antiche faide (sviluppatesi dagli Aragonesi  in poi), traffici e altre trame illegali (droga in  primis), viene fuori un finale aperto che ben si collega ad un desiderio espresso a metà romanzo da uno dei protagonisti: “La rivoglio la mia favola. Per sempre”.






martedì 25 agosto 2015

IL RICORDO. LETTERA NON RECAPITATA A GIANNI CARTERI


SCRITTO DA VINCENZO STRANIERI - . -PUBBLICATO  inAspromonte"IN AGGIORNAMENTICOPERTINECULTURALIBRI E SCRITTORIRITRATTI
«Se vi viene il sospetto che state per morire
 mettetevi una scatola di fiammiferi in tasca.
Che la notte sarà lunga, lunga…»
Tonino Guerra-
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Carissimo Gianni, *
non so di preciso perché oggi sono venuto a casa tua; ho dubbi sul fatto che il mio sia stato solo un gesto di generosità, il desiderio di stare accanto ad un amico in procinto di lasciare per sempre l’avventura terrena cui tutti noi siamo destinati.
Forse è stato un involontario gesto d’egoismo, non soltanto l’intima esigenza di salutarti prima dell’estremo viaggio verso l’eterno.
E di ciò ti chiedo umilmente scusa.
Mai, però, avrei voluto vederti annientato dal male incurabile che il destino (chi altro?) ti ha imposto senza alcun ritegno, sconvolgendo il tuo corpo, lasciando che le ossa prevalessero sulla carne.
Il male, almeno questo, niente ha potuto contro la tua mente vigile, ma non so se questo sia stato un vantaggio oppure un altro modo per farti sentire ancora più forte la sofferenza tua e di quanti ti vogliono bene.
Il tuo respiro, pesante e annegato nell’affanno, mi ha sconvolto; avrei voluto fare qualcosa, ma niente ho potuto.
Il tuo/nostro Dio ancora una volta non ha fatto sconti, a modo suo ha voluto indicarti la strada del dolore più irto.
Non hai mai preteso di essere un neo-Giobbe, dicevi di non averne la statura. Come darti torto!
So di certo che nella preghiera, tu cristiano impenitente- stai cercando forza e conforto, che i tuoi genitori li senti vicini in quel cielo celeste che ogni credente  agogna. Ti aspetta tua madre, Peppina Sideri, che ti  ha indicato la strada della fede ad anche quella della scrittura.
Da trent’anni  convivi con una grave  patologia che, nel tempo, ti ha indebolito e reso fragile, ma non per questo domo.
Hai lottato contro la malattia attraverso la scrittura, scrivendo articoli e saggi sui più importanti scrittori calabresi e non.
Nonostante la sofferenza, hai sempre partecipato con generosità e competenza ai numerosi convegni letterari, e di certo ha ragione Vito Teti quando scrive che “Gianni Carteri è un intellettuale raffinato, scrittore originale, uomo religioso garbato, buono e generoso. Un amico vero della migliore Calabria”.
Un abbraccio forte, tuo Enzo Stranieri
S.Agata del Bianco, 9 agosto 2015  

*Gianni Carteri, nato a Brancaleone, ha vissuto, dopo il matrimonio, a Bovalino, Ha collaborato al mensile “Studi Cattolici” e al settimanale cattolico “Il nostro tempo”. Ha scritto numerosi saggi su Cesare Pavese e Corrado Alvaro. Nel 1994 gli è stato assegnato il premio “Pavese” per la critica letteraria ed il premio “Amantea” per la saggistica.

sabato 25 ottobre 2014


L’OPINIONE. AL CINEMA CON “ANIME NERE”

