sabato 2 settembre 2023

piu' che miscellania

 

martedì 4 gennaio 2022

SALOTTI TELEVISIVI PRIVI DI SENTIMENTI VERI

 

 NO ALLA PORNOGRAFIA DEL DOLORE E ALLA SCARNIFICAZIONE DEI SENTIMENTI

           

    La pagina  di un qualsiasi quotidiano d’oggi  contiene una mole di notizie che un uomo del Settecento - ad esempio- avrebbe ottenuto  in non poche decine d’anni. Notizie su notizie, rigagnoli d’inchiostro viaggiano per il mondo in cerca di fedeli lettori. Ma la notizia, oggi, corre, anzi dilaga, per mezzo di internet, si mescola a immagini colorate  pregne di proposte varie, ed appare difficile appropriarsi veramente di questa neo-babele che blatera dettagli su dettagli, proponendo, spesso, una realtà virtuale fatta di niente. Meglio oggi che ieri, naturalmente, ma è pure  opportuno quanto necessario capire che qualsiasi cervello umano non è in grado di sopportare questo bombardamento mediatico quotidiano. Non si tratta di censurare nessuno, bisogna invece non precorrere con l’attuale celerità tempi che riguardano l’intimo della natura umana (oltre che le necessità della nostra madre terra).Bisogna decelerare la corsa intrapresa, evitando s’infrangersi sugli scogli di una falsa conoscenza che, col passare del tempo, diverrà totalmente omologata.

 

Negli ultimi anni stiamo assistendo a diatribe giornalistiche (carta stampata, tv etc) che risultano grottesche quanto inutili. Non voglio riferirmi a nessuna di queste in particolare (l’elenco sarebbe lungo, purtroppo), perché tutte presentano lo stesso vizio di forma: retorica bassa, demagogia urlata, populismo d’infima qualità. Nei salotti televisivi si parla di tutto, si giudica con non poca superficialità questa o quella vicenda, si esprimono valutazioni soggettive che intendono essere verità assolute. Si discutono sentenze, indagini ancora in corso senza essere sfiorati dal che minimo dubbio. Vige la presenza costante del tuttologo, colui/colei che discerne senza pentimenti di terremoti e piogge torrenziali, di naufragi e violenze domestiche.

Tutto è chiaro, tutto è certo in questi salotti colorati dove tutti fingono di essere  buoni amici. Ma è proprio in questi salotti televisivi che imperano due tipi di delitti culturali che Rosario Sorrentino (neurologo di fama mondiale) definisce- cito a memoria- “pornografia del dolore”, “scarnificazione dei sentimenti”.La nudità del dolore altrui  non disturba i numerosi retori, che affondano i loro bisturi conoscitivo dentro le carni più profonde della vittima di turno, scarnificandone, appunto, le emozioni più recondite. Autopsia dell’anima e del corpo, un po’ come quanto accade in alcune serie televisive americane trasmesse con solerzia anche in Italia dove gli esami necroscopici vengono mostrati in ogni loro piccolo particolare, non mancando, naturalmente, di evidenziare il rosso-cupo della carne umana distribuita in modo ordinato sui tavoli di altrettanto ordinati laboratori. Il corpo è un giocattolo che va montato e smontato senza particolari emozioni, come pure i sentimenti. Il  poter parlare di tutto eccita le menti di questi mendicanti del sapere, fa luccicare i loro occhi, esalta le loro questuanti narici.Deceleriamo la nostra folle corsa di falsa conoscenza- dicevo- solo così eviteremo gli scogli appuntiti dell’abbrutimento collettivo.

"lA RIVIERA", PRIMO GENNAIO 2022, P.19


 

Domenica 26 dicembre 2021

ROMANZO D'IMPEGNO CIVILE

 

“ L’ uomo è forte” (1938) romanzo di Corrado Alvaro, è un inno alla libertà,

 un grido di dolore contro ogni forma di Totalitarismo

 Inizialmente era intitolato “Paura sul mondo” 

Alvaro va riletto, le letture passate non hanno aperto squarci abbastanza vasti nel ventre della sua opera. E’ necessario accostarsi a quest’uomo senza pregiudizi, solo così si potrà cogliere la sua intima natura, che viene fuori in tutto il suo spessore ne “ L’uomo è forte”, romanzo dove l’impegno civile dello scrittore si evidenzia in una luce particolare. Alvaro, inizialmente, lo aveva intitolato “Paura sul mondo”, successivamente fu costretto a cambiarlo in “L’uomo è forte”. Ai censori dell’epoca (1938) il romanzo parve sospetto ed imposero allo scrittore il taglio di una ventina di righe e la precisazione che l’ambiente era la Russia. Il regime, così facendo, mostrò di non capire che il vero intento di Alvaro era una condanna univoca delle dittature: nazifascista e stalinista.

L’ambiente non era la sola Russia, dunque, ma il mondo, in particolare quella parte che mirava ad obiettivi di completa egemonia. L’atmosfera allucinante, le fobie che gravavano sui protagonisti ci conducano a F. Kafka, precisamente al “Processo” dove J.K. simboleggia la sconfitta di un’umanità che non ha compreso che nella vita “tutto è processo”, “tutto fa parte del tribunale”. “L’uomo è forte” è infatti un romanzo che narra la coercizione che il Potere opera sull’uomo allo scopo di annullarlo. Un Potere, questo,  che si  insinua nella  coscienza dei protagonisti,  ledendo la loro identità e sconvolgendoli sul piano morale. E tale violenza è possibile verificarla dalle prime battute del romanzo, quando Dale, ingegnere minerario, ritorna in patria dove è ancora viva la lotta interna tra le “bande controrivoluzionarie” e lo Stato. Ritrova Barbara, amica d’infanzia, e tra i due nasce l’amore. Ma Dale ben presto verificherà che la realtà di questo nuovo mondo è segnata dalla coercizione e dalla menzogna, un mondo dove il pensiero è considerato pericoloso. “Bisogna stare attenti a quel che si pensa. Possiamo influire sugli altri. E bisogna abituarsi a pensar bene”. Sono parole della segreteria dove lavora Dale che, successivamente, trovano conferma nel seguente assunto dell’Inquisitore: “ Tutti pensiamo a cose delittuose. Ecco perché è giusta l’espiazione. Il male è ovunque, in tutti, se mi fosse concesso dirlo affermerei che noi amiamo il colpevole”. E sarà proprio questa psicologia forte a far commettere ai protagonisti del romanzo tradimenti e delitti. Barbara, infatti, ossessionata dall’Inquisitore, denuncia Dale come ribelle. “Ella sente che Dale forse opera come tutti gli uomini, con un’energia logica e tenace, inesorabile come sono tutti gli uomini”. Barbara rifiuta l’intromissione di Dale nella sua vita, egli rappresenta il diavolo, colui che crea complotti contro i “salvatori della Patria”. “Era viva. Tra poco avrebbe deposto il suo carico di pensieri, di angosce, di terrori, era uscita dal mondo virile e turbolento, entrava nella ubbidienza e nella docilità delle regole”. Alvaro, attraverso Barbara e Dale, coglie i motivi che stanno alla base del consenso popolare alle dittature e che collimano in modo impressionante con le tesi di F.Adorno, esponente tra i più autorevole della “Scuola di Francoforte”. Ecco come Rossana Trifiletti Baldi sintetizza il pensiero di Adorno a proposito degli Stati totalitari: “L’efficacia dei dittatori risiede proprio nel fatto che essi assumono un atteggiamento asociale, e riescono a recepire nella loro ribellione fittizia la reale rivolta della natura che è stata repressa in ogni individuo: gli individui vengono così manipolati nella loro ultima reazione autentica, il “ritorno del represso”, e l’energia che istinti vietati mobilitano in ciascuno, viene deviata per i fini del regime”. Anche l’istinto di Barbara viene incanalato: “ Mi sono fidata del mio istinto. Il mio istinto mi diceva che sarebbe stato opportuno avvertire le autorità”. Per Adorno, inoltre, il rapporto tra il capo fascista e i suoi seguaci è di natura libidica, perché la figura del capo “diviene l’idealizzazione dell’io in ogni suo seguace, l’oggetto di una più immediata e fuorviante identificazione narcisistica”. Anche Alvaro conosce tale processo. “Barbara sentiva accanto a costui, l’Inquisitore, quello che una donna sente accanto ad un uomo pieno di desiderio violento e naturale, di quei desideri che legano contro la loro volontà due persone. Per poco non l’abbracciava stringendole le mani. E poiché un grande amore, sia pure come quello, nutrito di uno spaventevole istinto di distruzione, di una volontà di conquista fatale, non può non turbare una donna, ella scese quelle scale come se avesse sfiorato un amore cui non poteva rispondere ma cui la legava tuttavia una legge di natura”. Alvaro, dunque, coglie con acutezza di idee lo storpiamento che l’Inquisitore (il Potere) opera su Barbara (l’umanità), evidenziando come “nelle prassi dei regimi totalitari, l’individuo tocca il fondo della sua estraniazione, viene spossessato anche dei suoi istinti naturali e nel momento in cui crede di essere spinto da essi e di attuare la sua ribellione, è mosso come una pedina in senso contrario ai suoi interessi” (R.T.Baldi). E Dale? Egli corre verso il delitto di Stato. Dice l’Inquisitore: “ Noi non possiamo arrestare l’Ingegner Dale. Ci è troppo prezioso. Bisogna lasciargli il tempo di compiere la sua opera fino in fondo”. Dale, infatti, uccide in direttore della fabbrica in cui lavora credendolo una spia, ma viene catturato dalle bande controrivoluzionarie che lo affidano a Isidoro, contadino, per essere giustiziato. Nella parte finale, sostenuta da dialoghi fitti e penetranti (la metafora su “Le trasformazioni, ovvero l’asino d’oro” di Apuleio ne è l’esempio migliore), la narrazione dimostra che Alvaro  non sfugge alle sue responsabilità di scrittore.  Dale (Alvaro), infatti, si confronta col contadino Isidoro e non può fare a meno di costatare che “…sono ridicoli gli intellettuali, ma non c’è da disprezzarli. Sono fatti così…Ma li hanno allevati a credere che si possa accomodare ogni cosa, ragionevolmente, ragionando…”. E’ un finale tragicamente amaro, denso di emozioni particolari. Isidoro, simbolo della cultura d’appartenenza di Dale, media la catarsi di quest’ultimo, l’indispensabile ritorno alle origini. Egli sopravvive ai colpi sparatigli  da Isidoro (la Risurrezione) e ritorna nel  mondo fragile e mortale, ma è ancora un uomo e nella fuga, che lo porterà lontano dal Potere, troverà nuovi motivi di riscatto, forse.

 sabato 27 novembre 2021

 


 

"LA RIVIERA", DOMENICA 29 NOVEMBRE 2021, PAG.14

             “TUTTA UNA VITA”  DI SAVERIO STRATI,  RUBBETTINO 2021

 Un artista che ha  messo da parte gli strumenti stilistici di un tempo dando particolare rilevanza ad una sorta di spazio-tempo mentale capace di stabilire un rapporto nuovo  con i  ricordi, la memoria di quanto accaduto nel corso di una vita lunga e laboriosa

A  partire dagli anni ’80, Saverio Strati avverte l’esigenza di rivedere lo stile del suo linguaggio e, conseguentemente, anche le tematiche di fondo. Fino ad allora, tranne che nei romanzi  IL Nodo,1966, nei racconti Il Visionario e il ciabattino,1978, e in  L’uomo in fondo al pozzo,1989, ultimo suo romanzo pubblicato da Mondadori, la tematica centrale  è stato il Sud,  i suoi problemi secolari, le sue rinunce, le sue ataviche maledizioni sociali. E in questo è stato  concreto quanto originale, impegnandosi alacremente nella costruzione di una lingua popolare apparentemente semplice ma, cosa  alquanto rilevante, mai  consolatoria. Strati costruisce, elabora un tessuto lessicale che nei suoi numerosi romanzi porterà in auge il Meridione, le sue albe e suoi tramonti, i colori di una terra  protagonista di occupazioni secolari e quindi ancora alla ricerca di una sua  identità unitaria.

Di fronte alle  porte chiuse di Mondadori, suo editore fino al 1989, Strati si sente tradito, ha bisogno di esprimere il suo pensiero, le sue idee letterarie. Nel frattempo dà luce a un diario molto intimo (Tutta una vita) datato  1991, che sarà pubblicato postumo nel luglio 2021, presso Rubbettino, grazie all’interessamento costante di Palma Comandè, scrittrice e nipote dell’artista Il testo  reca  la  lucida prefazione di Vito Teti e la  nutrita postfazione  di Pasquale Tuscano.

Pino, protagonista del romanzo, appartiene a una famiglia benestante meridionale che si occupa di costruzioni edili. Il clima familiare è tranquillo e il giovane sogna di vivere l’esperienza universitaria in una grande città del nord (Milano) dove, in effetti, studierà architettura e non ingegneria come avrebbe preferito suo padre. Gli studi universitari non gli comportano serie privazioni economiche  ma anzi un  benessere dignitoso.

La città di Messina riserva al giovane amori poco duraturi  ma comunque piacevoli e degni di nota. La città dello stretto, anni ’50, si è in parte ripresa dal disastroso terremoto  del 1908 e offre una buona Università. Ma Pino sogna l’architettura e le bellezze museali delle grandi  città del Nord, ha bisogno di lasciarsi alle spalle la provincia, i limiti del paese d’origine.

 

A Milano, sua città adottiva, completerà i suoi studi universitari, laureandosi brillantemente in architettura.  Tale esperienza gli consentirà di appropriarsi di nuovi strumenti culturali, affinare con acume  anche le armi della conoscenza professionale.  Pino è comunque preso dalle bellezze museali, dai dipinti rinascimentali, dalla particolare architettura della città meneghina  a cui si aggiungono  le preziose visite a Firenze, ai suoi innumerevoli tesori culturali. Dicevo che la solidità economica della famiglia di Pino consente al giovane di guardare al mondo con occhi  meno rassegnati lo scorrere del tempo, sostenendo con un nuovo anelito i suoi progetti professionali altalenanti tra il territorio d’origine e il capoluogo lombardo perchè “combattuto fra il desiderio del rientro e il rifiuto di una società immobile” (G.Carteri).

In alcuni momenti  sembra incarnare  la vicenza umana di Rocco,  protagonista folle de “L’uomo in fondo al pozzo”(1989). Entrambi sognano  la fama, ma solo Pino, provvisto di una mente lucida e razionale, potrà godere del successo, seppur gravato da tante disillusioni sentimentali. Le donne, infatti, rappresentano eros e bellezza senza tempo, simboleggiano un mondo conchiuso, un abisso dei sensi incomparabile. E questo nonostante quasi tutte le donne che hanno conosciuto e amato Pino  ne denuncino  il suo apparente  cinismo.

Non è stato semplice scrivere di questa fatica postuma di Saverio Strati (S.Agata del Bianco 1924- Scandicci, luogo d’adozione, 2014).

I personaggi sono tanti, come pure i  protagonisti. Pur tuttavia, va detto che lo scrittore  muove i suoi personaggi/ pedine con la stessa abilità dei giocatori di scacchi. Soprattutto le prime 50/60 pagine aggrediscono il lettore, quasi lo disorientano, lo sollecitano ad alimentare meraviglia mista  a stupore. E questo perché non ci si aspettava uno scrittore prezioso custode  d’intimi segreti, testimone di vicende particolari che andavano riversate a futura memoria  sulla pagina bianca. E  questo senza particolari pudori. Le vicende amorose,infatti, esprimono una particolare voluttà, desideri ancestrali che danno  priorità alla carne rispetto alle semplici emozioni dell’animo.

Cosicché ci si trova di fronte a un’artista che ha ormai messo da parte gli strumenti stilistici di un tempo dando particolare rilevanza ad una sorta di spazio-tempo mentale capace di stabilire un rapporto originale  con i  ricordi, la memoria di quanto accaduto nel corso di una vita lunga quanto laboriosa. La circolarità del tempo, del pensiero che si aggancia al presente-passato-futuro,  con l’aggiunta di riflessioni che l’io narrante rivela al lettore  hic et nunc e che, naturalmente, non sono percepibili dalle figure di primo piano o anche secondarie  scelte all’uopo dall’artista. Quasi un ventaglio della memoria che  registra tutta una vita, appunto. Strati visiona in modo quasi morboso i dati della sua attuale esperienza con i numerosi avvenimenti del passato, di cui ha memoria viva e che ha conservato gelosamente in una sorta di scrigno fortunatamente non più privato.

 

 


 

domenica 24 ottobre 2021

La Padrina, romanzo di Palma Comandè, Rubbettino 2021. Recensione di Enzo Stranieri del 23 Ottobre 2021, LA RIVIERA, P.19.

 LA PADRINA,  terzo romanzo della scrittrice Palma Comandè che descrive il dramma della donna tra malavita e disagio sociale

     La Padrina” di Palma Comandè, Rubbettino, 2021, non è solo un romanzo, è anche un breviario antropologico, uno spazio dove il narrato cede il passo a brevi ma intensi aforismi. Credo che la quarta di copertina non renda completo merito al romanzo, apparentemente volto in più direzioni ma con al centro  protagonisti  che in realtà s’identificano in un’unica matrice sociale, un grumo di speranze deluse,  alimentate da un unico quanto pericoloso carburante: la violenza come riscatto sociale. E le donne, in un mondo così  legato alle antiche usanze (non solo a quelle ntranghitiste-mafiose), pagano un prezzo inaccettabile, doloroso oltremisura.  ll ruolo della donna all’interno di un alveo sociale che, negli anni ’80,  in un preciso territorio calabrese, è ancora denso  di contraddizioni socio-culturali, che la ingabbiano fino a renderla senza voce. Ci si pensa ombelico del mondo, s’ innaffiano arroganza  e miseria culturale, ma si rimane sempre e comunque ai margini del mondo, e questo anche quando si crede d’essere protagonisti in America (Merica), dove per viverci da ricchi mafiosi si paga un prezzo elevatissimo. Non ci si accorge del ghetto antropologico in cui si agisce,   lontani della società americana,  che li  giudica  portatori  di tradizioni d’altri tempi. Al vertice  di questo microcosmo c'è la nonna di Marià (protagonista/io narrante), donna Menù (La Padrina) che, come ebbe a dire in un secondo momento alla nipote,  è divenuta arida e violenta perché si è sentita creditrice nei confronti di una società che le aveva ingiustamente, secondo lei,  tolto affetti e sangue filiale. La Padrina comanda su tutto e su tutti. Ogni sua richiesta viene esaudita anche quando potrebbe sembrare violenta e priva d’umanità. Rappresenta la giustizia in pectore, simboleggia quello che un tempo veniva definito   “tribunale dei poveri”. Nel piccolo paese del Sud d'Italia dove è ambientato il romanzo non potevano mancare i sogni, le speranze in un futuro migliore. Cominciamo da quelli soffocati ancor prima di vedere la luce. Marià e Lisa sono amiche dai tempi dell'infanzia, da sempre condividono progetti per il futuro.

Lontano dalle fasi in cui la realtà prende una piega di violenza estrema, la freschezza giovanile e sognante delle due amiche giunge al lettore come acqua fresca di sorgente ancora incontaminata. In queste pagine c’è tanta poesia (opportuni, a tal proposito, i termini dialettali utilizzati  per dare la misura  del  luogo d’origine). I sogni e le  speranze  di Marià e Lisa sospingono verso un mondo volto al cambiamento,  lontano dalle trappole dell’ambiente paesano. Marià spera di fare la stilista, Lisa di sposare Peppe, il suo amore. Nessuna delle due, a conti fatti, riuscirà nell'intento e sarà Lisa, in procinto di sposarsi, a pagare con la vita i suoi sentimenti sinceri per il giovane ndranghitista. L’uccisione di Lisa e Peppe (che aveva deciso di lasciare il paese per vivere con l’amata a Milano, rompendo così con i vincoli mafiosi d’origine) è quasi un delitto annunciato. Da qui in poi si dipana un  narrato  vasto, tanti i misfatti compiuti e/o subiti dai  principali protagonisti. Va sottolineato, però, che Palma Comandè non si ferma alla mera narrazione di vicende di malavita all’interno di una Koinè immersa   nell’arretratezza. Non è soltanto una storia di mafia, infatti. Nella realtà antropologica di questo mondo conchiuso non c’è spazio per la donna, che  solo nella “fuga” può trovare un suo concreto riscatto. In questo senso la figura  di Marià  è ambivalente, cerca  disperatamente d’ essere una  moderna Antigone ma senza potervi riuscire. E per questo dice a se stessa: “ Che tutto quello che non c’era più, non mi restava che il ripiego in me stessa, a cercare la pace. Ovunque…nella rassegnazione”. Ma non è, come deducibile da un’ attenta disamina del romanzo,  una rassegnazione priva di luce.  Marià è accusata dalla Padrina di avere tradito gli ideali della famiglia, perché, tra l’altro, considera la montagna come terra matrigna, e per questo la disereda, la maledice con inaudita ferocia, sperando che  ella sia sotterrata al più presto  nei modi drammatici che hanno visto morire sua zia Mara Rosa, suicidatasi per sfuggire alle grinfie sadiche di sua madre (la Padrina). Chiudo con un’altra bella riflessione di Marià. “Ma l’imbarazzo di Rocco mi riportò drasticamente alle origini. A quel nostro mondo singolare. Accogliente ma anche respingente. Aperto ma anche chiuso. Vivo ma amche morto… Quel mondo dei contrasti. Che è tomba ed è  culla. Da cui fuggi , e nel quale vuoi tornare..”.