SCRITTO DVINCENZO STRANIERI IL . PUBBLICATO IN AGGIORNAMENTICOPERTINECULTURA

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Un mio amico calabrese che vive al Nord è rimasto sorpreso quando, tempo addietro, gli dissi per telefono che presto sarei andato al cinema a vedere Anime nere del regista Francesco Munzi, film liberamente ispirato all’omonimo romanzo di Gioacchino Criaco (Rubbettino 2008) e che, al recente Festival del cinema di Venezia, aveva riscosso un buon successo. «Perché vai a vedere un film che tratta di cose che ben conosci. Vivi nel cuore geografico che ha partorito la ‘ndrangheta ed i suoi famuli. Sarà di certo un film che ricalcherà i soliti stereotipi», così ebbe a rimproverarmi benevolmente il mio amico. É persona intelligente, nonostante abbia lasciato la nostra terra da circa trent’anni, conosce bene il suo/nostro mondo d’origine. Qui aveva lottato con impegno contro i soprusi, i suoi comizi erano vibranti e ricchi di passione giovanile. Ma il suo consiglio non poteva trovare il mio consenso.
ANDAVO AL CINEMA soprattutto perché un buon film è sempre un’opera d’arte ed anche perché io sono socratico per convinzione (so di non sapere), certo che c’è sempre qualcosa d’apprendere. Inoltre, fatto non secondario, avevo quattro anni or sono recensito positivamente il libro di Gioacchino Criaco. Il film ha inizio, una strana ansia mi assale, respiro profondamente alla ricerca di una concentrazione che mi consenta di seguire una storia che narra dal di dentro un mondo incastonato nell’alveo antropologico della ‘ndrangheta. È un’opera volutamente lenta, il regista fa lievitare le singole vicende evitando la presenza d’intrepidi eroi. Il sangue non scorre a fiumi ed è pure assente l’eco assordante di fucili ultramoderni in grado di lacerare il silenzio notturno dell’Aspromonte. Guardo le immagini volutamente velate da un buio trasparente, ascolto le locuzioni dialettali dei protagonisti. Non ho bisogno di leggere i sottotitoli. É una lingua che conosco bene. Il pensiero corre veloce, la mente s’arrovella, cerca un filo conduttore al quale aggrapparsi per non cadere in errore. Mi soccorre la pausa tra un tempo e l’altro.
PRENDO APPUNTI. Mia moglie li sbircia incuriosita. Mi chiede perché le scene, specie i primi piani, non sono nitide. Le dico che è una scelta del regista. Di anime nere come la notte si tratta, infatti. «É vero – mi risponde – ma devi ammettere che in una terra arsa dal sole ci si aspetterebbe squarci di luce abbagliante. Ed invece anche le parole dei protagonisti sembrano prigioniere del buio che incombe su uomini e cose». Comincia il secondo tempo, la mia attenzione è al massimo, ascolto e guardo tutto quello che Munzi ha costruito con fatica greve, stante che i fondi erogati dalle nostre istituzioni locali sono stati esigui se non del tutto assenti. Siamo al finale, drammatico quanto inaspettato. Anche i miei due amici, che hanno assistito al film nella fila di fianco alla mia, sono rimasti spiazzati, increduli per una chiusa così tragica, pregna di profonda intensità emotiva. Luciano, infatti, uccide suo fratello Rocco (che fino ad allora s’era goduto lo status sociale raggiunto nel regno del malaffare milanese) colpevole di non avere saputo proteggere Leo (figlio ventenne di Luciano) eliminato da un gruppo rivale per avere progettato all’insaputa di tutti l’uccisione di un potente boss locale.
LEO VIENE consegnato ai suoi aguzzini dal suo migliore amico (vai a fidarti!). Prima di lui era stato ucciso Luigi, il terzo dei fratelli Carbone, dedito al traffico internazionale di droga. Solo Luciano vive stabilmente in Calabria in compagnia del suo gregge di capre. Egli è lontano da traffici e violenze varie. Prima di ritornare all’epilogo, mi preme sottolineare come Munzi abbia saputo mettere in evidenza (tutto il film stimola questa riflessione) lo scontro generazionale all’interno delle ‘ndrine: la vecchia ‘ndrangheta (composta da quanti negli anni ‘70 avevano eliminato i capi-bastoni del reggino), e quella dei nostri giorni sempre più smaniosa di guadagnare in fretta denaro e prestigio all’interno della criminalità organizzata che, come si sa, è divenuta un’holding internazionale. Il film presenta delle peculiarità che lo rendono fortemente originale. Munzi, infatti, compie un viaggio all’interno delle forme culturali di una famiglia calabrese che si rivela disomogenea e non sempre ligia alle regole del mondo ‘ndranghetistico.
TRE FRATELLI, segnati dall’uccisione del padre per via di una faida che per lungo tempo aveva insanguinato il territorio alimentando sgomento e terrore nelle popolazioni del basso Aspromonte orientale. Lo Stato (rappresentato dalle forze dell’ordine) è presente solo quando vengono uccisi Luigi e Leo. Lo è per prassi, idem la chiesa, rappresentata da un giovane sacerdote che, durante il funerale del giovane Leo, proferisce un’omelia incapace, specie in quel frangente, di produrre alcuna consolazione. I cuori sono in piena accelerazione, pronti a scoppiare per la rabbia ed il dolore, nonché per il desiderio di una pronta vendetta. Non ci sono magistrati, organi inquirenti impegnati a contrastare le ‘ndrine, cosicché non ci sono tribunali, testimoni, avvocati alle prese con alibi, prove e/o possibili codicilli in grado di aiutare gli imputati di turno. Non è un giudizio negativo contro la Giustizia e/o la Chiesa, a Munzi interessa che sia la famiglia Carbone a denudarsi, e questo senza filtri o intromissioni che ne modificherebbero la vera natura. Trattasi, quindi, dell’affresco amaro di un mondo ancora legato ad un passato/presente capace di partorire anime nere pronte ad immolarsi in nome d’insani valori.
IL FILM DIFFERISCE alquanto dal romanzo di Criaco, ma non per questo ne violenta la morfologia. É una libera interpretazione del regista, infatti. Andrebbe visto almeno due volte un film. Di certo qualcosa mi è sfuggito, ma la tarantella no (ballo secolare musicato in modo semplice ma in grado di creare ritmi vorticosi nella mente dei partecipanti). Luigi guarda gli altri ballare appoggiato ad un palo della vecchia baracca che ospita alcune famiglie legate alla criminalità organizzata. Balla da fermo, mima estasiato i suoi ritmi, sembra posseduto, ne vuole gustare ogni attimo, sente la frescura della montagna amica dove ha vissuto da piccolo. Quell’antico ballo gli comunica visioni paradisiache, un’inimitabile pace interiore. E questo a poche ore della sua tragica esecuzione da parte di un gruppo rivale. E le donne? Quale il loro ruolo? Sono donne senza sorriso (mogli, figlie e nipoti), sottomesse a figure maschili che inseguono facili guadagni a costo della vita. Ogni giorno le sfiora la morte ed i loro cuori si gonfiano d’eterno dolore. Hanno anche l’ingrato compito di riproporre la ritualità (ereditata dal mondo greco-romano) dei funerali di un tempo, quelli dove si recitano litanie (con atteggiamenti da prèfiche) inneggianti le qualità positive del defunto. Ed anche interminabili pianti capaci di esaurire le poche lacrime custodite con parsimonia, stante che, purtroppo, un morto tira l’altro. Ed è bene tenere sempre pronto l’abito scuro. E ciò in contrasto con l’eleganza della bionda moglie di Rocco, donna del Nord che non riesce a capire il mondo del marito e che desidera tornare al più presto nella sua Milano dove fino ad allora aveva goduto di rispetto e privilegi (si era mai domandata il motivo di tanto benessere?).
DICEVO DEL tragico epilogo. Le interpretazioni sono molteplici. È certo, però, che senza quel tipo di finale lo scenario avrebbe avuto come protagonista un mondo senza scampo, privo di qualsiasi prospettiva. È vero, ciò costa sangue, dolore atroce; il tutto, infatti, rimbalza pesantemente all’interno della famiglia Carbone, dei suoi pochi sopravvissuti. Ho letto su facebook diversi post che invitano il regista a realizzare al più presto la continuazione del film, una sorta di Anime nere 2, 3, 4 etc. Mi auguro che ciò non accada, spero tanto che questo film sia considerato un’opera cult (un classico) in grado di sfidare il tempo.