 

domenica 11 aprile 2021

GIOACCHINO CRIACO, L’ULTIMO DRAGO D’APROMONTE (Rizzoli, Milano, 2020)

 

 

Dopo il romanzo d'esordio “Anime nere” (Rubbettino, Soveria Mannelli 2008) in tanti si aspettavano una battuta d'arresto del giovane autore di Africo Nuovo, questo perché i pregiudizi viaggiano veloci e senza ritegno. Tuttavia Gioacchino Criaco non si è fatto intimorire dai ghigni sardonici di quanti giudicano senza leggere, animati da gelosie e rancori capaci di costruzioni malevoli col solo fine di togliere spazio e valore a un artista che, invece, con caparbietà e intelligenza continua a percorrere il solco della cultura nazionale e non (alcuni suoi romanzi sono tradotti all'estero). Detto questo, ho voglia di parlare del suo ultimo romanzo “L’ultimo drago d’Aspromonte”, Rizzoli, Milano 2020, adornato dalle pregevoli tavole/disegni di Vincenzo Filosa. L'ho letto a più riprese, mi è piaciuto da subito, quasi ad ogni pagina dicevo a me stesso che di strada ne aveva fatto lo scrittore di “Anime nere”, una strada senz’altro accidentata, perché la scrittura è capace di trabocchetti che possono sortire anche pesanti sconfitte. Egli, a mio modesto parere, sin dal suo esordio, si è posto un compito, non facile, ma che sta perseguendo con tenacia, ovvero delineare il vero volto umano-culturale del suo/nostro mondo nel tentativo di evidenziare non solo le ombre ma anche e soprattutto le luci. Lui stesso si porta addosso antiche stimmate, soffre ancora per le gravi contraddizioni che hanno animato per decenni le “anime nere” nascoste nei fitti boschi dell'amato Aspromonte, e tuttavia sembra dire loro in ogni suo scritto, che è necessario fermarsi, che la vita è breve e che bisogna assaporarne la parte migliore. Ma tornando alla struttura stilistica di questo suo ultimo romanzo, va subito detto che esso segna una maturazione rilevante rispetto al resto delle opere precedenti e questo perché Criaco ha saputo non ripetersi. Non mi aspettavo un romanzo così bello, non mi aspettavo una scrittura così robusta e al tempo stesso leggera, quasi eterea.

La figura del giovane trasferito quasi con forza in una comunità dell'Aspromonte per disintossicarsi dalla droga è solo un pretesto simbolico, una potente allegoria per portare alla luce le ansie dello scrittore, le sue interne lacerazioni culturali che trovano piena esplicazione in una necessaria sospensione spazio-temporale utile per portare alla luce le sue ferite interiori. E questo perché in questo generoso romanzo il protagonista è sempre Criaco, ogni personaggio lo rispecchia in pieno, gli ricorda vecchie questioni, ma non rancori, Non è tempo di rancori /vendette, Il giovane infatti, vivendo a stretto contatto con la natura e gli animali, sta, se pur lentamente, divenendo un strano eremita : beve molto vino, mangia senza mai saziarsi , parla con gli ortaggi del piccolo orto, ma è pur sempre inquieto e insoddisfatto e affida alla natura, appunto, la sua agognata risurrezione. Quest'ultima si è rivelata una marcia purificatoria per i boschi, e questo soprattutto di notte, allorquando il popolo dei boschi parla, sussurra, ricorda al giovane antiche profezie, sogni rimasti incompiuti. Un viaggio dentro le ombre notturne, i misteri che animano la sua giovane vita . Egli ha così modo di apprendere uno strano linguaggio: la parola appartiene anche alle piante, che nel mentre parlano invitano il giovane a compiere fino alla fine il suo cammino verso saperi antichi ma ancora capaci di forza e magia creativa. In queste pagine il romanzo cresce di vigore e progettualità (allegorie sospese tra sogno e magia), ci fa apprendere l'esistenza di un mondo divenuto luogo di fantasmi stanchi di nascondersi nei boschi di un monte aspro, solitario, sospeso tra vallate fiorenti e radure senza vita, prive di uomini e anche animali. Ma anche i rovi, i muri a secco, gli ovili dismessi nascondono tesori perduti, verità che non desiderano essere sotterrati nella nuda terra. E quindi il viaggio purificatorio del giovane (di Criaco) deve per forza avvenire nei boschi, dentro le terre arse dal sole dove un tempo i pastori portavano orgogliosamente al pascolo le loro greggi. Ed è un proprio un vecchio pastore (saggio e ricco di buon senso) che rivela al giovane la nascosta verità inerente il suo luogo d'origine, soprattutto le menzogne a lui taciute dai suoi familiari (da alcuni vecchi giornali custoditi dal vecchio il giovane scopre la natura criminale dei suoi, la loro appartenenza alla ndrangheta). “In questa montagna, ci sono solo peccatori” (pag.163), qui nascono e crescono peccati che vanno espiati. Pure il porco/sindaco è un animale corrotto, che cura i suoi interessi, che ingrassa quando non è tempo di uccidere i maiali e dimagrisce volutamente (lo si risparmia perché denutrito) proprio nel periodo in cui i maiali diventano carne per l'intera annata. Qui Criaco insiste con maestria sulla leva allegorica che sorregge l'intero romanzo; gli animali assomigliano alle persone, infatti…”mi mostrano il rifugio dei peccatori" (p.171). Il finale rimanda a: 1) Lo scrittore fa ritorno alle origini, quelle vere, le stesse che ancora custodiscono le forme, la memoria antropologica di quanti dalla montagna sono stati deportati verso il mare. E la fama di questo popolo, alimentata da pregiudizi e faciloneria, ha prodotto nelle anime sensibili volontà di riscatto e profondo desiderio di costruirsi altro rispetto ai facili luoghi comuni; 2) Il drago che dà il titolo al romanzo, e che generalmente rappresenta le forme magiche, ancestrali che regolano la vita e i profondi misteri dell'Universo, nell’opera diviene sia fustigatore (specie a livello onirico) dei peccati commessi da quanti avidamente hanno remato verso approdi sbagliati, sia fedele custode delle fattezze antiche, primordiali, di un Aspromonte che non vuole essere invaso da quanti non ne comprendono la storia e la bellezza. Utopia? Sterile sogno? Non credo, il romanzo di Criaco è quanto mai realistico: metafore e allegorie sottendono sempre e comunque alla necessità di proteggere e valorizzare antropologicamente ciò che in apparenza appare perduto, sollecitano un impegno verso un cammino non necessariamente assolutorio rispetto a responsabilità che da individuali sono divenute quasi collettive. E’ il sogno, questo sì, di una rinascita che sempre e comunque celebri senza retorica le fattezze culturali e storiche del mitico Aspromonte. Ciò non rappresenta un limite, non circoscrive l’opera in un preciso ambito geografico, perché in ogni luogo della terra vi è un Aspromonte da conoscere, interrogare e, soprattutto, da proteggere.

 


 

dì 17 marzo 2021

Il seme nelle terre perse, di Giuseppe Italiano (Rubbettino, 2016

 

 

 

Prendo con un certo ritardo i miei appunti su un saggio dal titolo suggestivo: Il seme nelle terre perse, di Giuseppe Italiano (Rubbettino, 2016, motivi contingenti non mi hanno consentito di scrivere prima su questo bel testo che contiene diversi saggi di natura variegata che hanno come unico baricentro la semina culturale (mi si passi la metafora) che in ogni lembo di terra potrebbe, se è vera e viva la decisione di seminare, attecchire in un qualsiasi terreno incolto. Italiano si è costruito un particolare linguaggio: letterario quanto basta, chiaro e puntiglioso, perché lui tiene alla comunicazione priva di fraintendimenti. E in questo egli è proprio bravo, mai s’inerpica su pericolosi dirupi semantici perché lui è persona mite e priva di retro pensieri. Detto questo, la miscellanea dei suoi scritti offre-tra ‘altro- un inedito spaccato del teatro di Mario La Cava- a esempio- la cui struttura scenica e prosastica aveva tanto impressionato Leonardo Sciascia; per poi ricordarci che anche un Gramsci ha potuto sbagliare allorquando ha sminuito in modo grossolano e violento il romanzo Emigranti di Francesco Perri. Italiano mantiene una buona amicizia con Matteo Collura, cugino di Leonardo Sciascia, e al quale ha dedicato un prezioso volume. Collura è venuto a Bovalino più volte per la presentazione di alcuni suoi saggi, e del nostro lembo di terra è rimasto impressionato positivamente. Italiano parlando di Collura in realtà parla anche di Leonardo Sciascia, indomabile “moralista” troppo presto venuto a mancare. Non sono assenti le note di cronaca, naturalmente, ma queste vanno giustamente affidate al lettori, che invito a leggere questo bel saggio intriso di valori morali senza tempo.

 

martedì 16 marzo 2021

“Brevi finestre” di Domenico Talia, Il seme bianco, Roma 2020

 

“Brevi finestre” di Domenico Talia, Il seme bianco, Roma 2020, è una sorta di taccuino contenente note che poco insistono su vicende di mera quotidianità, tantomeno l'autore registra pensieri staccati da valutazioni storico-politiche attualmente in auge. Egli s'impegna – tra l’altro - a decifrare i motivi di fondo che hanno contribuito a impantanare il dibattito socio-antropologico a livello globale.  E lo fa osservando con dovizia di particolari le contraddizioni della società attuale, ma nel farlo non usa alcun nerbo, il suo linguaggio è apparentemente calmo e mai scontroso, infatti, Pare di sentire una voce volutamente flebile,  mai volgare, con parole che disegnano la realtà interna/esterna senza mai scivolare in beceri luoghi comuni, mantenendo sempre oggettività e senso  delle proporzioni. Anche l'ironia di alcune note è saggia e mai invasiva. E’ un linguaggio- come dicevo- che differisce molto dalle sue precedenti opere narrative e di viaggio, a dimostrazione della progressiva maturazione semantica. In questo testo di appunti, infatti, Talia mantiene un contegno linguistico straordinariamente unitario. Non voglio riassumere il testo, non è questo che interessa il lettore, ma non posso non ribadire che l'autore ha saputo con eleganza e maestria descrivere con estrema incisività la sua attuale visione del mondo, che, a ben vedere, va di molto oltre strette e BREVI FINESTRE.

  “Questo ci indica che in futuro di fronte a scenari inediti dovremo essere capaci di esprimere forme originali di pensiero e di conoscenza e definire nuovi e più sofisticati linguaggi che ci permettano di esprimerli”.(pag.87)

mercoledì 10 marzo 2021

AMO LE DONNE

 

Perché amo a dismisura l'altra metà del cielo? Forse per le figure femminili che hanno animato la mia bella infanzia (mamma, nonne e tante zie e vicine di casa), ma non solo. La Vallata La Verde in cui mi ostino a vivere ha consentito anche alle generazioni precedenti alla mia di studiare a Locri e a Siderno. E le belle ragazze dai neri grembiuli erano tante, sorridenti, felici di acculturarsi. Per noi maschi era un fatto normale, come pure normale era cercare di conquistare un loro sorriso, uno sguardo donato come pegno di un'età straordinariamente densa di luce vera. Ci salutiamo con affetto ancora oggi. Amo le donne e non comprendo dove stia la loro inferiorità. Vorrei ricordarmi e ricordarvi una frase che conservo gelosamente nella mia agenda "segreta", un pensiero profondo del grandissimo Corrado Alvaro.

SCAVARSI LA FORMA NELLA DONNA CHE SI E' SCELTA, CERCARE COME IN UN MONDO (Quasi una vita, p.146).







domenica 7 marzo 2021

MICHELE PAPALIA, SULL’ONORE NOSTRO, CITTÀ DEL SOLE, RC, 2020

Dopo aver letto e apprezzato il breve prologo del primo capitolo (immagini incisive anche sul piano poetico) ho pensato che il resto del romanzo avrebbe avuto un suo celere seguito seguendo i canoni classici del romanzo: azione e caratteristiche peculiari dei protagonisti, trama e ambiente geografico umano d’azione; ma poi ho notato che altre sedici brevi introduzioni facevano capolino a ogni cap. e, conseguentemente, mi sono convinto che era meglio leggere il testo di Michele Papalia non come un romanzo tout court bensì come il frutto di diciassette testi narrativi brevi (da notare che il pregiudizio iettatorio riferito al numero 17 non trova riscontro da parte dell’autore) che, se uniti, potevano ugualmente reggere l’impalcatura romanzata. E questo perché ogni breve racconto, nonostante le similitudini dei protagonisti, è autonomo, non ha bisogno d particolari allegorie, tantomeno di evidenti spazi geografici. Nei paesi di un’Italia ricca di piccoli, medi e grandi paesi stanno scomparendo i personaggi tipici, rappresentativi dell’antropologia profonda dei luoghi che, invece, nell’opera di Papalia rappresentano l’ossatura più sostanziosa, sintetizzano storie e memorie di un mondo che, purtroppo, non ha retto alla forza violenta dei tempi mutati. Le fantasie amorose e di rivalsa sociale (priva di esiti positivi) di Don Ciccio o Poeta che desidera la bella Cata, “ I capelli color carbone (che) lambivano le punte dei seni”. Ma è proprio quando la prospettiva della lettura muta, quando si decide di unire i componenti di questa collana antropologica dedicata a un piccolo paese aspromontano che la storia prende un’altra piega e i brevi incipit ai capitoli non hanno più la forza di rimanere autonomi all’interno dell’intero tessuto narrativo. In fondo non è bello creare sofferenza, penetrare nelle profondità del mondo in cui si vive, narrarne la storia, evidenziarne soprattutto le sconfitte. Prepotenze, le stesse che, forse, hanno alimentato il seme maligno dell’Onorata Società, che rappresenta la nascita e lo sviluppo di violenze altrettanto feroci se comparabili alle ingiustizie perpetrate dai Potenti di turno ( Il Cigno e Giosafatto, aristocratici avidi e senza scrupoli). Alla fine non vince nessuno, le sorti di questo isolato paese dell’estremo Sud non interessano ai più , o meglio, andando avanti nel tempo, esso, suo malgrado, viene a tutt’oggi additato come brutto e cattivo, fornace viva della criminalità organizzata. Per finire, va dato merito a Michele Papalia del suo profondo atto d’amore verso la sua Platì, dove e nato e dove ha deciso di viverci, e questo, si badi bene, in una realtà antropologica sì romanzata, ma dove il blocco spazio-tempo vissuto dai personaggi sembra ancora imperare sulla realtà attuale. Un microcosmo avvolto in una cornice di luci inquietanti che vuole ricordare a tutto a tutti che senza lotta non si vince, che maledire il fato vuol dire sprofondare ancor più nel ventre sterile del vittimismo.
Pieno merito a questo giovane autore, testimone mai passivo del suo mondo d’origine, proteso , all’occorrenza, verso più vasti orizzonti.


 

sabato 6 marzo 2021

Alessandro Sallusti intervista Luca Palamara IL SISTEMA (Potere, politica affari: (storia segreta della magistratura italiana), Rizzoli ed. Milano 2021

Intitolare un romanzo non è cosa semplice. Deve essere soprattutto tematico, pena facili depistamenti. Mettiamo di voler intitolare un “nostro” romanzo IL SISTEMA, conseguentemente dobbiamo stare attenti a non creare equivoci con i Sistemi che imperano dalla notte dei tempi, e che sempre e comunque si coniugano con il Potere cui appartengono quanti impongono le proprie ideologie su noi comuni mortali. Oltre al titolo, il romanzo abbisogna di una bella trama: accattivante, verosimile, e con in serbo qualche vellutata storia d’amore. Detto questo in soldoni, il discorso sarebbe lungo e faticoso, ho da dirvi che per leggere SISTEMA (Sallusti intervista Palamara) ho dovuto pensare all’intervista non come a un’operazione normale di inchiesta giornalistica. No. per poterla leggere fino in fondo, l’ho dovuta pensare come si fa per un romanzo: periodo storico, protagonisti, tessitura, trama, esito finale. Ma non pensiate che la cosa riesca facilmente. Spesso si ha l’impressione di venire a conoscenza di fatti non più inverosimili, inventati da chissà quale fervida fantasia. No. Palamara, è vero, è un regista abile del SISTEMA. Ma non è il solo, purtroppo. Nella piramide del potere inerente la magistratura italiana egli è forse il più coriaceo, il più accreditato presso le procure compiacenti. ma vi sono altri numerosi colleghi che lavorano sottotraccia per il Sistema.

Palamara ha scoperchiato il vaso di Pandora? Solo in parte. Da anni la magistratura mostra crepe al suo interno, fibrillazioni non sempre sopite. Si capisce bene dalle confidenze di Palamara a Sallusti, s’intuisce che il SISTEMA traballa allorquando gli interessi non collimano con gli obiettivi primari degli organismi interni. Tutti aspirano a qualcosa, nessuno vuole recedere, crescono così colpi bassi difficili da archiviare, accuse pesanti da proferire senza alcun ritegno. Crescono pure i Dossier, informazioni segrete da carpire anche con l’inganno e da utilizzare nei momenti opportuni. Il magistrato X ambisce, magari legittimamente, a essere promosso Procuratore Capo di una città a lui gradita, ma deve rinunciarvi perché, stranamente, viene resa pubblica una sua disavventura, chiamiamola così, verificatasi in passato e che ora assurge a colpa indifendibile. Tranello dopo tranello, sgambetto malevolo dopo sgambetto.

Palamara usa un proverbio azzeccato per mostrare le basi un tempo cementificate del SISTEMA giustizia, ovvero che CANE NON MANGIA CANE. E invece i morsi sono in aumento, fanno male, logorano i rapporti storici, inficiano le regole interne al SISTEMA Il nepotismo  non conosce distinzione di classe,  un po’ tutti, all’occorrenza, attingono alla mammella materna. Non sempre è un fatto immorale, si può essere bravi figliuoli pur in presenza di genitori ingombranti, ben inseriti in ambiti sociali altolocati. Tuttavia è più facile ritrovarsi contadini quando si proviene da famiglie dedite da lunghe stagioni all’aratura dei campi. E quindi il cosiddetto  ASCENSORE SOCIALE, strumento  per scalare  le irte montagne  che conducono a posti di prestigio, ha una sua peculiare funzione, difficilmente dà spazio e trasporto a quanti non orbitano negli alvei riconosciuti degli eletti, che hanno conosciuto SOLO vizi e bambagia.  E’ vero non bisogna generalizzare, non sempre i figli  prendono il posto dei padri, ma pochi s’oppongono  al SISTEMA che sorregge certi ambienti legati al POTERE  di turno. Che anche in Magistratura l’ascensore sociale funzioni senza particolari intoppi è fatto ormai accertato. E questo non necessariamente tra parenti prossimi. E visto che stiamo parlando di Luca Palamara, figlio di magistrato, il quale ha dovuto per forza di cose “vomitare” il malaffare esistente nel suo mondo  lavorativo, non risulta giusto giudicare  il mondo della magistratura come un corpo compatto inserito nel SISTEMA. Lo assicura lo stesso Palamara, che i buoni magistrati ci sono e che lavorano con dedizione e onestà professionale. Non mi è antipatico Palamara perché alla resa dei conti, e non solo per difendersi dalle conseguenze, ha ammesso cose che altrimenti sarebbe rimaste sepolte nell’omertà e quindi nell’oblìo. Spero tanto che un bel po’ di magistratura si pensioni, che vada a casa, ha già avuto troppo e senza pagare nulla in cambio. Spero tanto nei giovani magistrati da poco entrati in funzione, e che forse sapranno  stare lontano da qualsiasi SISTEMA di potere, inaugurando così stagioni nuove e positive e questo in nome di Falcone, Borsellino e tutti gli onesti rappresentanti dello Stato (a tutti i livelli) che hanno lottato per darci  un mondo ricco di ideali che tutti noi siamo chiamati a  custodire con estremo pudore.

 




 

domenica 12 novembre 2017

VALLATA LA VERDE- I MASSACRI DEI BERSAGLIERI PIEMONTESI (1861).