martedì 23 settembre 2014




 Francesco Stilo, il pastore africotu

Scritto da Vincenzo Stranieri il . Pubblicato in Aggiornamenti, Copertine, Cultura, Ritratti
Francesco Stilo. Un’intera esistenza trascorsa ad allevare capre e a far laureare i suoi sette figli
FAMIGLIA STILO
Nella foto in alto da sinistra: Santoro Criaco, Francesco Stilo e sua moglia Domenica Criaco, Andrea Stilo, figlio di Francesco. Africo vecchio, 13 giugno 1976, altopiano Milia

Francesco Stilo, classe 1926, è uno dei pochi pastori di Africo vecchio ad essere tornato a vivere nel luogo d’origine dopo la disastrosa alluvione dell’ottobre 1951. Alluvione che ha comportato la fondazione di Africo nuovo, nei pressi di Capo Bruzzano.
É un vero resistente, il nostro pastore di lattare, fiero della sua scelta, affezionato alle sue bestie forse ancor più che agli uomini. Ma non è un uomo isolato, un eremita che intende sfuggire al cosiddetto mutare dei tempi. Egli conosce quanto avviene fuori dal suo raggio d’azione lavorativo, lo sanno i suoi sette figli (tre maschi e quattro femmine, tutti laureati), che ha voluto mandare a scuola a tutti i costi, sacrificandosi assieme alla moglie perché potessero realizzarsi.
E dunque, oltre che pastore, il nostro è stato/è un ottimo educatore, una guida sicura, soprattutto sul piano etico, della propria famiglia. Conosco alcuni dei suoi sette figli, che vivono l’essere professionisti con dedizione ed umiltà. Nessuno di loro ha dimenticato il mondo dell’infanzia e, di tanto in tanto, ritornano nei luoghi d’origine, per rivivere, quasi in un processo catartico, il tempo dell’infanzia trascorso sul dorso di una montagna sì aspra ma capace d’infondere valori profondi e sicurezza interiore.
Francesco Stilo è stato un ottimo educatore, ma senza il peso della vendetta sociale, perché egli non maledice il proprio destino, non lo considera ingrato. È una saggezza antica, la sua, che lo posiziona nell’alveo di un equilibrio socio-culturale in grado di proteggerlo dall’invettiva gratuita e dalle facili lamentele. Occhi e carnagione chiari, lineamenti scolpiti dalla fatica e dal sole, corporatura media ed atletica, quasi una leggerezza dell’essere, oltre che del fisico. Desta meraviglia ed anche un po’ d’invidia quest’uomo che non teme la solitudine ed i rumori della notte che avvolgono le montagne di Africo vecchio e di Casalinuovo, ormai preda di sterpi e rovi. Non è difficile immaginare lo sgomento delle due popolazioni montane, in quell’ottobre del 1951, quando la devastante alluvione procurò gravi danni ad uomini e cose.
la TOSATURA
 Nella foto in alto la tosatura delle pecore. Africo vecchio, 13 giugno 1976, altopiano Milia
Un diluvio universale in cui la chiesa divenne il solo rifugio per combattere la malasorte, nel mentre la preghiera si trasformava in disperata implorazione, riconoscimento del limite umano. In quell’ottobre del 1951 successe mezzo finimondo, piovve incessantemente per alcuni giorni, la montagna franò in più punti portando con sé uomini, animali e case a fondo valle.
Questo è il modo più drammatico per ritrovarsi senza alcun bene materiale, senza un tetto dove ripararsi e soprattutto senza un’attività lavorativa né riconoscimento del limite umano. E alla violenza della natura s’aggiunse quella politica, e le due comunità, da secoli abbarbicate sui crinali della montagna, si trovarono, loro malgrado, a vivere prima in baracche di legno e poi in piccole e mal costruite case popolari poste a poche centinaia di metri dal mare Ionio (Capo Bruzzano), detto u Capu. Facile immaginare lo sgomento, intuire la paura per un futuro che appariva lontano ed incerto, ma la violenza era stata perpetrata e bisognava cominciare daccapo.
E il passato? Bisognava negarne l’esistenza? Allontanarlo dai pensieri? Violenza su violenza, dunque, e assieme alla cultura di un popolo s’era persa la vasta gamma di mestieri che ne sorreggeva l’economia, pur se povera e fragile. Ed è proprio a questo che Francesco Stilo ha voluto opporsi: alla perdita della sua identità umana e lavorativa, facendo di tutto per rimanere pastore.
Alcuni figli di Francesco Stilo vivono con le rispettive famiglie a Reggio Calabria, mentre Costantino, farmacista per circa vent’anni a Caraffa del Bianco, si è da poco trasferito in Puglia. La moglie del nostro pastore, Domenica Criaco, si è stabilita da circa 20 anni a Caraffa del Bianco dove la figlia Annunziata è stata per alcuni anni medico di base. In realtà, il nostro pastore si considera un africotu, e non ha per niente legato col posto di neo-residenza.
Egli è altro da questo luogo, si sente un uomo libero solo a contatto con la sua mandria che bruca per i crinali dell’antica montagna amica. Il suo scopo attuale non è quello economico, la sua ricchezza è il mantenimento della libertà personale, quella di vivere a diretto contatto con la natura, in un continuo dialogo con le bestie e le cose, dialogo, di tanto in tanto, interrotto da qualche altro resistente pastore o da qualche temerario cacciatore. Torna a casa poche volte al mese, giusto il tempo di rifornirsi di provviste, per poi ritornare a vivere in libertà le sue lunghe giornate trascorse tra le montagne amiche*.
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Nella foto Francesco Stilo, foto di Enzo Penna
Pastori di Africo Vecchio che fino alla fine degli anni ‘80 pascolavano le loro greggi nei territori d’origine:
Andrea Stilo, fratello di Francesco, Pietro Stilo, Giovanni Stilo, Pietro Maviglia, Domenico Maviglia, Costa Stilo, Bruno Criaco (quest’ultimi hanno abbandonato la pastorizia da circa vent’anni o scomparsi).
L’elenco mi è stato fornito dal medesimo Francesco Stilo.
*La storia di Francesco Stilo è stata scritta alcuni anni addietro. Attualmente il nostro pastore, a malincuore e su insistenza della famiglia, ha smesso di fare il pastore a tempo pieno e vive con la moglie a Caraffa del Bianco. Ma il richiamo ancestrale della pastorizia è rimasto vivo come un tempo. In un appezzamento di terreno di suo figlio Costantino (contrada “Musco” in S. Agata del Bianco), oltre a curare l’uliveto e l’orto, ha realizzato un piccolo Jazzo per pochi ovini. Gli ricordano il suo mondo, la sua infanzia… la sua vita.