                                          di Vincenzo Stranieri

Quanti cercano di capire i motivi di fondo che portarono alla cosiddetta Unità d’Italia (17 marzo 1861) è  doveroso che lo facciano con rigore e competenza  spogliandosi da pregiudizi ed analisi sommarie. Chi pensa che il Sud d’Italia sia stato annesso  con l’inganno e la violenza non deve essere etichettato come “ neo-borbonico”, viceversa quanti  chiudono gli occhi (spesso per ignoranza, cinismo  e/o per mero interesse di bottega) devono comprendere che la ricerca della verità vera non porta necessariamente ad una volontà (infantile quanto storicamente inattuabile) disgregatrice della Nazione. Indietro non si può tornare, è vero quanto opportuno, ma esigere la verità,  denunciare le carneficine perpetrate dai bersaglieri piemontesi  vuole significare – tra l’altro-  quanto sia giusto e moralmente doveroso dare  “degna sepoltura” ai tanti, troppi, morti innocenti di una processo risorgimentale  che ha  considerato le loro vite inutili quanto “politicamente” dannose. E se non fosse che stiamo parlando di cose altamente serie, verrebbe da canticchiare a mo’ di provocazione la simpatica canzone di Caterina Caselli ( Nessuno mi può giudicare,…la verità vi fa male, lo so. Tornando a noi, dal lavoro di alcuni storici non patentati ( per questo, forse, più attendibili), ho appurato, con poco sgomento, che  alcuni comuni della nostra  Vallata la Verde- in particolar modo quelli di Caraffa,  S. Agata, Casignana e Bianco-  sono stati  investiti dalla  violenza gratuita delle truppe savoiarde. Le cose andarono come segue.

Uno dei briganti che nella Locride giurò fedeltà a Francesco II (ultimo re dei Borbone a Napoli) e che all’occorrenza ebbe aiuti dai comitati legittimisti, e sostegno dai numerosi soldati e sottoufficiali borbonici sbandati, fu Ferdinando Mittica che, con la sua banda, si era sistemato nelle vicinanze di Platì.

Egli, una mattina del mese di agosto (si era nel 1861), scese dall’Aspromonte con un buon seguito di giannizzeri armati di schioppo, e si presentò in Chiesa a S. Agata, mentre l’arciprete Tedesco alzava verso il cielo l’ostia consacrata che, essendosi questo spaventato, per poco non gli cadde di mano Sul campanile della chiesa fu issato lo stendardo di Francesco II e Giuseppe Franco (figlio del  Barone  don Amato, e fedele borbonico) fu proclamato sindaco al posto di Francesco Rossi che era un savoiardo, cosicché la festa finì a tarallucci e vino senza colpo ferire e i briganti tornarono ai monti.( DIENI G.,  Dove nacque Pitagora, Frama Sud, Chiaravalle Centrale, 1974, pp. 263-264).

Nei centri di arruolamento borbonici, aperti a Roma e in altre città degli Stati Pontifici, gli ufficiali stranieri: spagnoli, francesi, bavaresi, austriaci, piombarono a frotte. Il più noto di questi fu senza dubbio Jose Bories, il quale in vista di una prossima missione militare in Calabria fu nominato da Francesco II maresciallo di campo Bories parte da Marsiglia e punta su Malta con una ventina di compagni, ufficiali spagnoli, francesi, siciliani, napoletani, e da qui con un trabiccolo parte per la Calabria dove  il 13 settembre sbarca sulla costa ionica, nei pressi Brancaleone. Il suo intento era di raggiungere al  più presto Platì per unirsi a Mittica. Passa sotto Caraffa. Quando arrivano in contrada “Petrusa”, dalla prominenza del rione Pizzo partono contro di loro alcuni colpi di fucil, a cui essi rispondono.

 

Al Convento del Crocefisso di Bianco, qualche chilometro più avanti, gli spagnoli (così furono chiamati dagli abitanti della zona i membri di quel corpo di spedizione) sono accolti e rifocillati dai monaci. Quel convento era storico. Il principe Carafa in persona, affacciandosi alla finestra, si ben ignava ogni anno di ordinare “il cominciamento della Fera” e ivi viveva e pregava Padre Bonaventura da Casignana (al secolo Giuseppe Nicita, Casignana, 1880-1860), “religioso di santa vita”, e confessore della Beata Regina Maria Cristina di Spagna la quale, tra l’altro, gli aveva anche scritto: “ alle 2  il dopo pranzo, Dio mi concesse un parto felicissimo dando alla luce una bambina”. Sempre in detto convento, vent’anni prima, il viaggiatore inglese Edward Lear si era dissetato in un pomeriggio caldo d’agosto. “Un pozzo d’acqua pura”, scrisse, “ e un secchio di ferro incatenato che ricorderò per tutta la vita(  INCORPORA G., Lupa di mare, Age, Ardore  Marina, 1997, p.36).

“ Da qui il drappello si avvia verso Platì. “Bories  e  i suoi  compagni saranno poi, l’8 dicembre 1861, intercettati a Tagliacozzo dalle truppe italiane (carabinieri, guardia nazionale, bersaglieri) e fucilati alle 4 del pomeriggio dello  stesso giorno. Per S.Agata  e Caraffa incomincia ora la tragedia: il generale savoiardo De Gori  sbarca il 20  di settembre con forze ragguardevoli a Bianco per una spedizione punitiva e  affida la missione al maggiore Rossi, cugino del Sindaco spodestato di S.Agata. “Si cercano tutti i coloni che furono creduti manutengoli dei briganti o ligi alla cospirazione”. A S.Agata  il 25 settembre 1861 cadono sotto il piombo dei bersaglieri presso le Pietre di S. Rocco, site davanti al palazzo baronale: Don Giuseppe Franco, di anni 33, figlio del barone e della nobildonna Marianna Scoppa;  Francesco Carneli , di anni 22, bracciante; Francesco Priolo, di anni 50, domestico dei Franco, nato a Reggio; Giuseppe Spanò, di anni 39, mulattiere; Vincenzo Zangari, di anni 36, campagnolo. Altri mezzadri e coloni dei Franco furono fustigati con un nerbo bagnato allo stesso posto vicino ai caduti con l’imposizione di gridare ad ogni nerbata: Viva Vittorio Emanuele! Via l’Italia! Abbasso i Borboni! Morte a Mittica”. MISITANO F.SCO., Il sacerdote Vincenzo Tedesco, in “Calabria Sconosciuta”, n. 77, pp.79).

A tal proposito “Francesco Sicari, fittavolo dei Franco, dopo le nerbate ricevute, avviandosi verso casa “zoppicando e contorcendosi, si lamentava: “O gnura Mariantonia lapriti a porta e lavatimi prestu cu sali ed acitu, ca sugnu tuttu na caja. Viva Vittoriu e Manueli! Viva u generali Di Gori!, Morti a Mittica! Morìu compari Vicenzu e Peppi Spanò, attri ammazzanu! Tutti ndi mmazzanu…Viva Vittoriu, Viva Di Gori” .DIENI G., op.cit.. 267).

De Gori era il generale che aveva ordinato il massacro e le fustigazioni!. Giovanni Franco, fratello di Giuseppe, si salvò perché, cucito dentro un materasso ch’era indirizzato ad un cardinale, fu spedito a Roma a bordo della nave “Pagliata”, ormeggiata in prossimità di Bianco. L’abate don Antonio Franco, un sacerdote della famiglia baronale di S. Agata, fu catturato a Bianco e fucilato nei pressi del Convento del Crocefisso. Questi fu incendiato. I monaci però avevano già abbandonato il convento e s’erano rifugiati: padre Bernardino a Casignana, padre Giacomo ed il ventinovenne padre Francesco Battaglia a Caraffa. Un quarto monaco (forse il superiore del convento) fu raggiunto dai bersaglieri in contrada “Gnura Elena” del Comune di Caraffa ed abbattuto a colpi di fucile. Padre Francesco Battaglia fu poi arrestato nel suo nascondiglio di Caraffa, dove viveva la sua famiglia, e liquidato lo stesso 25 settembre dietro l’abside della chiesa parrocchiale. Nello stesso giorno fu fucilato nei pressi della chiesetta della “Madonna delle Grazie” Antonio Zappia, di anni 36, nativo di S. Agata, figlio di Vincenzo e di Elisabetta Mesiti e marito di Agata Sicari. Era stato prelevato nel suo fondo in contrada “Cannavia” del comune di S. Agata. La voce popolare narra di un altro fucilato dietro l’abside della chiesa parrocchiale di Caraffa. Si tratterebbe di un tale, professione tintore, forse un parente di padre Francesco Battaglia, che anche apparteneva ad una famiglia di tintori. Purtroppo di questa esecuzione non si trova traccia né nei registri dello stato civile  né in quelli della parrocchia di Caraffa. Giovanni Battaglia, fratello di Francesco, per sfuggire alla cattura, in quanto anche lui ricercato, si dovette nascondere per lungo tempo in una stalla di maiali (hurnegliu di porci). Quando gli spagnoli di Josè Bories passarono, si trovava con loro un giovane caraffese, denominato “Carzi Randi” (Pantaloni Grandi), che li aiutava trasportando per loro una cassetta. Un altro giovane di Caraffa, di nome Giovanni Alafaci, si avvicinò al compaesano per dirgli di cedergli la cassetta, per un cambio nel trasporto, che lui alla prima svolta se la sarebbe svignata col carico, del quale poi gli avrebbe dato la metà. “Carzi Randi” però non cedette alle lusinghe e Giovanni Alafaci, dopo qualche centinaio di metri , si staccò dal gruppo. Il 25 settembre, giorno del massacro dei filoborbonici da parte dei piemontesi, Giovanni Alafaci fu accusato, per quei pochi passi fatti con gli spagnoli, di  collaborazionismo insieme a “Carzi Randi” ed iscritto nella lista degli  eliminandi per fucilazione. Entrambi dovettero cercarsi un nascondiglio ed ivi starsene bene accovacciati fino a quando, qualche mese più tardi, le esecuzioni capitali furono sospese”. ( MISITANO F.SCO, op.cit., pp.79-80).

Ma il ritorno dei Borboni era un sogno effimero, impossibile da realizzare, troppo le cose mutate, troppo forti ed organizzate le truppe sabaude.

Dalle montagne di Gerace il 19 settembre (1861) venne spedito un dispaccio a cura del deputato Agostino Plutino, comandante mobile di Reggio, col quale si comunicava l’avvenuto sbaragliamento  della comitiva Mittica e degli spagnoli, inseguita verso il territorio di Monteleone dal De Gori e dallo stesso Plutino. Il Mittica veniva braccato come una belva sanguinaria. Questi, contro una mobilitazione così grossa, aveva poche speranze di uscire vivo. Al brigante fu teso un agguato sulle montagne di Platì dal capitano delle milizie di quel Comune, Ferrari, assieme a sette guardie nazionali. Mittica morì alla prima scarica con il compagno Loseri. Decapitate, le teste furono portate sulle baionette a Gerace dove il Generale De Gori, che lì aveva il quartier generale, ordinò il seppellimento. Il Mittica venne tradito dai suoi stessi paesani dietro compenso.

 (CATALDO V, Cospirazioni, Economia e Società nel Distretto di Gerace in provincia di Calabria Ultra Prima dal 1847 all’Unità d’Italia, AGE, Ardore Marina 2000 , p. 499.

Anche Borjes e compagni rimasero vittime dell’illusione che avevano loro inculcato Ruffo e Clary, e saranno fucilati con la stessa ferocia riservata al Mittica ed ai suoi pochi fedeli.

In ogni caso, la reazione dell’esercito Regio, rappresentato nel nostro Distretto dal Generale De Gori, fu esagerata e priva d’ogni umana pietà, sentimento, quest’ultimo, che dovrebbe appartenere al cuore degli uomini in ogni tempo e situazione. La povera gente aveva accolto il brigante Mittica per paura e ignoranza, non certo perché approvasse le sue idee, c’era poco da approvare e da capire in quel frangente storico.  I piemontesi hanno commesso eccidi con efferata rabbia e con l’esagerata certezza di essere nel giusto; hanno ucciso a sangue freddo gente inerme nei pressi della casa di Dio; hanno inseguito e trucidato persone che non avevano avuto alcun ruolo decisivo nella scelta borbonica di riappropriarsi del Regno. E dunque l’impronta lasciata nella terra di Calabria era stata quella del sangue e del terrore, dell’istituzione forte che badava non ai morti innocenti ma alla cosiddetta ragion di Stato ( sic!).


 

 


 

domenica 12 agosto 2018

Il cielo comincia dal basso, romanzo di Sonia Serazzi, Rubbettino 2018

 

 

 

                       Di Vincenzo Stranieri

Il cielo comincia dal basso, romanzo di Sonia Serazzi, Rubbettino 2018, è una storia corale in cui l’autrice rivela un impegno creativo privo di sterili rimasticature, distante dalle norme di base del fare romanzo. Potrebbe sembrare - a una lettura superficiale- che tutto giri intorno all’io narrante e al suo naturale alter ego (Rosa Sirace) e che il resto rimanga imprigionato nell’angusto spazio- se pur utile-  della subalternità. Così non è. L’autrice, infatti, narra dal di dentro il suo mondo (interiore e fisico), ne fa parte a pieno titolo, i cosiddetti altri  sono importanti perché  riempiono la sua vita  di miti e sogni. Cosicché la  sua scrittura delinea le tappe più rilevanti dell’esistenza controversa dei numerosi protagonisti della sua fatica letteraria. Una saga familiare che  assorbe la storia antropologica di quanti chiamati ad avere il ruolo sul palcoscenico creativo dell’autrice,  e che carpisce per custodire quanto accaduto e accadrà al suo cospetto, nel tentativo riuscito di dare chiara luce alle genti che s’incrociano con la sua vicenda. Una tecnica narrativa non facile  ma ben riuscita. Tanti microcosmi sotto  un’unica regia, che agisce per conto di un impegno prima di tutto poetico (“Ma un giorno io ho dichiarato d’essere pronta a scodinzolare nel vento, pur di non perdere il cielo di vista”),  ) con l’intento precipuo di conoscere e sorreggere la memoria di comunità  in estremo affanno demografico. Il luogo dove ha deciso di vivere Rosa  è un piccolo paese del Sud, infatti.

 “In quel preciso momento sentii d’amare il Sud

perché ti lascia campare senza chiederti nulla,

come una melanzana viola

nei campi rossi di tramonto”.

L’incipit anticipa in qualche misura il viaggio narrativo della Serazzi. “Antonia Cristallo, mia nonna, dice che noi fummo sempre poveri e mai tamarri”.


E’ vero, è un Sud povero legato alle antiche norme della civiltà contadina.. In questo mondo sospeso tra tradizione e modernità ritorna Rosa Sirace, dopo avere concluso gli studi universitari a Perugia, ma il capoluogo umbro ha lasciato in lei tracce marginali perché ella sente battere nel suo cuore la città alle pendici del Vesuvio, la Napoli dove da piccola andava a trovare nonno Giuseppe Sirace.

 Una città dai forti contrasti culturali e antropologici che ha molto influito sulla sua formazione e che vengono anch’essi catapultati nel microcosmo calabro eletto a solido domicilio. Tutto è autobiografico, anche quanto non realmente vissuto fisicamente, l’importante è quello che si vive con l’animo, l’autrice narra- come anticipato-  dal di dentro una Koinè che ancora intende resistere ai tumulti sociali della  cosiddetta modernità. 

I capitoli sono introdotti da citazioni bibliche pertinenti quanto allusive.

Di certo Sonia Serazzi è un’attenta studiosa della Bibbia, che elegge a guida spirituale sia quando si rivela atto d’amore (“Siederanno ognuno tranquillo sotto la vite e sotto il fico e più nessuno li spaventerà, poiché la bocca del Signore degli eserciti ha parlato” ), sia quanto ammonisce e condanna (“I sazi si sono venduti per un pane, hanno smesso di farlo gli affamati”).

Ma la scrittrice, nel corso del suo narrare, lascia trasparire anche un “necessario” atteggiamento laico, lasciando che  le tessere narrative traccino i tratti psicologici  più salienti dei pochi abitanti rimasti in paese, nonché quelli dei suoi familiari più stretti, senza caricare i protagonisti di uno spirito religioso pervasivo  o caritatevole.

Capitoli medio brevi bisognosi di spazio, d’ossigeno puro. Da qui, all’occorrenza, una certa distanza   tra i diversi paragrafi, in sé racconti già definiti.

Pregni di sottile ironia e affettuoso sfottò sono i nomignoli appiccicati ad alcuni stretti familiari. Nicca Fiori, madre della protagonista, alias Baronessa di Barbamannu, Guido Sorace, il padre, alias Il Viscontino di Verolea, e poi il nome vero della nonna, Antonia Cristallo, che potrebbe ugualmente sembrare un nomignolo, donna dal carattere coriaceo, che pretende- forse a ragione- di avere un ruolo pedagogico nei confronti dell’amata nipote che incorona come Rosasua.  E poi i vicini di casa, gli amici, alcuni dei quali provvisti di nomignoli calzanti.

Ma è un mondo in decomposizione, purtroppo. La Serazzi, pertanto, ha fretta di salvare memorie, di riempire il suo onesto taccuino di fatti, vicende in grado di restituire corpo e carne ai protagonisti della sua terra, un mondo  pregno di antico sudore capace di preservare e trasmettere dignità e forza d’animo.


Face Book non puo' ( non deve) sostituirsi alla vita vera)

 

 

 

Si rende necessario rientrare nei ranghi. Ha ragione Giulia Galletta, FB non può sostituirsi alla vita reale, fatte di regole alquanto diverse da quelle del web, dove le emozioni possono trovare maggiore spazio e consenso. I profanatori del tempio (i ladri che hanno  derubato la Santa Patrona della nostra piccola comunità) oltre ad avere compiuto un gesto sacrilego stanno creando malumori e malintesi all’interno del Gruppo. Ciò può solo produrre fratture e sterili mugugni. Di certo, chi di dovere sta lavorando al caso, e sarebbe  utile stare in attesa degli esiti conseguenti. Finora il Gruppo ha lavorato bene, ognuno ha dato quello che ha potuto, e senza alcuna voglia di protagonismo. Lo ha fatto per amore del proprio paese, della sua storia, del mondo contadino che ha consentito a tutti noi di andare a scuola, di professare un mestiere decoroso. Il solo “mi piace” non equivale ad essere omertosi, semmai il contrario. Quando qualcuno del Gruppo sintetizza bene le vicende, le argomenta in modo  esauriente, allora risulta inutile  quanto retorico ripetere  concetti conchiusi. In certi momenti della vita, bisogna frenare gli impeti, comprendere che si è scelto di far parte di una grande comunità (FB) e che ognuno può equivocare  anche una semplice parola, e con ciò accrescere la suscettibilità di quanti si sentono tirati in ballo. Facciamo tutti un bagno di umiltà e continuiamo a dare voce e sostanza al nostro Gruppo in modo unitario.  Non ci sono colti e meno colti, ognuno è importante.

Forse ha ragione Umberto Eco quando scrive:

 

 

                      Chiesta Matrice "S.Maria degli Angeli " di Caraffa del Bianco (RC)

 Ciascuno di noi ogni tanto è cretino,

imbecille, stupido o matto.

Diciamo che la persona normale

è quella che mescola in misura ragionevole

tutte queste componenti, questi tipi ideali.

Umberto Eco, Il pendolo di Foucault, 1988

 

 


 

venerdì 10 febbraio 2017

Morire è semplice. Il suicidio del giovane precario.

09 febbraio 2017

Morire è molto semplice, difficile- spesso impossibile- è vivere nell’alveo di una società (tutti noi) poco premiante, sorda alle richieste d’aiuto dei giovani. E sì che hanno strasudato, i giovani, per diventare uomini pronti ad occupare un giusto ruolo nel mondo del lavoro, disposti a esprimere una professionalità  fresca e degna di essere messa alla prova. Mi ha molto colpito la lettera di Michele ( 30 anni, suicidatosi l’altro giorno, pubblicata sul “Il Giornale”), che ha deciso di lasciare il mondo terreno perché nessuno l’ha aiutato a trovare un lavoro, a sfuggire ai giorni privi di prospettiva, a dipendere in tutto dai suoi genitori, persone splendide distrutte dal dolore . Michele aveva  tanta voglia di vivere, ma le delusioni, tante e ingiustificate, hanno lacerato il suo giovane cuore, demolendo la fiducia in se stesso e negli altri

 

I genitori hanno chiesto che la lettera del figlio fosse pubblicata integralmente dal Messaggero Veneto . «Perché questo è un allarme rosso, un grave fenomeno sociale, che lui ha voluto denunciare».

 

PRECARIETA'

La lettera di Michele pubblicata da “il Giornale”

 

Ho vissuto (male) per trent'anni, qualcuno dirà che è troppo poco. Quel qualcuno non è in grado di stabilire quali sono i limiti di sopportazione, perché sono soggettivi, non oggettivi.

Ho cercato di essere una brava persona, ho commessi molti errori, ho fatto molti tentativi, ho cercato di darmi un senso e uno scopo usando le mie risorse, di fare del malessere un'arte.

 

Ma le domande non finiscono mai, e io di sentirne sono stufo. E sono stufo anche di pormene. Sono stufo di fare sforzi senza ottenere risultati, stufo di critiche, stufo di colloqui di lavoro come grafico inutili, stufo di sprecare sentimenti e desideri per l'altro genere (che evidentemente non ha bisogno di me), stufo di invidiare, stufo di chiedermi cosa si prova a vincere, di dover giustificare la mia esistenza senza averla determinata, stufo di dover rispondere alle aspettative di tutti senza aver mai visto soddisfatte le mie, stufo di fare buon viso a pessima sorte, di fingere interesse, di illudermi, di essere preso in giro, di essere messo da parte e di sentirmi dire che la sensibilità è una grande qualità.

 

PRECARIATO

Tutte balle. Se la sensibilità fosse davvero una grande qualità, sarebbe oggetto di ricerca. Non lo è mai stata e mai lo sarà, perché questa è la realtà sbagliata, è una dimensione dove conta la praticità che non premia i talenti, le alternative, sbeffeggia le ambizioni, insulta i sogni e qualunque cosa non si possa inquadrare nella cosiddetta normalità. Non la posso riconoscere come mia.

 

Da questa realtà non si può pretendere niente. Non si può pretendere un lavoro, non si può pretendere di essere amati, non si possono pretendere riconoscimenti, non si può pretendere di pretendere la sicurezza, non si può pretendere un ambiente stabile.

 

A quest'ultimo proposito, le cose per voi si metteranno talmente male che tra un po' non potrete pretendere nemmeno cibo, elettricità o acqua corrente, ma ovviamente non è più un mio problema. Il futuro sarà un disastro a cui non voglio assistere, e nemmeno partecipare. Buona fortuna a chi se la sente di affrontarlo.

 

Non è assolutamente questo il mondo che mi doveva essere consegnato, e nessuno mi può costringere a continuare a farne parte. È un incubo di problemi, privo di identità, privo di garanzie, privo di punti di riferimento, e privo ormai anche di prospettive.

 

NO AL PRECARIATO JPEG

Non ci sono le condizioni per impormi, e io non ho i poteri o i mezzi per crearle. Non sono rappresentato da niente di ciò che vedo e non gli attribuisco nessun senso: io non c'entro nulla con tutto questo. Non posso passare la vita a combattere solo per sopravvivere, per avere lo spazio che sarebbe dovuto, o quello che spetta di diritto, cercando di cavare il meglio dal peggio che si sia mai visto per avere il minimo possibile. Io non me ne faccio niente del minimo, volevo il massimo, ma il massimo non è a mia disposizione.

 

PRECARI RAGAZZI CON LA MASCHERA JPEG

Di no come risposta non si vive, di no si muore, e non c'è mai stato posto qui per ciò che volevo, quindi in realtà, non sono mai esistito. Io non ho tradito, io mi sento tradito, da un'epoca che si permette di accantonarmi, invece di accogliermi come sarebbe suo dovere fare.

 

Lo stato generale delle cose per me è inaccettabile, non intendo più farmene carico e penso che sia giusto che ogni tanto qualcuno ricordi a tutti che siamo liberi, che esiste l'alternativa al soffrire: smettere. Se vivere non può essere un piacere, allora non può nemmeno diventare un obbligo, e io l'ho dimostrato. Mi rendo conto di fare del male e di darvi un enorme dolore, ma la mia rabbia ormai è tale che se non faccio questo, finirà ancora peggio, e di altro odio non c'è davvero bisogno.

 

Sono entrato in questo mondo da persona libera, e da persona libera ne sono uscito, perché non mi piaceva nemmeno un po'. Basta con le ipocrisie.

GIULIANO POLETTI

Non mi faccio ricattare dal fatto che è l'unico possibile, il modello unico non funziona. Siete voi che fate i conti con me, non io con voi. Io sono un anticonformista, da sempre, e ho il diritto di dire ciò che penso, di fare la mia scelta, a qualsiasi costo. Non esiste niente che non si possa separare, la morte è solo lo strumento. Il libero arbitrio obbedisce all'individuo, non ai comodi degli altri.

 

Io lo so che questa cosa vi sembra una follia, ma non lo è. È solo delusione. Mi è passata la voglia: non qui e non ora. Non posso imporre la mia essenza, ma la mia assenza sì, e il nulla assoluto è sempre meglio di un tutto dove non puoi essere felice facendo il tuo destino.

 

Perdonatemi, mamma e papà, se potete, ma ora sono di nuovo a casa. Sto bene.

Dentro di me non c'era caos. Dentro di me c'era ordine. Questa generazione si vendica di un furto, il furto della felicità. Chiedo scusa a tutti i miei amici. Non odiatemi. Grazie per i bei momenti insieme, siete tutti migliori di me. Questo non è un insulto alle mie origini, ma un'accusa di alto tradimento.

30ENNE SUICIDIO LETTERA

P.S. Complimenti al ministro Poletti. Lui sì che ci valorizza a noi stronzi.

Ho resistito finché ho potuto.

 


 

L’OPINIONE. AL CINEMA CON “ANIME NERE”

VINCENZO STRANIERI IL 23 OTTOBRE 2014. PUBBLICATO IN AGGIORNAMENTICOPERTINECULTURA, . Quindicinale IN APROMONTE.

Un mio amico calabrese che vive al Nord è rimasto sorpreso quando, tempo addietro, gli dissi per telefono che presto sarei andato al cinema a vedere Anime nere del regista Francesco Munzi, film liberamente ispirato all’omonimo romanzo di Gioacchino Criaco (Rubbettino 2008) e che, al recente Festival del cinema di Venezia, aveva riscosso un buon successo. «Perché vai a vedere un film che tratta di cose che ben conosci. Vivi nel cuore geografico che ha partorito la ‘ndrangheta ed i suoi famuli. Sarà di certo un film che ricalcherà i soliti stereotipi», così ebbe a rimproverarmi benevolmente il mio amico. É persona intelligente, nonostante abbia lasciato la nostra terra da circa trent’anni, conosce bene il suo/nostro mondo d’origine. Qui aveva lottato con impegno contro i soprusi, i suoi comizi erano vibranti e ricchi di passione giovanile. Ma il suo consiglio non poteva trovare il mio consenso.

ANDAVO AL CINEMA soprattutto perché un buon film è sempre un’opera d’arte ed anche perché io sono socratico per convinzione (so di non sapere), certo che c’è sempre qualcosa d’apprendere. Inoltre, fatto non secondario, avevo quattro anni or sono recensito positivamente il libro di Gioacchino Criaco. Il film ha inizio, una strana ansia mi assale, respiro profondamente alla ricerca di una concentrazione che mi consenta di seguire una storia che narra dal di dentro un mondo incastonato nell’alveo antropologico della ‘ndrangheta. È un’opera volutamente lenta, il regista fa lievitare le singole vicende evitando la presenza d’intrepidi eroi. Il sangue non scorre a fiumi ed è pure assente l’eco assordante di fucili ultramoderni in grado di lacerare il silenzio notturno dell’Aspromonte. Guardo le immagini volutamente velate da un buio trasparente, ascolto le locuzioni dialettali dei protagonisti. Non ho bisogno di leggere i sottotitoli. É una lingua che conosco bene. Il pensiero corre veloce, la mente s’arrovella, cerca un filo conduttore al quale aggrapparsi per non cadere in errore. Mi soccorre la pausa tra un tempo e l’altro.

PRENDO APPUNTI. Mia moglie li sbircia incuriosita. Mi chiede perché le scene, specie i primi piani, non sono nitide. Le dico che è una scelta del regista. Di anime nere come la notte si tratta, infatti. «É vero – mi risponde – ma devi ammettere che in una terra arsa dal sole ci si aspetterebbe squarci di luce abbagliante. Ed invece anche le parole dei protagonisti sembrano prigioniere del buio che incombe su uomini e cose». Comincia il secondo tempo, la mia attenzione è al massimo, ascolto e guardo tutto quello che Munzi ha costruito con fatica greve, stante che i fondi erogati dalle nostre istituzioni locali sono stati esigui se non del tutto assenti. Siamo al finale, drammatico quanto inaspettato. Anche i miei due amici, che hanno assistito al film nella fila di fianco alla mia, sono rimasti spiazzati, increduli per una chiusa così tragica, pregna di profonda intensità emotiva. Luciano, infatti, uccide suo fratello Rocco (che fino ad allora s’era goduto lo status sociale raggiunto nel regno del malaffare milanese) colpevole di non avere saputo proteggere Leo (figlio ventenne di Luciano) eliminato da un gruppo rivale per avere progettato all’insaputa di tutti l’uccisione di un potente boss locale.

LEO VIENE consegnato ai suoi aguzzini dal suo migliore amico (vai a fidarti!). Prima di lui era stato ucciso Luigi, il terzo dei fratelli Carbone, dedito al traffico internazionale di droga. Solo Luciano vive stabilmente in Calabria in compagnia del suo gregge di capre. Egli è lontano da traffici e violenze varie. Prima di ritornare all’epilogo, mi preme sottolineare come Munzi abbia saputo mettere in evidenza (tutto il film stimola questa riflessione) lo scontro generazionale all’interno delle ‘ndrine: la vecchia ‘ndrangheta (composta da quanti negli anni ‘70 avevano eliminato i capi-bastoni del reggino), e quella dei nostri giorni sempre più smaniosa di guadagnare in fretta denaro e prestigio all’interno della criminalità organizzata che, come si sa, è divenuta un’holding internazionale. Il film presenta delle peculiarità che lo rendono fortemente originale. Munzi, infatti, compie un viaggio all’interno delle forme culturali di una famiglia calabrese che si rivela disomogenea e non sempre ligia alle regole del mondo ‘ndranghetistico.

TRE FRATELLI, segnati dall’uccisione del padre per via di una faida che per lungo tempo aveva insanguinato il territorio alimentando sgomento e terrore nelle popolazioni del basso Aspromonte orientale. Lo Stato (rappresentato dalle forze dell’ordine) è presente solo quando vengono uccisi Luigi e Leo. Lo è per prassi, idem la chiesa, rappresentata da un giovane sacerdote che, durante il funerale del giovane Leo, proferisce un’omelia incapace, specie in quel frangente, di produrre alcuna consolazione. I cuori sono in piena accelerazione, pronti a scoppiare per la rabbia ed il dolore, nonché per il desiderio di una pronta vendetta. Non ci sono magistrati, organi inquirenti impegnati a contrastare le ‘ndrine, cosicché non ci sono tribunali, testimoni, avvocati alle prese con alibi, prove e/o possibili codicilli in grado di aiutare gli imputati di turno. Non è un giudizio negativo contro la Giustizia e/o la Chiesa, a Munzi interessa che sia la famiglia Carbone a denudarsi, e questo senza filtri o intromissioni che ne modificherebbero la vera natura. Trattasi, quindi, dell’affresco amaro di un mondo ancora legato ad un passato/presente capace di partorire anime nere pronte ad immolarsi in nome d’insani valori.

IL FILM DIFFERISCE alquanto dal romanzo di Criaco, ma non per questo ne violenta la morfologia. É una libera interpretazione del regista, infatti. Andrebbe visto almeno due volte un film. Di certo qualcosa mi è sfuggito, ma la tarantella no (ballo secolare musicato in modo semplice ma in grado di creare ritmi vorticosi nella mente dei partecipanti). Luigi guarda gli altri ballare appoggiato ad un palo della vecchia baracca che ospita alcune famiglie legate alla criminalità organizzata. Balla da fermo, mima estasiato i suoi ritmi, sembra posseduto, ne vuole gustare ogni attimo, sente la frescura della montagna amica dove ha vissuto da piccolo. Quell’antico ballo gli comunica visioni paradisiache, un’inimitabile pace interiore. E questo a poche ore della sua tragica esecuzione da parte di un gruppo rivale. E le donne? Quale il loro ruolo? Sono donne senza sorriso (mogli, figlie e nipoti), sottomesse a figure maschili che inseguono facili guadagni a costo della vita. Ogni giorno le sfiora la morte ed i loro cuori si gonfiano d’eterno dolore. Hanno anche l’ingrato compito di riproporre la ritualità (ereditata dal mondo greco-romano) dei funerali di un tempo, quelli dove si recitano litanie (con atteggiamenti da prèfiche) inneggianti le qualità positive del defunto. Ed anche interminabili pianti capaci di esaurire le poche lacrime custodite con parsimonia, stante che, purtroppo, un morto tira l’altro. Ed è bene tenere sempre pronto l’abito scuro. E ciò in contrasto con l’eleganza della bionda moglie di Rocco, donna del Nord che non riesce a capire il mondo del marito e che desidera tornare al più presto nella sua Milano dove fino ad allora aveva goduto di rispetto e privilegi (si era mai domandata il motivo di tanto benessere?).

DICEVO DEL tragico epilogo. Le interpretazioni sono molteplici. È certo, però, che senza quel tipo di finale lo scenario avrebbe avuto come protagonista un mondo senza scampo, privo di qualsiasi prospettiva. È vero, ciò costa sangue, dolore atroce; il tutto, infatti, rimbalza pesantemente all’interno della famiglia Carbone, dei suoi pochi sopravvissuti. Ho letto su facebook diversi post che invitano il regista a realizzare al più presto la continuazione del film, una sorta di Anime nere 2, 3, 4 etc. Mi auguro che ciò non accada, spero tanto che questo film sia considerato un’opera cult (un classico) in grado di sfidare il tempo.

martedì 23 settembre 2014

 





Francesco Stilo. Un’intera esistenza trascorsa ad allevare capre e a far laureare i suoi sette figli

Nella foto in alto da sinistra: Santoro Criaco, Francesco Stilo e sua moglia Domenica Criaco, Andrea Stilo, figlio di Francesco. Africo vecchio, 13 giugno 1976, altopiano Milia

Francesco Stilo, classe 1926, è uno dei pochi pastori di Africo vecchio ad essere tornato a vivere nel luogo d’origine dopo la disastrosa alluvione dell’ottobre 1951. Alluvione che ha comportato la fondazione di Africo nuovo, nei pressi di Capo Bruzzano.
É un vero resistente, il nostro pastore di lattare, fiero della sua scelta, affezionato alle sue bestie forse ancor più che agli uomini. Ma non è un uomo isolato, un eremita che intende sfuggire al cosiddetto mutare dei tempi. Egli conosce quanto avviene fuori dal suo raggio d’azione lavorativo, lo sanno i suoi sette figli (tre maschi e quattro femmine, tutti laureati), che ha voluto mandare a scuola a tutti i costi, sacrificandosi assieme alla moglie perché potessero realizzarsi.
E dunque, oltre che pastore, il nostro è stato/è un ottimo educatore, una guida sicura, soprattutto sul piano etico, della propria famiglia. Conosco alcuni dei suoi sette figli, che vivono l’essere professionisti con dedizione ed umiltà. Nessuno di loro ha dimenticato il mondo dell’infanzia e, di tanto in tanto, ritornano nei luoghi d’origine, per rivivere, quasi in un processo catartico, il tempo dell’infanzia trascorso sul dorso di una montagna sì aspra ma capace d’infondere valori profondi e sicurezza interiore.
Francesco Stilo è stato un ottimo educatore, ma senza il peso della vendetta sociale, perché egli non maledice il proprio destino, non lo considera ingrato. È una saggezza antica, la sua, che lo posiziona nell’alveo di un equilibrio socio-culturale in grado di proteggerlo dall’invettiva gratuita e dalle facili lamentele. Occhi e carnagione chiari, lineamenti scolpiti dalla fatica e dal sole, corporatura media ed atletica, quasi una leggerezza dell’essere, oltre che del fisico. Desta meraviglia ed anche un po’ d’invidia quest’uomo che non teme la solitudine ed i rumori della notte che avvolgono le montagne di Africo vecchio e di Casalinuovo, ormai preda di sterpi e rovi. Non è difficile immaginare lo sgomento delle due popolazioni montane, in quell’ottobre del 1951, quando la devastante alluvione procurò gravi danni ad uomini e cose.
la TOSATURA
 Nella foto in alto la tosatura delle pecore. Africo vecchio, 13 giugno 1976, altopiano Milia
Un diluvio universale in cui la chiesa divenne il solo rifugio per combattere la malasorte, nel mentre la preghiera si trasformava in disperata implorazione, riconoscimento del limite umano. In quell’ottobre del 1951 successe mezzo finimondo, piovve incessantemente per alcuni giorni, la montagna franò in più punti portando con sé uomini, animali e case a fondo valle.
Questo è il modo più drammatico per ritrovarsi senza alcun bene materiale, senza un tetto dove ripararsi e soprattutto senza un’attività lavorativa né riconoscimento del limite umano. E alla violenza della natura s’aggiunse quella politica, e le due comunità, da secoli abbarbicate sui crinali della montagna, si trovarono, loro malgrado, a vivere prima in baracche di legno e poi in piccole e mal costruite case popolari poste a poche centinaia di metri dal mare Ionio (Capo Bruzzano), detto u Capu. Facile immaginare lo sgomento, intuire la paura per un futuro che appariva lontano ed incerto, ma la violenza era stata perpetrata e bisognava cominciare daccapo.
E il passato? Bisognava negarne l’esistenza? Allontanarlo dai pensieri? Violenza su violenza, dunque, e assieme alla cultura di un popolo s’era persa la vasta gamma di mestieri che ne sorreggeva l’economia, pur se povera e fragile. Ed è proprio a questo che Francesco Stilo ha voluto opporsi: alla perdita della sua identità umana e lavorativa, facendo di tutto per rimanere pastore.
Alcuni figli di Francesco Stilo vivono con le rispettive famiglie a Reggio Calabria, mentre Costantino, farmacista per circa vent’anni a Caraffa del Bianco, si è da poco trasferito in Puglia. La moglie del nostro pastore, Domenica Criaco, si è stabilita da circa 20 anni a Caraffa del Bianco dove la figlia Annunziata è stata per alcuni anni medico di base. In realtà, il nostro pastore si considera un africotu, e non ha per niente legato col posto di neo-residenza.
Egli è altro da questo luogo, si sente un uomo libero solo a contatto con la sua mandria che bruca per i crinali dell’antica montagna amica. Il suo scopo attuale non è quello economico, la sua ricchezza è il mantenimento della libertà personale, quella di vivere a diretto contatto con la natura, in un continuo dialogo con le bestie e le cose, dialogo, di tanto in tanto, interrotto da qualche altro resistente pastore o da qualche temerario cacciatore. Torna a casa poche volte al mese, giusto il tempo di rifornirsi di provviste, per poi ritornare a vivere in libertà le sue lunghe giornate trascorse tra le montagne amiche*.
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Nella foto Francesco Stilo, foto di Enzo Penna
Pastori di Africo Vecchio che fino alla fine degli anni ‘80 pascolavano le loro greggi nei territori d’origine:
Andrea Stilo, fratello di Francesco, Pietro Stilo, Giovanni Stilo, Pietro Maviglia, Domenico Maviglia, Costa Stilo, Bruno Criaco (quest’ultimi hanno abbandonato la pastorizia da circa vent’anni o scomparsi).
L’elenco mi è stato fornito dal medesimo Francesco Stilo.
*La storia di Francesco Stilo è stata scritta alcuni anni addietro. Attualmente il nostro pastore, a malincuore e su insistenza della famiglia, ha smesso di fare il pastore a tempo pieno e vive con la moglie a Caraffa del Bianco. Ma il richiamo ancestrale della pastorizia è rimasto vivo come un tempo. In un appezzamento di terreno di suo figlio Costantino (contrada “Musco” in S. Agata del Bianco), oltre a curare l’uliveto e l’orto, ha realizzato un piccolo Jazzo per pochi ovini. Gli ricordano il suo mondo, la sua infanzia… la sua vita.

 


 

martedì 25 agosto 2015

IL RICORDO. LETTERA NON RECAPITATA A GIANNI CARTERI

 

SCRITTO DA VINCENZO STRANIERI - 11 AGOSTO 2015. -PUBBLICATO  INASPROMONTE"IN AGGIORNAMENTICOPERTINECULTURALIBRI E SCRITTORIRITRATTI

«Se vi viene il sospetto che state per morire

 mettetevi una scatola di fiammiferi in tasca.