martedì 15 aprile 2014

Il sole e il sangue”, volume di racconti di Domenico Talia (InAspromonte, aprile 2017, p.23).


                              Vincenzo Stranieri


Il sole e il sangue di Domenico Talia  (Ed. Ensembel, Roma, 2014), volume composto da 17 brevi racconti per un totale di 153 pagine, è una gradita sorpresa.  L’autore, nativo di S.Agata del Bianco, è ordinario di Ingegneria informatica all’Università della Calabria,  ha pubblicato nel 2004 una raccolta dedicata al viaggio (Itinerari stranieri).
Il bello dei racconti è che puoi cominciare da dove desideri.
Leggo per primo Treno Ionico,  che inizia con un “Finalmente il treno arrivò.  Lui salì”.  Credo che il  vero filo conduttore del libro di Domenico Talia  stia proprio in questa breve locuzione. 
Quando il protagonista di Treno Ionico sale sul treno  non ha ancora maturato la consapevolezza che il corso dell’esistenza è un andirivieni tra il prima e il dopo. Tra quelli che siamo stati e quelli che siamo diventati. 
E’ forse il più bello, intenso racconto di Talia. 
Anche perché l’autore si denuda in profondità, non nasconde  le sue emozioni, il suo stupore. "Era partito da una stazione che aveva ormai quasi dimenticato, come se avesse fatto parte di un’altra storia, di un’altra vita. Aveva dimenticato il mare, i monti, il treno, quei rumori, quegli odori, quei paesaggi. Aveva dimenticato quel diverso modo di sentire il tempo, quella sensazione di essere parte, noi stessi, di un qualcosa di più grande e di ignoto", p.32. 
 L’umanità, infatti, vive  di stanzialità, di movimento perenne. E’ il frutto di questa insita necessità antropologica. Viaggi veri, dettati da motivi diversi, viaggi mentali che scaturiscono dalla necessità di sfuggire a collocazioni statiche in grado di renderci miopi e ripetitivi.
Ma avviene che anche quando pensiamo di essere fermi nel luogo  in cui viviamo, continuiamo a muoverci verso qualcosa o qualcuno. 
In letteratura,  la fantasia si chiama creatività,  rielaborazione delle speranze vissute, cercate,  annotate nel corso di questi viaggi che - è bene dirlo- non sono né semplici né facili. Anzi.  Si può rimanere fortemente disorientati,  travolti. Talia apprende che il ritorno è doloroso, ma anche costruttivo, ricco di sollecitazioni positive. 
In altri racconti (Granelli di sabbia rosso sangue, In tre ore in un altro mondo, a esempio) viene espressa profonda amarezza per la difficile situazione socio-economica vissuta/subita   dalla nostra terra (la Calabria),  un mondo  preda del  malaffare politico-mafioso, ed anche di tanta indifferenza.
In Due suore e due ragazze viene narrata la storia di quattro donne che intendono migliorare le condizioni sociali di un piccolo paese del Sud. Il loro impegno fa paura a quanti sono impegnati a mantenere lo status quo. La conseguente reazione è quella di sminuzzare le gomme della vecchia Panda delle suore. 
Ma il racconto, oltre alla presa d’atto di quanto accaduto, mette in rilievo che laicità e religiosità debbono, lasciando da parte le convinzioni di fondo che pure le animano, allearsi contro il male.   
Sono questi i racconti in cui maggiormente si rivela l’assunzione di responsabilità etica dell’autore, che non può e non vuole rifugiarsi nel racconto/reportage.
Il testo, infatti, è  collocato su due piani diversi ma non contrapposti: lo sguardo dell’autore su quanto ha davanti agli occhi, le amare riflessioni  sul tempo che passa, le cose mutate, il degrado, ma anche la speranza, il profondo desiderio di vivere pienamente. 
 E’ un linguaggio leggero, volutamente asciutto ed essenziale. Le vicende vengono enunciate  con periodi  brevi, secchi,  e ciò anche quando vengono descritti avvenimenti tragici (omicidi, vessazioni di stampo malavitoso, etc.). 
I 17 racconti in questione, pur prendendo spunto da vicende vissute o apprese da fonti diverse  (orali,  soprattutto), hanno il pregio di ampliare lo sguardo anche sulle contraddizioni  del cosiddetto mondo globalizzato (Nella campagna assolata). 
Penso, però, che il meglio l’autore lo dia soprattutto nelle numerose pagine in cui rivela il suo modo di essere, quando getta lo sguardo sulle azioni di uomini e cose che ben conosce, quando ne diviene un credibile  portavoce.
Come dicevamo, al sole caldo  e ristoratore della nostra bella Calabria si contrappone il sangue,  l’assurdo desiderio di autodistruzione che anima  quanti inneggiano alla violenza.
L’invito di Domenico Talia, fermo quanto accorato,   è quello di  scegliere  la luce del sole al posto dell’orrido sangue.     




sabato 12 aprile 2014

Vincenzo Stranieri (Addio a Saverio Strati….. “l’Ora della Calabria”, sabato 12 aprile 2013, pp. 1, 35)