Che la notte sarà lunga, lunga…»
Tonino Guerra-

Carissimo Gianni, *

non so di preciso perché oggi sono venuto a casa tua; ho dubbi sul fatto che il mio sia stato solo un gesto di generosità, il desiderio di stare accanto ad un amico in procinto di lasciare per sempre l’avventura terrena cui tutti noi siamo destinati.

Forse è stato un involontario gesto d’egoismo, non soltanto l’intima esigenza di salutarti prima dell’estremo viaggio verso l’eterno.

E di ciò ti chiedo umilmente scusa.

Mai, però, avrei voluto vederti annientato dal male incurabile che il destino (chi altro?) ti ha imposto senza alcun ritegno, sconvolgendo il tuo corpo, lasciando che le ossa prevalessero sulla carne.

Il male, almeno questo, niente ha potuto contro la tua mente vigile, ma non so se questo sia stato un vantaggio oppure un altro modo per farti sentire ancora più forte la sofferenza tua e di quanti ti vogliono bene.

Il tuo respiro, pesante e annegato nell’affanno, mi ha sconvolto; avrei voluto fare qualcosa, ma niente ho potuto.

Il tuo/nostro Dio ancora una volta non ha fatto sconti, a modo suo ha voluto indicarti la strada del dolore più irto.

Non hai mai preteso di essere un neo-Giobbe, dicevi di non averne la statura. Come darti torto!

So di certo che nella preghiera, tu cristiano impenitente- stai cercando forza e conforto, che i tuoi genitori li senti vicini in quel cielo celeste che ogni credente  agogna. Ti aspetta tua madre, Peppina Sideri, che ti  ha indicato la strada della fede ad anche quella della scrittura.

Da trent’anni  convivi con una grave  patologia che, nel tempo, ti ha indebolito e reso fragile, ma non per questo domo.

Hai lottato contro la malattia attraverso la scrittura, scrivendo articoli e saggi sui più importanti scrittori calabresi e non.

Nonostante la sofferenza, hai sempre partecipato con generosità e competenza ai numerosi convegni letterari, e di certo ha ragione Vito Teti quando scrive che “Gianni Carteri è un intellettuale raffinato, scrittore originale, uomo religioso garbato, buono e generoso. Un amico vero della migliore Calabria”.

Un abbraccio forte, tuo Enzo Stranieri

S.Agata del Bianco, 9 agosto 2015  

*Gianni Carteri, nato a Brancaleone, ha vissuto, dopo il matrimonio, a Bovalino, Ha collaborato al mensile “Studi Cattolici” e al settimanale cattolico “Il nostro tempo”. Ha scritto numerosi saggi su Cesare Pavese e Corrado Alvaro. Nel 1994 gli è stato assegnato il premio “Pavese” per la critica letteraria ed il premio “Amantea” per la saggistica.

 

martedì 15 aprile 2014

Il sole e il sangue”, volume di racconti di Domenico Talia (InAspromonte, aprile 2017, p.23).

 

                              Vincenzo Stranieri

 

https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEifdzeD1fnSgJ2NOKJMRK3e-LMkTPYOcIMq2vD0QF2P5b4Tn50U6nfQOxr6j9MzC9BDl4RB54DHb3-I-9SLA7Ht6QaPLNAQXws-JhLSymtvlRkxxT_Jga4FMv5sGKPQxhl3F2usYAFfNnBt/s1600/per+blog.jpgIl sole e il sangue di Domenico Talia  (Ed. Ensembel, Roma, 2014), volume composto da 17 brevi racconti per un totale di 153 pagine, è una gradita sorpresa.  L’autore, nativo di S.Agata del Bianco, è ordinario di Ingegneria informatica all’Università della Calabria,  ha pubblicato nel 2004 una raccolta dedicata al viaggio (Itinerari stranieri).

Il bello dei racconti è che puoi cominciare da dove desideri.

Leggo per primo Treno Ionico,  che inizia con un “Finalmente il treno arrivò.  Lui salì”.  Credo che il  vero filo conduttore del libro di Domenico Talia  stia proprio in questa breve locuzione. 
Quando il protagonista di Treno Ionico sale sul treno  non ha ancora maturato la consapevolezza che il corso dell’esistenza è un andirivieni tra il prima e il dopo. Tra quelli che siamo stati e quelli che siamo diventati. 
E’ forse il più bello, intenso racconto di Talia. 
Anche perché l’autore si denuda in profondità, non nasconde  le sue emozioni, il suo stupore. "Era partito da una stazione che aveva ormai quasi dimenticato, come se avesse fatto parte di un’altra storia, di un’altra vita. Aveva dimenticato il mare, i monti, il treno, quei rumori, quegli odori, quei paesaggi. Aveva dimenticato quel diverso modo di sentire il tempo, quella sensazione di essere parte, noi stessi, di un qualcosa di più grande e di ignoto", p.32. 
 L’umanità, infatti, vive  di stanzialità, di movimento perenne. E’ il frutto di questa insita necessità antropologica. Viaggi veri, dettati da motivi diversi, viaggi mentali che scaturiscono dalla necessità di sfuggire a collocazioni statiche in grado di renderci miopi e ripetitivi.

Ma avviene che anche quando pensiamo di essere fermi nel luogo  in cui viviamo, continuiamo a muoverci verso qualcosa o qualcuno. 
In letteratura,  la fantasia si chiama creatività,  rielaborazione delle speranze vissute, cercate,  annotate nel corso di questi viaggi che - è bene dirlo- non sono né semplici né facili. Anzi.  Si può rimanere fortemente disorientati,  travolti. Talia apprende che il ritorno è doloroso, ma anche costruttivo, ricco di sollecitazioni positive. 
In altri racconti (Granelli di sabbia rosso sangue, In tre ore in un altro mondo, a esempio) viene espressa profonda amarezza per la difficile situazione socio-economica vissuta/subita   dalla nostra terra (la Calabria),  un mondo  preda del  malaffare politico-mafioso, ed anche di tanta indifferenza.

In Due suore e due ragazze viene narrata la storia di quattro donne che intendono migliorare le condizioni sociali di un piccolo paese del Sud. Il loro impegno fa paura a quanti sono impegnati a mantenere lo status quo. La conseguente reazione è quella di sminuzzare le gomme della vecchia Panda delle suore. 
Ma il racconto, oltre alla presa d’atto di quanto accaduto, mette in rilievo che laicità e religiosità debbono, lasciando da parte le convinzioni di fondo che pure le animano, allearsi contro il male.   
Sono questi i racconti in cui maggiormente si rivela l’assunzione di responsabilità etica dell’autore, che non può e non vuole rifugiarsi nel racconto/reportage.

Il testo, infatti, è  collocato su due piani diversi ma non contrapposti: lo sguardo dell’autore su quanto ha davanti agli occhi, le amare riflessioni  sul tempo che passa, le cose mutate, il degrado, ma anche la speranza, il profondo desiderio di vivere pienamente. 
 E’ un linguaggio leggero, volutamente asciutto ed essenziale. Le vicende vengono enunciate  con periodi  brevi, secchi,  e ciò anche quando vengono descritti avvenimenti tragici (omicidi, vessazioni di stampo malavitoso, etc.). 
I 17 racconti in questione, pur prendendo spunto da vicende vissute o apprese da fonti diverse  (orali,  soprattutto), hanno il pregio di ampliare lo sguardo anche sulle contraddizioni  del cosiddetto mondo globalizzato (Nella campagna assolata). 
Penso, però, che il meglio l’autore lo dia soprattutto nelle numerose pagine in cui rivela il suo modo di essere, quando getta lo sguardo sulle azioni di uomini e cose che ben conosce, quando ne diviene un credibile  portavoce.

Come dicevamo, al sole caldo  e ristoratore della nostra bella Calabria si contrappone il sangue,  l’assurdo desiderio di autodistruzione che anima  quanti inneggiano alla violenza.

L’invito di Domenico Talia, fermo quanto accorato,   è quello di  scegliere  la luce del sole al posto dell’orrido sangue.     

 

sabato 12 aprile 2014

Vincenzo Stranieri (Addio a Saverio Strati….. “l’Ora della Calabria”, sabato 12 aprile 2013, pp. 1, 35)

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Saverio Strati è  senza alcun dubbio tra i più grandi scrittori italiani del Novecento. Essere nati in Calabria, serbarla nel cuore, amarla, tradurla in letteratura non vuol dire necessariamente essere solo calabresi. E’ vero che l’humus antropologico è quello in cui si nasce, ma è pure vero che quando uno scrittore è tradotto in diverse lingue, appassiona lettori di mezza Europa, allora vuol dire che ci si trova di fronte a valori universali. Strati, assieme a pochi altri grandi scrittori italiani (Calvino, Sciascia e qualcun’altro che mi sfugge) è presente anche nelle antologie americane. La provincia è una forma mentale e non un ambito geografico.

https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEi5IeaB1534D_h9LbpqVk7VTSAcM_LUAwzkw4b6szaxIyLMLol8FCfUpJkFT5osxsluknyv1tt6QgN4D7WWbxnneWQIIUsue5tAbJGUdNSLtsyrBLcPeCD-hxGfGqNhVFcEtnDEBbH8CCJV/s1600/Morte+Strati,+L'Ora+della+Calabria+(Pagina+Intera)+jpg.jpg

Strati nel narrare il nostro meridione narra il mondo.  Bisogna non cadere nei regionalismi tantomeno nei provincialismi. O si è scrittori universali o non si è niente. Nato in Calabria va bene, è la definizione, statica quanto auto lesiva, di scrittore calabrese che genera ambiguità e confusione. Questo, naturalmente, vale per qualsiasi artista che opera sul pianeta terra. Scrittore vero è chi ha un mondo da raccontare. E Strati  lo ha, eccome. Nel momento in cui  i suoi libri incontrano il lettore  la sua scrittura si spoglia dei connotati originari e dona ai suoi interlocutori le forme di un’umanità ricca di storia e di valori. Il  problema è il modulo stilistico, la struttura linguistica che ogni scrittore utilizza per non cadere nella trappola del già  detto e del già scritto. Strati è unico nel suo genere. Inventa (meglio costruisce) un linguaggio nuovo, tutto suo, e lo dà in prestito alla sua gente, ne diviene   voce narrante. Difatti, da semplice apprendista-muratore  diviene “glossa” della sua gente, cantore del bene e del male del Meridione, non facendo sconti a nessuno, soprattutto  a se stesso. Siamo tutti debitori di questo grande artista, mai domo, perennemente impegnato a  narrare la storia antropologica del nostro “maledetto sud”.“ Io l’amo profondamente la mia Calabria, ho dentro di me il suo silenzio, la sua solitudine tragica e solenne. Sento che pure qualcosa dovrà venire fuori di lì: un giorno o l’altro dovrà ritrovare dentro d sé ancora quelle tracce che conserva dell’antica civiltà della Magna Grecia”. Narrava dal di dentro, dicevano, il suo stile cesellava come pochi le forme della civiltà contadina, ne delineava le fattezze più remote, ne sollecitava la  vera conoscenza. Grande e appassionato era il suo amore per i poveri, i diseredati al punto da estremizzare al massimo il suo linguaggio, il suo stile iper-realista. La sua mente conservava una sterminata galassia  di personaggi: le vicende familiari, gli esiti di una semina, i tomoli di grano prodotti, le cattive annate dovute alla siccità o a  qualche improvvida alluvione.  Un amore viscerale profondo, quasi una ossessione implacabile. In quasi tutti i suoi romanzi, però, egli non poteva non denunciare il nostro cattivo modo di essere, la nostra cattiva voglia di migliorare le sorti socio-economiche della nostra terra. Sono “arrabbiature” sincere, non volevano accusare nessuno, intendevano spronare chi era immerso nel fatalismo, quanti non volevano/vogliono lottare contro lo status quo. Mentre il mondo cambia, si evolve, il meridione appare pietrificato. Mentre in altri lidi è giunta la primavera, nel Sud regna un inverno fitto, un modello sociale che intende perpetrare le antiche regole. Non è stato uno scrittore sfortunato, però. In quegli anni (anni’50-’60) il cinema era nel pieno della sua espressione neo-realista, i ceti popolari erano protagonisti di molte pellicole, e le cosiddette classi subalterne trovavano spazio e forma nell’alveo della cultura italiana. Cosicché anche la narrativa realista era acclamata di pari passo a quella cineasta. Anche la critica fu dalla sua parte. Ogni sua opera era recensita con favore e in numero notevole. Poi, però, Mondadori, la casa editrice che  aveva pubblicato la maggior parte delle sue opere, gli chiuse la porta.  Strati, conseguentemente,  va in crisi, comprende che il mondo di cui è stato testimone non riesce a trovare una collazione ottimale presso il vasto pubblico, nemmeno in quello calabrese. Si sente solo, abbandonato. Egli merita gratitudine e rispetto, perché- tra l’altro-  ha saputo dare dignità e fisionomia ad un mondo che, altrimenti, la cultura ufficiale avrebbe relegato ai margini, o, nella migliore delle ipotesi, trasformato  in mero folclore.­­­­­ La speranza è che il suo impegno non venga dimenticato, che le sue opere trovino giusta collocazione nelle scuole e nelle università. Me lo auguro tanto. Ma il  pessimismo, specie in una regione come la nostra, è più che mai d’obbligo.

 

 

Pubblicato da Vincenzo Stranieri 03:36 Nessun commento: 

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LA DONNE D'ASPROMONTE

 

Nel mondo rurale del secolo scorso la donna calabrese  lavora nei campi, cucina,bada agli animali domestici, cresce in figli. Così è stato per secoli, le donne d’Aspromonte  lavorano senza sosta, sudano copiosamente nel mentre trasportano pietre  e calce da utilizzare per la costruzione delle loro piccole case, sfidano le fiumare alle cui rive lavano e fanno asciugare panni, mettono a bagno le ginestra da cui ricaveranno grezzi vestiti e larghi  mantelli da offrire ai propri sposi .

Mentre il massaro/pastore, specie quello di lattare (pecore e capre), pascola per un’intera annata il suo gregge, la donna massara  lo sostituisce nella cura e custodia dei prodotti (lana, formaggi, cereali etc). Un po’ meno disagiata  era la vita della massare, mogli di contadini benestanti, chiamati massari  perché possedevano  terreni che venivano lavorati con l’aratro tirato da una paricchia di buoi.  La minore povertà consentiva loro di condurre una vita meno insicura. Molti dei lavori domestici, però,  richiedevano l’aiuto di più donne della ruga, con le quali, nel tempo libero, collaboravano alle faccende domestiche.  Al nome proprio della moglie del massaro, si andava ad aggiungere l’appellativo di donna, indicante per la gente del luogo, il ceto sociale di appartenenza della donna e quindi della famiglia. Come ci ricorda Emanuela Chiarantano, l’abitazione della massara era sempre aperta a tutti e le donne andavano a farle visita volentieri, in quanto donna saggia e di cuore. Infatti le famiglie bisognose del paese si rivolgevano a lei per avere un lavoro.  In determinate periodi dell’anno una delle mansioni svolte dalle massaie era di preparare e poi recapitare u marzegliu, la prima colazione e u mangiari, il pranzo al marito e ai suoi uomini che si trovavano a lavorare nei campi. Il marzegliu, indicava la colazione delle otto durante il mese di marzo, in quanto le giornate erano più lunghe. La massaia raggiungeva con a cofina n’testa, cesto in castagno, il marito che si trovava nei campi con un gruppo di altri uomini che lavoravano per lui nel suo podere, in questa cesta portava pani, livi (vvrivi) e fica sicchi.  Alle volte il marzegliu lo portava la figlia maggiore, poiché la moglie rimaneva a casa a preparare il pranzo che successivamente sarebbe andata lei a consegnare.  Era tradizione che gli uomini al servizio del massaru mangiassero tre volte a sue spese, così la moglie doveva preparare anche la cena, attendendo e poi servendo i lavoratori.  Tutta la ricchezza della famiglia si basava sui frutti che dava la terra, molto spesso gli uomini al servizio del massaru ricevevano in cambio del lavoro prestato parte del raccolto.  Vi era una sorta di economia del baratto tra il lavoro svolto sia dagli uomini che dalle donne, ed i beni che si producevano. Durante i momenti vuoti della giornata, la donna si sedeva sul mignanu, davanti la porta di casa insieme con le altre vicine di ruga, a ripezzari trusci  i rrobbi, rammendare mucchi di  indumenti della famiglia, o ricamare le tele precedentemente tessute.  La giornata lavorativa delle massare come quella delle contadine iniziava prima di quella degli uomini e terminava sempre dopo. Anche alla sera seppur stanca, con la luce debole della lumera, filava col suo fusu.

Ora la lumera si è spenta da un pezzo, a noi il compito di non disperdere la sua preziosa luce.

 

martedì 7 gennaio 2014

AMORE E INDIGNAZIONE NELL'ANTROPOLOGIA NARRATA DI VITO TETI ( L'Ora della Calabria, 7 gennaio 2014, pag.31).



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Mi piace l’antropologia narrata - se cosi è permesso dire- da tempo  messa in atto, con passione e competenza, dal Prof. Teti e dai suoi  collaboratori presso l’Unical, particolarmente nell’ambito delle pregevoli iniziative del Centro di Antropologie e Letterature del Mediterraneo diretto dal medesimo Teti. 

Un linguaggio che si oppone a qualsiasi manierismo linguistico, in particolar modo a quello accademico tout court, volutamente tronfio a dismisura.

Un linguaggio che narra dal di dentro la materia viva delle proprie indagini demo-etno-antropologiche.

Ricerche effettuate  sul campo, tra la gente, incontrando il territorio, la sua storia passata  e  quella recente.

Ma, in questa sede, intendo ribadire un’altra mia convinzione, ovvero che Vito Teti, antropologo di professione,   si commuove e  scrive come un poeta, scandaglia i luoghi della memoria con la stessa ansietà di chi crede nella forza dei versi.

La sua scrittura, infatti, cede alla commozione, diventa lirica all’occorrenza, si trasforma in melanconia creativa quando sorvola paesaggi lunari, deserti dell’anima, paesi abbandonati che vorrebbero, se aiutati, parlare il linguaggio dei poveri, degli emigranti, di chi ha dovuto lasciare per sempre un mondo conchiuso, con le sue storie, le sue radici, i suoi sogni, per reinventare altrove quanto lasciato in paese.

Non mi aspettavo la comparsa, almeno per  ora, di un’opera come Maledetto Sud.

Ciò  perché , specialmente negli ultimi tempi, Teti non si è per nulla risparmiato, lavorando alacremente sia in ambito accademico che scientifico. E dunque quest’ultima sua fatica risulta un’ inaspettata quanto gradita sorpresa, nonché un ulteriore  atto d’amore  verso la nostra terra.

Spesso si scrive nella mente, qui si elaborano idee, si appuntano annotazioni ritenute importanti, per poi, all’occorrenza, trasformare il tutto in scrittura.

Così è stato per  Teti -specialmente nell’ultimo decennio- che ha  accantonato forme e contenuti di quanto ora invece ci propone con questa sua ultima fatica oggetto di numerose e belle recensioni su giornali nazionali e non.

Ma torniamo al linguaggio di Maledetto Sud che – se ben analizzato-  rivela lo sforzo dell’autore nell’edificare un particolare modulo stilistico; ora discorsivo, quasi colloquiale, per poi ritornare ad una semantica necessariamente saggistica, stante, appunto, che non parliamo né di un romanzo né di  un racconto.

E’ il linguaggio di chi parla dal di dentro, di chi ben conosce la materia di cui scrive.

Dal di dentro vuol dire non sfuggire né ai meriti né ai demeriti appartenenti al nostro meridione, significa produrre, esprimere  non mere analisi assolutorie  ma anche e soprattutto  coraggiose assunzioni di responsabilità .

Amore e indignazione (odio non è un vocabolo che si addice a Teti) sono sentimenti necessariamente insiti in chi conosce pregi e difetti del proprio mondo d’origine.

Vi è pure la gelosia che altri  maltrattino, spesso con cinismo e insipienza, la storia antropologica del nostro Sud, che  lo maledicano in eterno, in assenza di una buona difesa che ne ostacoli pregiudizi ed ataviche avversioni.  

In alcune pagine,  Teti sembra ridare voce particolarmente a scrittori del calibro di  Corrado Alvaro, Saverio Strati , Francesco Perri, Mario la Cava dai lui amati e studiati con passione quasi viscerale.

E’ bello, pur nella sua amarezza di fondo, ricordare  a mo’ di esempio le parole del protagonista di  Noi Lazzaroni, romanzo di Saverio Strati( Mondadori, 1972) che, passeggiando per le linde calabrese, si diceva : “Vai o non vai al Sud, il Sud ti è dentro come una maledizione “.