Saverio Strati è  senza alcun dubbio tra i più grandi scrittori italiani del Novecento. Essere nati in Calabria, serbarla nel cuore, amarla, tradurla in letteratura non vuol dire necessariamente essere solo calabresi. E’ vero che l’humus antropologico è quello in cui si nasce, ma è pure vero che quando uno scrittore è tradotto in diverse lingue, appassiona lettori di mezza Europa, allora vuol dire che ci si trova di fronte a valori universali. Strati, assieme a pochi altri grandi scrittori italiani (Calvino, Sciascia e qualcun’altro che mi sfugge) è presente anche nelle antologie americane. La provincia è una forma mentale e non un ambito geografico.
Strati nel narrare il nostro meridione narra il mondo.  Bisogna non cadere nei regionalismi tantomeno nei provincialismi. O si è scrittori universali o non si è niente. Nato in Calabria va bene, è la definizione, statica quanto auto lesiva, di scrittore calabrese che genera ambiguità e confusione. Questo, naturalmente, vale per qualsiasi artista che opera sul pianeta terra. Scrittore vero è chi ha un mondo da raccontare. E Strati  lo ha, eccome. Nel momento in cui  i suoi libri incontrano il lettore  la sua scrittura si spoglia dei connotati originari e dona ai suoi interlocutori le forme di un’umanità ricca di storia e di valori. Il  problema è il modulo stilistico, la struttura linguistica che ogni scrittore utilizza per non cadere nella trappola del già  detto e del già scritto. Strati è unico nel suo genere. Inventa (meglio costruisce) un linguaggio nuovo, tutto suo, e lo dà in prestito alla sua gente, ne diviene   voce narrante. Difatti, da semplice apprendista-muratore  diviene “glossa” della sua gente, cantore del bene e del male del Meridione, non facendo sconti a nessuno, soprattutto  a se stesso. Siamo tutti debitori di questo grande artista, mai domo, perennemente impegnato a  narrare la storia antropologica del nostro “maledetto sud”.“ Io l’amo profondamente la mia Calabria, ho dentro di me il suo silenzio, la sua solitudine tragica e solenne. Sento che pure qualcosa dovrà venire fuori di lì: un giorno o l’altro dovrà ritrovare dentro d sé ancora quelle tracce che conserva dell’antica civiltà della Magna Grecia”. Narrava dal di dentro, dicevano, il suo stile cesellava come pochi le forme della civiltà contadina, ne delineava le fattezze più remote, ne sollecitava la  vera conoscenza. Grande e appassionato era il suo amore per i poveri, i diseredati al punto da estremizzare al massimo il suo linguaggio, il suo stile iper-realista. La sua mente conservava una sterminata galassia  di personaggi: le vicende familiari, gli esiti di una semina, i tomoli di grano prodotti, le cattive annate dovute alla siccità o a  qualche improvvida alluvione.  Un amore viscerale profondo, quasi una ossessione implacabile. In quasi tutti i suoi romanzi, però, egli non poteva non denunciare il nostro cattivo modo di essere, la nostra cattiva voglia di migliorare le sorti socio-economiche della nostra terra. Sono “arrabbiature” sincere, non volevano accusare nessuno, intendevano spronare chi era immerso nel fatalismo, quanti non volevano/vogliono lottare contro lo status quo. Mentre il mondo cambia, si evolve, il meridione appare pietrificato. Mentre in altri lidi è giunta la primavera, nel Sud regna un inverno fitto, un modello sociale che intende perpetrare le antiche regole. Non è stato uno scrittore sfortunato, però. In quegli anni (anni’50-’60) il cinema era nel pieno della sua espressione neo-realista, i ceti popolari erano protagonisti di molte pellicole, e le cosiddette classi subalterne trovavano spazio e forma nell’alveo della cultura italiana. Cosicché anche la narrativa realista era acclamata di pari passo a quella cineasta. Anche la critica fu dalla sua parte. Ogni sua opera era recensita con favore e in numero notevole. Poi, però, Mondadori, la casa editrice che  aveva pubblicato la maggior parte delle sue opere, gli chiuse la porta.  Strati, conseguentemente,  va in crisi, comprende che il mondo di cui è stato testimone non riesce a trovare una collazione ottimale presso il vasto pubblico, nemmeno in quello calabrese. Si sente solo, abbandonato. Egli merita gratitudine e rispetto, perché- tra l’altro-  ha saputo dare dignità e fisionomia ad un mondo che, altrimenti, la cultura ufficiale avrebbe relegato ai margini, o, nella migliore delle ipotesi, trasformato  in mero folclore.­­­­­ La speranza è che il suo impegno non venga dimenticato, che le sue opere trovino giusta collocazione nelle scuole e nelle università. Me lo auguro tanto. Ma il  pessimismo, specie in una regione come la nostra, è più che mai d’obbligo.