In altre pagine, invece, sembra riecheggiare un’annotazione- amara quanto veritiera- di Corrado Alvaro sul nostro mondo :” Dei Greci, i meridionali hanno preso il loro carattere di mitomani. E inventano favole sulla loro vita che in realtà è disadorna. A chi come me si occupa di dirne i mali e i bisogni, si fa l'accusa di rivelare le piaghe e le miserie, mentre il paesaggio, dicono, è così bello!”.

Pertanto,  è bene non accostarsi a Maledetto Sud con propensioni consolatorie, ricercando soluzioni facili agli eterni bisogni del meridione d’Italia.

A Teti, infatti, non poteva sfuggire il fatto che con le antiche retoriche  non si progredisce, che  ormai non bastano più le solite argomentazioni storiche (La proverbiale “Magna Grecia”, la “Malaunità” e conseguente ”Questione Meridionale, la” ndrangheta” e tutto il resto), per giustificare la nostra inerzia, il nostro atavico fatalismo. 

Oggi, purtroppo,  dobbiamo amaramente registrare che quanti tentano di valorizzare le ricchezze e la bellezza del Sud non sempre trovano risposte/proposte convinte e concrete presso i nuovi ceti sociali e politici, incapaci di diven­tare classe dirigente desiderosa di liberare, davvero e per sempre, questo luogo.  

Servono buona volontà e soprattutto onestà intellettuale, perché l’oggetto del contendere ha una sua storia particolare che, però, non ne deve compromettere a mo’ di alibi tutte le possibilità di riscatto scartate o rifiutate a priori sia dalla classe politica meridionale (ne abbiamo mai avuto una?) che dalla  maggioranza del popolo meridionale  ostinatamente soggiogato dalle solite false promesse che hanno compromesso la nostra  storia passata e recente.

Dobbiamo fare severa autocritica, invece, spazzare per sempre la nostra attuale (non che in passato le cose stessero meglio) classe politica che, più dei pregiudizi del Nord, contribuisce al nostro attuale degrado socio-economico.

Bisogna smetterla di frignare, di  delegare alla malasorte i nostri problemi (veri, reali, concreti, per carità!). Non siamo stati predestinati a vivere nell’arretratezza e nell’indigenza. 

Fissiamocelo  bene in testa una volta per tutte, questo intende trasmetterci con il  suo prezioso lavoro l’amico Vito Teti, amico non solo mio, naturalmente, ma anche e soprattutto del suo/nostro Maledetto Sud.

 


giovedì 27 febbraio 2014

IL NEO-BULLISMO ("L'Ora della Calabria", martedì 25 febbraio 2014, pag.30).



E’ chiaro che il neo-bullisno è alimentato anche dalle forti sollecitazioni del web, della rete, insomma. L’importante (vedi- a esempio- la violenza subìta da una giovane studentessa di Bollate ad opera di una sua coetanea  tra l’indifferenza dei compagni presenti impegnati a  filmare  passivamente la grave aggressione) è che tutto corra sul filo invisibile del web, dove le informazioni  prendono strade multiformi.


Una gigantesca mole di notizie tambureggia la mente degli utenti, una moltitudine senza fine vittima di un presente connesso a un mondo sempre più virtuale e molto meno vivo e concreto. Fa pena e anche tanta paura questo imperante modus vivendi improntato su una vita pensata ma non vissuta.

Le neo-emozioni non hanno dietro un tempo normale. Si è immersi nel solo presente, non si ha memoria del passato, tutto è  stato sempre cosi, il mondo non è il risultato di un processo storico  lento quanto faticoso, la vita sembra essere stata cosi, le sue fattezze non sono mai state immerse nella storia,   cosicché il linguaggio dei padri non produce alcuna eco in questo perenne presente-assente.

Il cuore subisce accelerazioni improvvise quando il telefonino rimane muto, non squilla in una qualsiasi ora del giorno e  della notte, non scandisce il trascorrere del tempo.

La vita è dettata dall’esterno, il nostro mondo interiore è stato formattato e la nostra mente-hard disk è governata da moderni software che aggiornano in tempo reale le nostre coscienze di quanto avviene nel mondo globalizzato.

Sappiamo di alluvioni, incendi, colpi di stato, scontri sanguinosi per una partita di calcio.

Cosicché tutto si trasforma in un film  la cui visione diviene pericolosamente perpetua.

Per questo motivo ho pensato alla trama di un mio possibile  racconto: una sorta di viaggio dentro il mondo dei computer.

La storia è questa. Stefano, anni trenta, con una spiccata vocazione letteraria, spinto dalla necessità morbosa di apprendere i sistemi che stanno alla base del mondo dell’informatica, smette di scrivere.

Passano gli anni, Stefano ha acquisito molte conoscenze su tale mondo, ne comprende la natura e le sofisticatissime tecniche.

E’ uno scavo, il suo, dentro le pieghe meno di un neo-linguaggio che, alla fine, s’impossessa della sua mente: ormai profondamente svuotata, incapace di sollecitargli il dono della scrittura.

Il computer  (la rete, in particolare) si è trasformato in interlocutore umano, una sorta di compagno segreto.

Il giovane  ha sacrificato tutti i suoi risparmi per l’acquisto di prodotti tecnologici di ultima generazione in grado di farlo entrare nei meandri fascinosi della “realtà virtuale, una realtà quasi perfetta, anche se simulata.

Ha smesso di amare la sua ragazza. Ama morbosamente Open, il programma che simula orgasmi proibiti, le forme di ragazze dai corpi giunonici che, all’occorrenza, inscenano strane danze tribali, riti sessuali che richiamano motivi esotici. Ha pure smesso di sognare.

E’ il computer a sognare per lui, trasmettendo alla sua lacerata coscienza immagini sempre più ipnotiche.

Specie nei giorni di crisi, s’accanisce a modificare i FILE dell’HARD DISK, brandello dopo brandello, come se si trattasse di carne lacerata, di materia viva.

No, l’idea non mi piace, mi lascia una grande amarezza dentro.  E’ un essere disumano, Stefano.

Mi viene difficile pensare che il suo futuro possa essere deciso da una tecnologia così devastante. Non si tratta di proporre modelli umani di tipo elegiaco, le forme di una civiltà, quella contadina, ormai inghiottita dal cosiddetto progresso.

E’ che l’uomo non è più al centro delle vicende, non è più il punto d’arrivo  degli attuali progetti di sviluppo scientifico. Nella fase dell’Umanesimo, invece, l’uomo celebra se stesso per mezzo dell’arte.

Non è difficile immaginare le botteghe fiorentine di quel periodo, comprendere l’ansia intellettuale che dominava uomini protesi a costruire modelli di inimitabile bellezza creativa.

Si tratta di capire, però, che da una realtà vissuta e progettata dall’uomo per l’uomo, siamo approdati ad una realtà simulata (la realtà della realtà), col rischio che tutti noi si diventi ubriachi già di primo mattino, sorpresi (come il Gregor Samsa kafkiano?) dal dubbio che immagini a più dimensioni si fisseranno nelle nostre coscienze tradite, ormai incapaci di percepire ciò che un tempo era “certo” e “vero”.                                         

Sarà mai possibile riavvolgere il nastro, riprenderci un po’ di vita vera? Non lo so.

So di certo che cosi facendo andremo a sbattere contro il muro dell’indifferenza, la stessa di cui tanto parla Papa Francesco.

E non sarà facile riconquistare i valori di un tempo quando il cuore umano e la fantasia imperavano.

Non si tratta di pessimismo fine a se stesso.

E’ che non si può accettare che la solitudine divenga la sola certezza umana cui oggi è possibile aspirare.

     


giovedì 13 febbraio 2014

LA SOLITUDINE DELLO SCRITTORE SAVERIO STRATI ("inAspromonte", n. 6, Febbraio 201, pag.23 ).

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Saverio Strati versa in condizioni di salute pessime. Non si fa trovare da nessuno, ha staccato il telefono, non comunica più con l’esterno. Probabilmente la caduta dalle scale (abita  in Toscana, precisamente a Scandicci, al IV piano di un palazzo privo di ascensore), avvenuta tempo addietro, l’ha debilitato  nel fisico e nel morale.
Spiace sapere di questo suo isolamento. Anche se ha quasi novant’anni,  è ancora lucido, ma forse non è più curioso, è depresso. 

Da circa quattro  anni usufruisce della Legge Bacchelli, un sussidio che gli consente di  continuare a vivere dignitosamente. Ma quando arriva la cattiva salute, quando non  si trova più la forza per scrivere, narrare il proprio mondo interiore tutto sembra immerso nell’oblio, non si ha voglia di andare avanti, di sperare nel futuro. Certi stati d’animo non tengono conto di quello che si è fatto in tanti anni di proficuo lavoro intellettuale,  alimentano l’amarezza, allontanano dalla creatività.

Non lo incontro da molto tempo, ormai. Ho avuto la fortuna e il privilegio di confrontarmi con lui quando ancora faceva ritorno a S.Agata del Bianco, suo amato paese natìo, precisamente in contrada Cola.

Incontri che mi hanno fatto capire tante cose, in particolar modo l’urgenza di adoperarsi in difesa della nostra memoria storica, del nostro passato/presente.

Una lezione di vita importante che rammento ancora con riconoscenza.

Ha lottato tanto, Saverio Strati. Da semplice apprendista-muratore è divenuto “glossa” della sua gente, si è  trasformato in cantore del bene e del male del Meridione, non facendo sconti a nessuno, nemmeno a se stesso. Narra dal di dentro, conosce profondamente, infatti, la materia della sua scrittura, il suo stile cesella le forme della civiltà contadina, ne delinea le fattezze più remote, ne sollecita la  vera conoscenza. E’ tanto grande e appassionato il suo amore per i poveri, i diseredati al punto da estremizzare al massimo il suo linguaggio, il suo stile iper-realista. E’ proprio tutto vero quello che narra Strati, spesso anche i nomi, le contrade. La sua mente conserva una galassia sterminata di personaggi, le vicende familiari, gli esiti di una semina, i tomoli di grano prodotti, le cattive annate dovute alla siccità o qualche improvvida alluvione.  Un amore viscerale profondo, quasi una ossessione implacabile. In quasi tutti i suoi romanzi, però, Strati denuncia il nostro cattivo modo di essere, la nostra cattiva voglia di migliorare le sorti socio-economiche della nostra terra. Prima di fermarsi a Scandicci, egli ha conosciuto altre nazioni (Germania, Svizzera), altre usanze. Ha fotografato realtà in crescita, rispettose delle regole, attaccate alle loro identità. per questo, specie in “Noi Lazzaroni( Mondadori, 1972), “Il diavolaro” ( Mondadori, 1980), “Il selvaggio di Santa Venere”, Mondadori, Premio Campiello, 1977), egli esprime rabbia per il lassismo  della sua gente, per la imperante rassegnazione che anima il popolo calabrese. Sono pagine  di profonda denuncia sociale, costringono alla riflessione, fanno arrossire anche le menti più recalcitranti, specie quando lo scrittore indica le soluzioni per un riscatto non impossibile. “Quando mi trovo a S.Agata e guardo dall’alto verso il mare sento l’animo che mi si apre; se invece osservo ciò che mi circonda, se entro nelle case del paese,  la sensazione è terribile. Mi prende un’angoscia davvero infernale. Non è sufficiente guardare le cose dall’esterno, come ha fatto Carlo levi per la Lucania: il vero dramma è guardarle quelle cose, quelle situazioni dal di dentro[…] Altro che Calabria pittoresca, altro che odori, colori, silenzi poetici!…”.

Sono “arrabbiature” sincere, non vogliono accusare nessuno, tendono a spronare chi è immerso nel fatalismo, quanti non vogliono lottare contro lo status quo. Mentre il mondo cambia, si evolve, il meridione appare pietrificato. Mentre in altri lidi è giunta la primavera, nel Sud regna un inverno fitto, un modello sociale che intende perpetrare le antiche regole. “C’è sempre stato in Calabria uno spirito feroce di autodistruzione; la storia stessa della nostra regione ha questa terribile impronta [… ] il calabrese è terribilmente geloso: guai se un altro fa un passo più avanti di lui[....] anche il paesaggio risente di questa indifferenza […]”. Strati  (è possibile immaginare la sua profonda amarezza) di certo si sarà molte volte sentito sconfitto, avrà pensato che le sue opere non siano servite ad aiutare il suo popolo. Così non è stato, per fortuna. Ma l’amarezza (quella che angustia l’animo ed il cuore) di certo l’ha debilitato nel fisico e nel morale. La speranza è che Strati torni a parlare alla sua gente e al mondo, che continui a battere, con forza creativa, sui tasti della sua vecchia macchina per scrivere.

 

giovedì 6 febbraio 2014

NO AI GENITORI SINDACALISTI NELLA SCUOLA ( Il Quotidiano della Calabria, giovedì 6 febbraio 2014)

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Povera scuola! Oltre ai tanti sindacalisti del settore stanno crescendo schiere di genitori che fiancheggiano i loro figli in dispute pseudo-pedagogiche sterili quanto pericolose.Gli insegnanti devono - oltre alle “intemperanze” degli alunni (schiavi di telefonini e similari, che tendono a portare anche in classe) sono  costretti ad interagire con genitori  che danno a priori ragione in tutto e per tutto ai loro figli, non capendo che la scuola è roba seria e che non la  si può  barattare concedendo ai loro amati figliuoli tutto e subito.

 Si, è vero, non tutti sono cosi, ma il loro numero sta crescendo a dismisura.

E’ pure  vero che la scuola si sta burocratizzando, che un bel po’ di tempo viene utilizzato per capire/applicare programmi infarciti di sterili quanto inopportuni psicologismi.

Che la scuola debba camminare di pari passo con la società è un fatto scontato, ma  modi e tempi non sono automatici.

Essa è un’ agenzia educativa importante, ma non può e non deve sostituirsi ai genitori che, invece, vorrebbero darle piena delega, smarcandosi cosi dal loro ruolo primario.

In famiglia si applica quella che un tempo veniva definita educazione diretta.

La scuola e il resto (relazioni sociali e/o amicali) sono forme di educazione indiretta, importantissime ma non sostitutive.

E invece le famiglie tendono a invertire i ruoli,  non capendo che il mestiere dell’insegnante è delicato quanto faticoso.

Non è possibile pensare che il corpo docente  debba giornalmente imbastire una lotta educativa con quegli alunni (il loro numero è divenuto esponenziale) con alle spalle genitori che, per motivi diversi, (che andrebbero capiti e analizzati, naturalmente) scaricano sugli insegnanti il compito/dovere  di formare in toto i loro figli .

Un po’ ciascuno non fa male a nessuno,  dice il proverbio.

Il diritto implica il dovere e viceversa.

Dovere della scuola è offrire un corpo docente preparato ad assumere il ruolo conferitogli, dovere di un genitore è quello di interagire costruttivamente  con gli insegnanti.

L’interazione (non è questa la sede idonea  per parlarne opportunamente) è vitale per la buona riuscita dell’azione educativa.

E’ evidente che anche nel corpo insegnante si annidino gli incompetenti; la speranza è che il loro numero sia – come si suole  dire- meramente fisiologico.

Qui si vuole più semplicemente  rimarcare l’azione sbagliata di quei genitori che difendono ad oltranza i loro figli, che confrontano i voti, che pensano di poter liberamente interferire, che identificano i loro figli  come vittime dell’azione educativa, che non accettano in alcun modo che gli insegnanti ne rimarchino le manchevolezze (specie quelle comportamentali).

Servono dialogo e confronto. Non chiusure e pregiudizi.

 

 

CARTOLINE POSTALI E LETTERE ALLA FAMIGLIA DEL SOLDATO GIUSEPPE STRANIERI (CARAFFA 1921- FRONTE GRECO 1943)



 [… ] solo vi dico che non ci trova accua la dobbiamo comprare a due soldi il bicchiere e patiamo un po qua […].

 

Fammi sapere se hai ricevuto il vaglia di lire tre cento.

[…] fatemi sapere se vi siete messi a seminare. Sta  maledetta terra dove sono io non si vede niente […].

 

Caro Padre fatemi assapere se avete ricevuto qualche pacco che viò spedito un pacco contenente 41 pezzi di saponi cose che non mi sono messo addosso e che mi sono messo io forsi non li avete ricevuto mi dispiace molto, perché mi sono sacrificato 5 mesi di crudele cosa che desiderava il mio cuore se per caso lo ricevete mi lo fate assapere se no pazienza basta che ce la saluti altro tutto passa viò spedito un vaglia di Lire 186 non lavete ricevuto ò puro no[…]

 

O’ ricevuto una lettera dal vostro fratello Francesco di maglia che mi parlava che stati arando la terra considero come  vi  trovati  afflitto di lavoro ma io non posso fare nienti pemmia cosi à voluto la fortuna e cosi sia.

 

 

Mio zio Giuseppe (Caraffa, 1921- Fronte greco 1943) era piccolo di statura. Mio padre lo ricorda come un tipo forte e sicuro di sé. Uno spirito indomito capace di fare a botte anche con quelli più grandi  di lui, perché non accettava i soprusi, le ingiustizie. Era un  bravo contadino,  sempre pronto ad aiutare  la famiglia nel duro lavoro dei campi. Ma Mussolini e i suoi famuli volevano sedersi in tutta fretta al tavolo  dei “vincitori”,  cosicché  diedero in pasto le carni  inermi dei giovani soldati d’Italia.  Mia nonna, Maria Ardino, originaria di Pardesca, piccola frazione di Bianco, pianse lacrime amare, il suo cuore presagiva che suo figlio, quasi ventenne, non sarebbe tornato nel  piccolo/grande mondo che l’aveva partorito per vivere in mezzo ai prati e ai boschi di Stoli. A fare il contadino, a seminare la terra arata dai buoi forti di suo padre. Aveva ragione mia nonna, purtroppo. Zio Peppe non tornò a casa, disperso sul fronte greco dopo l’8 settembre 1943 (data dell’Armistizio).  In questa sede mi sembra doveroso omaggiarlo rendendo pubbliche alcune delle numerose missive (lettere e cartoline postali) che il piccolo/grande soldato di Caraffa del Bianco ebbe a scrivere ai suoi familiari. Il tutto senza alcuno intervento sulla sua semplice quanto commovente struttura sintattica.

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Da destra: Giuseppe Stranieri e un suo amico commilitone - Fronte greco 1943.

51° Compagnia Cannoni-  47/32 - Cartolina Postale- Divisione - Posta Militare 121, - Ischia-  lì 18,10,41.

“Carissimo Padre vi scrivo questa  cartolina per dare notizia della mia buona salute che sto bene e cossi meglio spero sentire di voi tutti di famiglia. Caro padre vi faccio sapere che mi trovo in una piccola isola (leggi Ischia, N.d.r.) circondata di mare e siamo tutti gli amici insieme (…) come fummo prima solo vi dico che non ci trova accua la dobbiamo comprare a due soldi il bicchiere e patiamo un po qua per altro stiamo bene. Saluti per tutti. Vostro figlio Giuseppe”.

 

 51° Compagnia Cannoni- 47/32 Divisione - posta Cartolina Postale- Militare 121, - Siena- lì 17,8,42.

“Sorella Carissima (leggi Rosina, sorella maggiore, N.d.r.) Ti scrivo questa mia presente per darti notizie  nello stesso tempo auguro di te.  Sorella  Carissima ti invio i sinceri auguri del tuo nome che il trenta agosto. Fammi sapere se hai ricevuto il vaglia di lire tre cento. Chiudo saluta la famiglia. Tuo fratello Giuseppe”.

https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEjvNp3zMPjSzdq9tqEsQOJTv99M7qjJBM6tkMdZ8xuV_Ab75KRPWmMUkBmBBu7PacDDwdD87SbuRgVwrrWaWOvrAbE1rt4zdRnlpwdV3fAy4wmS9Ee99B585beT1-3das26dqWZYjw1DP2v/s320/Cart+post+soldato+Giusepope+stranieri.jpeg+01.jpeg

https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEjvchu3jEqSnCtqNSOPj6JMG-UzlaYZJnfPY7YkAzm2ddFTVb2WwQb-hlNSl80kGLIR4iX-eE4HTrm9AP-zp2Ke6MPWtKXZc53CL46aC-xn8DpVAMLQnm8z61xFKW-3-dJQquHNa7_Y_DGL/s320/Cart+post+soldato+Giusepope+stranieri.jpeg

 

51° Compagnia Cannoni- 47/32 Divisione - Cartolina Postale- Posta Militare 121, Siena - lì 15,11,42.

“Cari genitori (leggi Domenico e Maria, N.d.r.) sono molto dispiaciuto  del vostro lungo ritardo di posta e non so  più cosa pensare adesso fatemi sapere se vi siete messi a seminare. Sta  maledetta terra dove sono io non si vede niente. Saluti. Vostro figlio Giuseppe. Buone feste”.

  51° Compagnia Cannoni-  47/32 Divisione - Lettera - Posta Militare 121,  ? - lì  25.08.1943.

“Carissimo Padre  con molto piacere vi scrivo questa mia presente lettera tanto per darvi nota della mia buona salute e cosi meglio auguro di voi tutti in famiglia. Caro padre vi comunico che sono circa due mesi che mi trovo privo di notizie non so che cosa di pensare  fatemi assapere come vi trovate voi tutti, vi fò sapere che 2 giorni fa mi hanno fatto un permesso di andare a trovare il figlio di compare  Natale (…) e cosi siamo stati assieme una giornata.  Lui sta molto bene mi ha raccontato tanti e tanti belli fatti che mi sono messo a ridere- uno che si sposa l’altro che fa l’amore e allora solo io sono che faccio il soldato l’altri stanno  alle loro case, di più vi fò sapere che ho trovato puro il cuggino Focà  (originario di Ferruzzano, N.d.r.)  al momento che io mi trovavo presente lui ha ricevuto una vostra lettera e cosi ho saputo che stati tutti bene, e ho saputo puro che tutti i bianchi sani (leggi  parenti residenti nel comune di Bianco, N.dr.) si trovano al nostro paese fatemi assapere se ne andarono o puro no a mia premi di sapere tutto questo per il motivo che ciò anche io la fidanzata. Caro Padre fatemi assapere se avete ricevuto qualche pacco che viò spedito un pacco contenente 41 pezzi di saponi cose che non mi sono messo addosso e che mi sono messo io forsi non li avete ricevuto mi dispiace molto, perché mi sono sacrificato 5 mesi di crudele cosa che desiderava il mio cuore se per caso lo ricevete mi lo fate assapere se no pazienza basta che ce la saluti altro tutto passa viò spedito un vaglia di Lire 186 non lavete ricevuto ò puro no. Se lavete ricevuto mi lo fate assaperi perché non so nienti, adesso voglio fare ridere un poco como mia fatto ridere ammia il sposo (trattasi di Natale Catanzariti, residente nella frazione Pardesca, marito di Paola Tedesco, originaria di Caraffa del Bianco , N.dr.) di commare Pavoluzza Todisco  adesso noi due vi facciamo ridere in una foto che cosi classica ma una cosa che non vi lavevamo mandare ma noi ve la mandiamo, altro niente resto con la penna mai col cuore gli date tanti saluti alla sposa di compare Natale e gli dite che lui sta bene di non pensare male che questo devi finire io saluto sorella e fratelli. Padre e madre sono per sempre il vostro figlio Stranieri Giuseppe”.

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51° Compagnia Cannoni-  47/32 Divisione - Lettera - Posta Militare 121,  ? - lì   14,12,42.

“Carissimo Padre con molto piacere vi do nota della mia buona salute al meglio auguro di voi bene tutti che stati in buona salute. Oggi mi rrivata una lettera del 10 ottobre dove mi parlava che mia sorella Teresa si trova a mali condizioni considerati che dispiacere a avuto il mio cuore spero che con la presente mi date buone notizie. Io sono circa due mesi che non ricevo vostre notizie solo due cartoline che mi scrisse mio fratello Giovanni Altro nienti considerate como mi trovo e che dice il mio cuore nel momento in cui vi scrivo mi trovo con amici che non vi potete immaginare. Io aspetto ogni otto giorni che vieni una vostra lettera ma non sarà possibile di ricevere ma non so se dipendi da voi o puro fanno ritardo non vi la prendete con mia sorella che non sarà colpa sua che l’indirizzo sarà bene dopo un mese. O’ ricevuto una lettera dal vostro fratello Francesco di maglia che mi parlava che stati arando la terra considero come  vi  trovati  afflitto di lavoro ma io non posso fare nienti pemmia cosi à voluto la fortuna e cosi sia. Vi prego se mi potete accontentare che mi spedite unpo di carta se no[…] per momento altro niente saluto caramenti sorelli e fratelli particicolari Teresina. Baci padre e ma dre e vi auguro un Buon natale. Vostro figlio Giuseppe”.

 

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domenica 22 settembre 2013

GIOACCHINO CRIACO E IL POPOLO DEI BOSCHI-

da  “La Riviera”, domenica 30 giugno 2010 

 

                                     di Vincenzo Stranieri

 

Con Gioacchino Criaco, scrittore nato ad Africo (RC), la letteratura italiana ha inserito nel suo grembo un artista pregevole quanto inaspettato. “Anime nere”, romanzo d’esordio pubblicato da Rubbettino nel 2008, è divenuto, grazie al passaparola dei lettori, un caso letterario, facendo conoscere al grosso pubblico il popolo dei boschi, così Criaco ama definire i suoi pastori d’Aspromonte, che, con le loro gesta efferate, hanno, paradossalmente, contribuito alla conoscenza di un popolo ancora in fuga (Africo, paese aspromontano, a seguito dell’alluvione dell’ottobre 1951, è stato trasferito coattamente nelle lande desolate di un arido terreno adiacente capo Bruzzano, poco distante dal mare Ionio). Una diaspora che, per lo scrittore, sta alla base del demone delinquenziale che si è impadronito di un popolo per millenni abbarbicato sui crinali d’impervi costoni e che, per questo ed altro, stenta di darsi un’identità concreta.

Criaco appartiene alla schiera di scrittori-testimoni che si sono accollati l’arduo compito d’essere voce narrante della comunità natia. Nel suo caso, il luogo d’origine è antropologicamente sospeso tra un recente passato (la montagna amica, i boschi ricchi di ghianda, il pane nero, le foto scattate ad Africo da Tino Petrelli nel 1948, la preziosa testimonianza di Umberto Zanotti Bianco etc.) ed un presente preda dei flutti del mar Ionio.

Quello di Criaco può essere definito un diario di bordo, la testimonianza diretta di chi conosce le imprese omicide, le rapine e tanti altri misfatti commessi dalle anime nere che, deliberatamente, hanno scelto la via del male, la stessa che si respira in Zefìra, secondo romanzo noir di Criaco.

Ho faticato non poco a leggere Anime nere. Alcune pagine le ho rilette più volte. Il linguaggio dell’autore osserva una scala musicale, se cosi è permesso dire, alquanto desueta. Abbassa i toni allorquando ci si aspetta degli acuti, emette quest’ultimi senza preavviso, disorientando, ma solo agli inizi, il lettore, che sbanda, si guarda attorno, annaspa alla ricerca di un appiglio certo. La bellezza del libro sta proprio nel linguaggio: sequenze brevi ma efficaci con dietro l’intento di delineare l’esegesi del demone che si è impadronito dei protagonisti (Luciano, Luigi e la voce narrante). Forse l’autore si è ispirato alla pastorizia (si vanta, giustamente, d'essere figlio di servi di pastori ed agogna di tornare a fare il pastore in Aspromonte) ad un mondo che scandiva i suoi tempi senza fretta, con meticolosità, la stessa che ha armato i giovani ‘ndranghetisti narrati nel romanzo. Criaco tiene a precisare che “ Anime nere non è un semplice romanzo, è l’urlo di dolore di un popolo. Di una generazione che ha fatto il male. Ma di quel male è la prima vittima (…). Una  schiera di superstiti, che si mostra nuda confessando peccati ed errori. Che implora i ragazzi a non percorrere il loro nauseante viaggio infernale. Che ha preso coscienza del male fatto, e non ricerca alibi o facili vie di fuga. Una schiera di supersiti che però non è ipocrita.
Che non vede un mondo splendido intorno a se. Che riconosce i propri errori, ma é conscia delle colpe altrui. Che vuol cambiare per se stessa e non perché moralmente inferiore alla realtà circostante. Che è cattiva ma non mafiosa, anzi nella ‘ndrangheta ha sempre individuato il suo nemico peggiore, il responsabile principale della propria autodistruzione. 
Le anime nere hanno combattuto una guerra sbagliata, trasformandosi man mano in esseri simili ai loro carnefici. Hanno subito piccole e grandi ingiustizie, alle quali hanno reagito con l’unico mezzo che conoscevano, la violenza. Oggi hanno rimosso definitivamente e unilateralmente la violenza dalle loro vite, e a lei non torneranno più. Ma continuano a subire piccoli soprusi da chi si ritiene migliore di loro”. (“La Riviera”, 31 gennaio 2010 pag.15).  E’ vero, non è un messaggio facile da digerire quello di Criaco. Non mi è ancora chiaro- tanto per cominciare- se Luciano e Luigi sono figli della vecchia ‘ndrangheta (l’Onorata Società) o dei semplici cani sciolti che, pur applicando i comportamenti e i codici dei vecchi malavitosi un tempo operanti tra i vasti boschi dell’ Aspromonte, sono altro da quest’ultimi perché capaci di pagare per intero il male commesso e, soprattutto, perché consapevoli dei gravi errori commessi. Se è questo l’intimo desiderio di Criaco, quello di differenziare le colpe di alcuni giovani scellerati dal resto di un'organizzazione criminale i cui traffici sono ormai divenuti planetari, allora ci troviamo dinanzi ad un’opera sì noir ma con una decisa impronta sociologica dove l’artista è la voce narrante di un’esigua minoranza di africoti che, sbagliando, ha pensato di edificarsi seminando inopinatamente lutti e rovine. Nondimeno, utilizzare il paravento dell’esodo forzato dalla montagna alla marina come motivo scatenante della realtà delinquenziale di una comunità, mi sembra alquanto fuorviante. Il seme ‘ndranghetistico era già presente ancor prima della tragica alluvione del 1951 e non solo ad Africo ma in quasi tutti i paesi del reggino. E’ vero, invece, che la realtà rivierasca ha consentito alla ‘ndrangheta di promuovere con maggiore rapidità la sua azione criminale.  Su “Famiglia Cristiana” (n.44/2009, p.105) Luciano Scalettari ha scritto di Zèfira   utilizzando una tecnica efficace: il critico recensisce facendo parlare quasi in simultanea l’autore pervenendo così ad un breve ma interessante saggio a due voci. Nel romanzo, annuncia Scalettari, “l’intrigo comincia subito. Due pagine, non di più, e avviene il primo omicidio. Niente preamboli. Zefìra, il secondo romanzo noir di Gioacchino Criaco, parte a ritmo serrato e non lascia tregua (… ) Criaco sembra raccontare di delitti e di indagini, ma in Zefìra com’era anche in Anime Nere, la scena conta tanto quanto i protagonisti che vi si muovono.
Perché pagina dopo pagina emerge un pezzo di Calabria, e vi si narra una realtà misconosciuta, quella dei “ragazzi della Locride”, come li chiama l’autore ( …) Così, in Zèfira, nel ruolo di protagonista Criaco mette un commissario di polizia milanese, giunto da pochi mesi dalla metropoli del nord. Un commissario sveglio che, analizzata la situazione, ritiene presto di essersi fatto un’idea chiara della realtà in cui si trova. Uno stratagemma efficace, dal punto di vista narrativo, perché l’investigatore si trova a vivere un progressivo strania mento, dove ciò che sembrava chiaro diventa confuso e l’evidenza delle cose sbiadirà fino a perdere   contorni e distinzioni”.  Specie in tale frangente, il romanzo risente della presenza ingombrante di Leonardo Sciascia, particolarmente delle atmosfere sociologiche de “Il giorno della civetta”. Ma ciò non è un male. Sciascia è un maestro di cui non si può fare a meno, infatti.  A Criaco, comunque, , va riconosciuto il merito di opporsi con caparbietà agli stereotipi che vigono su Africo: ‘ndrangheta, solo ‘ndrangheta, egli, con passione e senso dell’appartenenza, cerca di spiegare che ad Africo c’è una bella gioventù che aspetta una sua legittimazione storico-culturale. E in ciò fa bene a insistere.
Tuttavia Criaco sostiene che “Oltre il noir c’è un altro piano di lettura, che cerca di far vedere l’immobilismo millenario che caratterizza questa società. E’ un mondo dove si ereditano le professioni, il ruolo sociale, la propria “casella”. Quel sistema ha interesse ad autoconservarsi, e dice ai ragazzi della Locride che il loro destino è puzzare di capra facendo i pastori. O sulla strada”. Non è semplice capire dove, specie in questo frangente storico, andrà a posizionarsi il popolo dei boschi. Tornare in montagna è ormai impossibile, lì non ci sono più capre, esiste solo il silenzio dei boschi, i giovani dovranno sbrigarsela diversamente, facendo tesoro proprio da quanto narrato dal loro compaesano dovranno sforzarsi, con o senza la presenza dello Stato, di non divenire le nuove “Anime nere”. Eviterebbero così di farsi del male, un male fatto di sangue e delitti, aiutando Criaco e tutta la società civile dell’ex  popolo dei boschi  a sfuggire in modo definitivo allo stereotipo che raffigura Africo con l’effige del male. Tuttavia, chi intende essere la voce narrante di un microcosmo criminale rischia di limitare la propria azione culturale in nome e per conto di un mondo conchiuso, salvaguardando atmosfere e vicende ormai preda della cronaca giornalistica. La realtà umano-culturale di Criaco- e con ciò spero di non addentrarmi in valutazioni affrettate -, non credo sia rapportabile con le vicende vissute dalle anime nere delle sue prime due opere letterarie. Sarebbe un suicidio culturale, un’incomprensibile immolazione sull’altare di una solidarietà cieca. Il suo linguaggio-  come anticipato- può senz’altro aspirare a mete più vaste, universali. Chi scrive- ma il discorso vale per qualunque forma artistica- è impegnato a rivelare agli altri il proprio mondo intellettuale. E lo compie mettendo in azione uno scavo interiore pregno di fatica. Non è facile denudare il proprio essere. Non è semplice smascherare i propri sentimenti. Una fatica senza la quale, però, l’impegno artistico diviene sterile pantomima. E questo, a Criaco, non deve accadere.



domenica 22 settembre 2013

“Caro Sisinio”, la lettera a Zito del 17 luglio 1994

 

 

di Enzo Stranieri

Non ho letto Eroi silenziosi di Angelo Jannone, Datanew, 2012, che narra i più importanti avvenimenti di cronaca italiana degli ultimi trent'anni. “La Riviera” di domenica 26 agosto u.s., p. 4, riferisce che Carlo Vulpio (vedi Corriere della Sera del 22 agosto 2012, pag.37) considera il volume in questione “un libro onesto”. Di certo è così. Ma spiace molto sapere che Jannone, nell’esercizio delle sue funzioni ( Ufficiale dell’Arma), per paura d’essere accusato di complicità geografica (è possibile dire così per chi vive e opera in Calabria?), pur convinto dell’innocenza del senatore socialista Sisinio Zito e di suo fratello Antonio, non seppe dire no, come lui stesso scrive, alla richiesta di sorveglianza speciale avanzata dalla Procura di Palmi per il fratello del senatore, pur certo che i due fossero estranei a ogni accusa. Il caso fa molto riflettere: un dolore incontenibile che ha radicalmente alterato la vita di due onesti cittadini. Ricordo che noi socialisti della Locride rimanemmo affranti, sconfortati, ma anche certi della completa innocenza dei nostri carissimi amici, nonché autorevoli compagni di partito. Ero affranto e arrabbiato, e ritenni giusto comunicare la mia vicinanza e il mio affetto a Sisinio e ad Antonio, scrivendo al primo, in data 17 luglio 1994, la lettera che segue:

 

Caro Sisinio,

il caso “giudiziario” che ha investito come un uragano te e Totò rivela aspetti più che kafkiani. Ne “Il processo” J.K. non conosce le ragioni del suo arresto. La forza coercitiva del Potere, alla fine, lo porterà a incolparsi di delitti mai commessi, a “morire come un cane”. 

È un’accettazione di responsabilità quella di J.K. che testimonia la “necessaria” debolezza umana contrapposta, guarda caso, al dominio egemonico del grande vecchio orwelliano (ghignante e cinico all’eccesso). Tu e Totò avete conosciuto preliminarmente tutti i dettagli dei vostri misfatti (sic!) che, pur se ridicoli e inconsistenti, hanno avuto (continuano ad avere) la forza dell’infamia al pari dell’accusa non rivelata a J.K.. In entrambi i casi, infatti, vige la stessa impossibilità di difendersi. Ma andiamo per ordine.

Teorema: enunciato sommario d’una proposizione contenente una verità che si intende dimostrare e che costituisce la conclusione (tesi) cui si giunge, attraverso un procedimento logico deduttivo in cui ci si avvale di postulati o verità dimostrate, dalla premessa iniziale (ipotesi); Dizionario Italiano – Ed. Sandron, Firenze. Ipotesi magistratura: politico = malaffare.  Verità dell’enunciato: chi è un politico (con o senza storia personale eticamente irreprensibile) ha comunque un legame di interesse con la mafia, che, essendo lo “Stato” che governa nel sud non può non avere rapporti perversi con la classe politica di turno cui è delegato il Potere ufficiale. Tesi: i fratelli Zito, con o senza prove, con o senza testimonianze certe, al di là della loro storia personale (che parla e canta, come si suole dire), sono ugualmente da considerarsi mafiosi. Tempo prima che venisse approvata la riforma del nostro sistema processuale, Giorgio Saviane ha scritto “L’inquisito”, breve romanzo che narra le traversie di un uomo accusato ingiustamente e che, per l’angoscia vissuta nel corso del processo, vorrebbe “essere colpevole per respirare”. Il libro, recentemente ristampato nei tascabili economici Newton, a detta di qualcuno è servito come pungolo per la riforma stessa, in particolare per l’affermazione (solo teorica?) del rito accusatorio (rito anglosassone) da quell’inquisitorio (ancora, nonostante le riforma, vigente in Italia). Il processo Zito è di tipo inquisitorio, infatti, volendo fare una digressione (gratuita fino a un certo punto), si può parafrasare Camus, “Lo straniero”, allorquando il magistrato chiamato a giudicare il protagonista del romanzo, a seguito dell’atteggiamento di quest’ultimo (“indifferente” a tutto), lo apostrofa dicendo: “Il vuoto umano dell’animo quale si ritrova in quest’uomo diventa un abisso dove la società può perire”. Lasciando da parte la rivolta metafisica che Camus intende trattare, resta da chiedersi se anche i fratelli Zito, alla luce dell’impeto inquisitorio operato nei loro confronti, debbano ritenersi vuoti nell’animo, fautori dell’ “abisso dove la società può perire”. Siamo alla fantascienza, al ripristino, anzi, della “cultura dell’ombelico”, per dirla con la felice locuzione di G. Melina, scrittore. Manca poco che Sisinio e Totò Zito ringrazino la magistratura per l’opera di “bonifica” operata all’interno delle loro “anime perse” (corrotte). Viene alla mente Barbara, protagonista de “L’uomo è forte” di Corrado Alvaro, che, esasperata dalla presenza assillante dell’Inquisitore, denuncia alle autorità Dale, il suo compagno, al fine di espiare la “colpa” commessa contro il Potere (il totalitarismo) e quindi contro la società.  Anche i fratelli Zito cospiravano contro lo Stato?

Se diamo retta al teorema, certamente si. Se, invece, usiamo un minimo di razionalità, è evidente che essi sono agnelli sacrificali sull’altare del più bieco cinismo culturale. Si, perché di cultura si tratta. È certo che per fare il magistrato occorrono studi giuridici. Accanto a questi, però, è indispensabile una cultura umanistica necessaria a costruire l’uomo ancora prima che il magistrato. Diffiderei molto, a esempio, di un uomo di legge (in senso lato) che non abbia letto, tanto per fare alcuni nomi, la lista è molto lunga, “Il compagno segreto”, “Linea d’ombra” di J. Conrad, “Delitto e castigo”, “Memorie del sottosuolo” di F. Dostoevskij, “Uomini e topi”, “La luna è tramontata” di Steinbeck, “Il richiamo della foresta” di J. London, “Un caso di coscienza” di L. Tolstoj, “Piccolo campo” di E. Caldewell, “L’uomo senza qualità” di Musil, “Ulisse” di J. Joyce, “Padri e figli” di I. Turgenev, “Il Maestro e Margherita” di Bulgakov… Non si tratta di “sentenziare”, dunque, ma, oltre alle norme, di tutelare la dignità dell’individuo. E ciò, prendendo a prestito le parole di A. Zanzotto, poeta, perché qualsiasi individuo possa essere “degno di quel concetto ideale di personalità che ogni uomo formula nel suo intimo”.Caro Sisinio, se non ci fosse la sofferenza morale di tutti voi, la vicenda assumerebbe contorni più grotteschi che drammatici; ma l’amarezza, oltre che lo sconforto, è troppo grande per potere abbozzare anche un piccolo quanto breve sorriso ironico. È realtà, questa, dura quanto tragicamente attuale. Vorrei che tu e Totò (fatti latore del messaggio) mi sentiste vicino, che, pur nella condizione di rabbia che necessariamente vi avviluppa, sappiate che i compagni non hanno mutato di un millimetro la stima e l’amicizia nutrite nei vostri riguardi.

Un forte abbraccio anche da mio fratello Peppe.

S. Agata del Bianco, 17 luglio 1994

                                                      (Enzo Stranieri)

 

enerdì 20 settembre 2013

“La memoria antropologica” di Antonino Mazza, poeta, traduttore, editore, che emigra in Canada dalla Calabria nel 1961, e che ha studiato letteratura inglese, letteratura comparata e filologia romanza presso la Carleton University, l’Università di Toronto e la Scuola Normale Superiore di Pisa. Attualmente vive a Ottawa. La nostra casa è in un orecchio cosmico, primo impegno poetico di Antonino Mazza, è una testimonianza della crescente realtà intellettuale della comunità italo-canadese.



                                                         di Vincenzo Stranieri 

 La realtà dell’infanzia insegue l’emigrante storico in modo ossessivo; egli vive una doppia condizione psicologica: il passato, che per il fatto di trovarsi in una posizione non secondaria della mente, può essere definito tempo presente, è la realtà d’ogni giorno, che richiede fatica, sforzi d’integrazione non indifferenti.

I figli dei nostri emigranti rappresentano invece  una generazione presente/assente rispetto alle problematiche socio-culturali del luogo d’origine. Il “vantaggio” di tale generazione é dovuto, tra l’altro, alla fruibilità dei nuovi mezzi di comunicazione.

Ma la caratteristica più  marcata degli appartenenti a tale fase storica é quella di una nostalgia attiva, non necessariamente dolorosa, che consente loro di vivere da protagonisti nel luogo d’adozione.

E’ una generazione che prende e dà, non sopravvive all’interno del tessuto sociale in cui opera.

E’  parte integrante e propositiva. Ha  peso e voce nell’ambito della realtà che ha scelto come osservatorio privilegiato della propria vocazione creativa.

E’ il caso degli scrittori italo-canadesi, che il grande pubblico ignora, ma  di cui  si comincia a parlare con un certo interesse.

Partiamo da Antonino Mazza, poeta, traduttore, editore, che emigra in Canada dalla Calabria nel 1961, e che ha studiato letteratura inglese, letteratura comparata e filologia romanza presso la Carleton University, l’Università di Toronto e la Scuola Normale Superiore di Pisa. Attualmente vive a Ottawa.

Cominciano col dire che in La nostra casa è in un orecchio cosmico , ed. Monteleone, 1998, con la traduzione di Rosamaria Plevano, Mazza ha bisogno di dare una forma alla fisicità del mondo che lo ha partorito, perché uomini e cose si dibattono nella sua mente alla ricerca di una collocazione definitiva, e non solo come mera presenza ma come realtà di cultura dalla quale partire per il lungo viaggio verso una conoscenza cosmopolita, non rinnegando- ma filtrando-  il cosiddetto mondo moderno, gli spazi vasti della realtà in cui si vive, sempre memore che

 

In un orecchio cosmico di aspri picchi e colline terrazzate

dove la ginestra e ciclamino fioriscono

a fianco e i limoni

e la casa dove sono nato

 

In tal senso, Mazza, nella sua introduzione al testo poetico (tradotto in disco dal fratello del poeta, Aldo, che ne ha curato le musiche) ci ricorda   le parole di Jean Cocteau: “ Più il poeta canta dall’interno del suo albero genealogico, più è intonato”.

Mazza vuole avere una memoria antropologica, non nostalgica, del suo passato, perché  la nostalgia distrugge la tensione creativa, logora i ricordi, sollecita amaro fiele nell’animo turbato. La memoria è invece conoscenza, cultura di un popolo, perché senza memoria ogni individuo  è perso, privo d’identità.

La memoria è realtà viva, per dirla con Borges, un inno contro la morte.

Mazza è fortemente impegnato nella ricerca del suo pianeta d’origine, infatti.

 

Per recuperare questo pianeta, spalanco le braccia

e, come scia di nave, il mio alfabeto sgorga

per baciare le fiamme, il mio cuore, per ridargli il battito,

la luce che sorride nella stanza dentro cui tutte le stanze irrompono,

per fare più spazio.

 

Le 12 poesie che compongono il testo poetico sono state scritte in inglese ma - e  ciò non è un paradosso- pensate in italiano. La traduzione evidenzia questa peculiarità intellettuale, nel senso che la resa poetica non viene intaccata dal gusto personale della traduttrice. La purezza lirica di fondo rimane intatta, a conferma che vi può essere una “doppiezza” intellettuale priva di qualsiasi ambiguità.

E ciò perché

 

Il sole è arrivato, e le barche gialle e azzurre.

E la poesia che segue le stagioni mi balza

in grembo, come luce del giorno vien fuori da un armadio,

come scoiattolo, all’alba.

venerdì 20 settembre 2013

POETI CONTADINI/ PASTORI DELLA VALLATA LA VERDE NEL PRIMO CINQUANTENNIO DEL NOVECENTO



                                                di  Vincenzo Stranieri

Nel numero scorso abbiamo affrontato il tema della poesia popolare alla luce di un’interessante inchiesta giornalistica di “Vie Nuove” (anno IX, n, 1, 4 gennaio 1953, p. 12) a proposito di alcuni poeti contadini/pastori della vallata “La Verde”.

I temi della vocazione poetica comprendono rivendicazioni di tipo economico, “U zappaturi” (Michele Strati, u Ddia) vuole che il padrone gli paghi le sue afflitte giornate trascorse a sudare nelle sue terre, zappando dall’alba al tramonto, l’unica donna (Carmela Barletta) analfabeta, rimasta vedova giovanissima, maledice il suo destino, la sua solitudine che pare non avere mai fine tanto é il dramma esistenziale che l’avviluppa; uno dei pastori, (Francesco Pulitanò) ha idee politiche ben precise, sa di Gramsci e dell’importanza storica  del l° maggio; e poi (Pulitanò Rocco Domenico, pastore analfabeta che ha saputo scrivere nella mente e tramandato a futura memoria poesie in vernacolo dense di  pulsioni erotiche verso la donna amata, che, causa la tradizione, non poteva corrispondere palesemente i suoi sentimenti, facendo ancor  più soffrire  il suo spasimante, che, all’occorrenza, si proponeva a suoi occhi (dell’amata) con serenate pregne di invocazioni amorose e  speranze per il domani. Le serenate un tempo venivano accompagnate dal suono delle ciaramelle, poi, negli anni 50-60, furono sostituite dalla chitarra.

 

Rocco Domenico Pulitanò (pastore/poeta) Casignana 1866- Caraffa 1955.

Per la sua carnagione bianchissima era detto “U jancu”. Nacque a Casignana ma visse a Caraffa, dove si sposò giovanissimo, facendo il pastore e componendo versi. Aveva una voce magnifica e cantava lui stesso le sue canzoni, accompagnato dal suono delle ciaramelle; era, come si dice oggi, un cantautore.

Era conosciuto semplicemente come “u poeta”. Abitava in una capanna ricavata nella pietra della montagna, assai distante dal paese. Il suo letto era un giaciglio per terra, accantto alla mangiatoia dell’asino. La sua unica ricchezza erano due capre. Massaru Rocco era analfabeta, nondimeno riusciva a custodire nella sua memoria migliaia di versi, che sgorgavano improvvise dal suo cuore e in qualsiasi momento era pronto a recitarle. Gli argomenti della sua poesia sono quelli della tradizione popolare, l’amore vario e contrastante per la bella, lo sdegno per il rivale, la gelosia, il lamento. Egli era dell’idea che ogni canto non doveva essere pià lungo di due “piedi” per complessivi otto versi. Pare che fosse sconveniente superare tale misura, quasi che si macasse di sirpetto verso chi stava ad ascoltarlo. E’ incalcolabile il numero di versi che questo grande poeta senza scuola ha composto e quindi trascritto nella sua mente in tanti anni di vita (è morto all’età di 90 anni),

 

Non pensu morti

Giojùzza, lu mê cori si dispera,

volìa pammi ti vìju ‘n tutti l’uri.

Non pensu morti e non pensu galera,

pensu sulu di tia mi sû patroni.

Pensu stâ vita, ca se a vostra leva,

lu pozzu diri ca levu lu hjùri,

cà di li belli siti la bandiera,

cû vcui nô ppatta nô ssuli a nô lluna.

 

 

Mi jevi preparando li vistati

Donna chjna di inganni e tra- dimenti, a mmia jevi parando li viscati?

Cercavi ntâ ‘na caggia mî mi menti

E mî mi privi di la libertati!

Non sugnu i chigli rcegli chi tu pensi, chi pê lu civu rèstanu mbiglàti!

Eu sugnu ‘nu rcegliuzzu assai valenti, tiru lu civu e li dassu parati.

 

 

Ci bella leggi (scritta in occasione  del referendum popolare del 1948, quando l’Italia passò dalla monarchia alla Repubblica).

Guarda chi bella leggi chi vinn’ora:

l’omu mî si fa re, senza curuna;

Ed è propostu pammi vaj a Roma,

mî si mpossessa dâ sèggia putruna!

 

Pagai nu sonaturi

Pagai nu sonaturi pemmi sona,

caminandu mi canta na canzuna;

l’arju si trovava lampi e trona

ed eu mi cuturnava a la fortuna.

Lu ventu mi portau la bona nova,

ca la forti timpesta pocu dura:

ma si pe sorta càrmanu li trona

mi consu all’orto e parru cu la luna.

 

 

 

Mentri ti viju

Mentri ti viju a ssa finestra stari,

ti pregu, anima mia, non ti ndi jiri:

dassami st’affritti o cchi sazijairi,

mentri a li brazza non ti pozzu aviri.

Magu nun sugnu, no, non stagnari

Ca non guarandu a mia tu po’ moriri;

se pe lo beni non mi voi amari

non ti jiri ammucciandu e non ridiri.

 

 

 

 

Maru cu’ di li donni beni spera

Maru cu’ di li donni beni spera

epacciu cu’ li servi e cu’ l’adura.

Sa’ sinu a quando ti mostranu cera?

Sinu a chi novu amanti si procura.

E po’ t’inganna, ti tradi e ti nega.

E po’ ti teni pe cchiù menu cura.

Cistu mi custa a mia pe cosa vera:

ca non c’è donna nomm’è traditura.

Non penso morte

Gioia mia grande, il cuore si dispera, chè vorrebbe vederti  in tutte l’ore. Non penso morte e non penso galera, ma di venire in possesso di te. Penso che se ci uniamo, gioia vera,

potrò ben dire che ho sposato un fiore, chè delle belle siete la bandiera, con voi non patta né sole, né luna.

Mi stavi preparado la pània

Donna piena d’inganni e tradimenti, la pània mi tenevi preparata?

Tu mi volevi in gabbia immantinente, Per poi privarmi della libertà? Non sono di quegli uccelli che tu pensi,

che per cibo restano incollati;

Io sono un uccelletto assai valente, mi prendo il cibo ed evito imboscate.

 

 

Che bella legge

Che bella legge hanno tirato fuori!

L’uomo diventa re, senza corona;

e gli è permesso di portarsi a Roma,

per stabilirsi sulla sua poltrona.

 

Pagai nu sonaturi

Pagai, perché suonasse, un suonatore,-camminando cantasse una canzone:- l’aria era scossa da lampi e da tuoni- ed io chiedevo aiuto alla fortuna.- Il vento mi portò la buona nuova- che la forte tempesta poco dura:- se, per fortuna, ritorna il sereno- vado nell’orto e parlo con la luna.

Mentri ti viju

Se tivedo affacciata alla finestra- ti prego, anima mia, non te ne andate:- lasciami questi afflitti occhi saziare- se nelle braccia non ti posso avere,- Ma go non sono, non aver paura,- chè semi guardi, no, non puoi morire,- se per lo  meno non mi vuoi amare- non andare a nasconderti e non ridere.

Maru cu’ di li donni beni spera

Misero chi da donne bene spera- e pazzo chi lerve e chi le adora.- Sai fino a quando ti fanno buon viso?Fino a che un nuovo amante si procurano.-E poi t’inganna, ti tradisce e nega- e poi ti tiene in pochissima cura.- Questo mi costa a me per cosa vera:- non c’è donna che non sia “traditora”.

 

FRANCESCO PULITANO’ (Pastore) Caraffa del Bianco 1889…

E’ il poeta politico della contrada e le sue poesie riflettono le necessità del popolo in mezzo al quale vive. Neanche il Pulitanò è andato a scuola perché c’erano   le pecore da guardare, e certi  lussi solo i signori se li potevano permettere. Pulitanò, al contrario di Massaro Rocco, ha però girato il mondo; è stato nelle Americhe a cavare carbone per tanti anni, trovandosi alla fine più povero di prima. In Calabria ha pascolato le pecore di molti padroni, con lunghi intervelli del viaggio in America e i sette anni della prima guerra mondiale.  Nella sua vita ha raccolto solo fatica e disillusioni, ma ha imparato a lottare anche con la sua ispirazione ed i suoi versi. Nella sua poesia le necessità e le sofferenze del popolo sono espresse come un lungo grido di rivolta. Egli ha una visione politica piuttosto chiara e completa. In molte delle sue poesie è riflesso il sentimento d’angoscia e di ribellione del popolo contro la guerra, e ha dedicato versi commossi ad Antonio Gramsci. Era  dotato di uno spirito giovanile e combattivo. Per questa posizione insita nelle sue poesie, il parroco del paese gli faceva la guerra.

Primu Maju

Primu maju ben venutu,

durci simbulu amatu.

Da tant’anni ti si perdutu :

dì un po’: undi si statu?

Chi t’avi trattenutu?

Certu fu lu rinnegatu

di Benitu l’omu astutu:

ma cu sangu l’ha pagatu

Fu la guerra d’u fascismu

ch’i catini ha spezzatu,

primu maju liberatu

porta a nui la libertà.

 

Cuntr’a barbari e tiranni

lotteremu sin’a morti,

hannu uccisu a Matteotti,

chista grandi nobiltà

Si consacri nella storia

stu martiri socialista,

Matteotti alla memoria

pe  la nostra libertà.

 

U Savoja già scumparsu

mai cchiù ritornerà;

non misura lu cumpassu

ma d’arretu tornerà.

 

Ndi detti guerra e distruzioni

di ricchezzi e viti umani,

ma in Italia li suprani

non regneranno cchjù.

E se no sempri luttamu

nta fami e nto disaggiu,

viva sempri u primu maggio

porta a nui la libertà.

 

Michele Strati (u DDia), S.Agata 1889-1967( bracciante)

 

Bracciante analfabeta, ha sofferto difficoltà che avrebbero annientato chiunque (ha avuto una famiglia numerosa). Si è difeso  con la lotta politica e la poesia. La guerra (1915-18) lo aveva reso quasi sordo, e,  per tale motivo, era solito ricordare che la belligeranza  porta solo lutti e disgrazie,  che bisognava adoperarsi perché simili tragedie non  avvenissero più. Con suoi versi, pregni di sdegno e tensione rivendicativa, egli è riuscito a portare su di un  piano alto di scansione drammatica la dura e squallida esperienza del bracciantato meridionale.

 

A vita d’u jornataru

 

 Non fannu attru sti cani assassini,

ogni jornu nta chiazza a passijari.

Pe primu discursu si mèntunu a diri:

“U bassu populu ndavimu a scacciari”.

Ndannu i so’ vigni ch’i loro giardini

e tutti  quanti li vonnu zzappari,

e si votanu cu inganni e cu rrisi:

“U bassu populu ndavimu a ‘vvisari”.

U garzoni u sentimu chiamari:

“Eu vi salutu, compari Micheli;

u patroni v’aspetta domani”.

Eu si domandu pe paga e pe spisa.

“Non sacciu nenti, veniti a zzappari”.

Partu a matina c’ò zappa ntè mani

E li me figghi ciangendu li dassu:

morti di fami su’ nudi e sciancati:

vegnu a la sira ciangendu  li trovu:

considerati chi cori e chi pensu”.

Eu partu e vaju nta chisti signori,

si vonnu pagari i me’ ffritti jornati.

Ffaccia la serva, rispundi e mi dici:

“Ha fattu viaggiu, tornati domani”.

Tornu a matina cu randi premura,

pemmu mi paga i me ‘ffrirri jornati.

“Ffaccia la  serva, rispundi e mi dici:

“Tornati stasira ca l’avi a scangiari”.

Vaju la sira c’u cori ntè mani.

Ffaccia la servasi e di  novu mi dici:

“Fermàti nu pocu ca ndavi a mangiari”.

 

Non fanno altro  questi cani assassini- che passeggiano ogni giorno in piazza,- per prima cosa incomincino a dire “-“il basso popolo dobbiamo schiacciare”.-Hanno le loro vigne, i loro giardini- e li vogliono coltivare tutti;- ammiccando tra di loro con risa di scherno:-il basso popolo dobbiamo avvisare.-Il garzone lo sentiamo chiamare:- “ Io vi saluto,compare Michele:- il padrone vi attende domani”.- Io gli domando per la paga e per la spesa.- “Ma non so niente, venire a zappare”.- Il giorno dopo parto con la zappa in mano-e lascio a casa i bimbi che piangono:- Sono morti di fame, nudi, laceri:- ritorno la sera e li trovo che piangono:- considerate il mio cuore, i miei pensieri.- Parto e vado da questi signori:- se voglio pagare le mie afflitte giornate.- Affaccia la serva, risponde e mi dice:” il padrone è in viaggio, tornate domani”:- Torno la mattina dopo  con grande premura- perché mi paghi le afflitte giornate.—Affaccia la serva, risponde e mi dice”—“Tornate stasera, che deve cambiare”.—Vado la sera con il cuore un mano, -affaccia la serva con il cuore in mano, affaccia la serva e di nuovo mi dice:--“Fermate un poco che deve mangiare”.-serva

 

CARMELA BARLETTA (massara-poeta)

E’ nata a S. Agata del Bianco il 1910 e morta nel 1984. E’ vissuta in un dignitoso silenzio, aperta solo a poche amiche. Ha scritte molte poesie in dialetto, e forse qualche “serenata”, come Rocco Russo suo marito, morto giovane, e provvisto di un’ironia arguta e tagliente. Anch’egli era analfabeta, e delle sue “serenate” non  è rimasta alcuna traccia.

 

Su com’ò hjuri che nasci ntè valli

Su com’ò hjuri che nasci ntè valli

nta voschi e spini e nta li virdi fogghi:

chigliu ingiallisci e nugliu lo cogghi,

lu caru hjuricegliu è già ppassitu:

così sarà pe mia, tutto è finitu.

 

Di chistu mundu non vogghiu sperari,

a fortuna di mia si pigghia jocu

e mi jietta nte prufundi d’ù mari,

cercu i sbrazziju, ma sempri è assai pocu.

Non c’è cu’ pe mia poti lavurari

ca eu non ndaju patri e mancu frati;

non mi restava ca la sula matri

e puru d’iglia Diu mi vo’ privari.

E sula o mundu comu ndajiu a fari?

Ntà vita fici sempri boni azioni,

pecchì nullu ndavi u mi voli beni?

M’odia puru lu me sangu carnali

chi non mi poti e non voli vidiri.

vorria i ndaju a forza di suffriri

mi sprezzu  u mundu e l’affetti terreni

mi amu Diu cu la cchiù pura fidi.

Mbiati chigli chi sannu lottari

nta chista tristi e burrascosa vita

nta chista valli i lacrimi e duluri!

di genti farzi,  velenosi e amari!

 

Accetta, cara e bona amica mia

chistu pocu d’à me’ tristi storia,

conserva beni chista poesia,

speru c’à teni  pa’ memoria mia.

 

Come il fior che germoglia nella valli- tra boschi  e

spine e tra le verdi foglie:- quello ingiallisce e nessuno

lo coglie,- il caro fiorellino è già appassito;- così

sarà per me,  tutto è finito.- Da questo mondo

non voglio sperare,- la fortuna di me si piglia gioco-

e mi sprofonda negli abissi del mare,- cerco di uscirne

ma sempre è assai poco.- Non c’è chi per me possa

lavorare- chè non ho padre e nemmeno fratelli;- non

mi restava che la sola madre- e pure d’essa Dio mi

vuol privare.-E sola al mondo come debbo fare?-In

vita ho fatto sempre buone azioni,- perché nessun mi

vuole ricambiare?- Mi odia pure il mio sangue carnale-

che non vorrebbe nemmeno vedermi.- Vorrei avere

la forza di soffrire- sprezzare il mondo e gli affetti

terreni- amare Dio con la più vera fede.- Beati

quelli che sanno lottare- in questa triste e burrascosa

vita- questa valle di lacrime e dolori- di gente falsa,

velenosa e amara!-

Accetta, cara e buona amica mia- questo brano della

mia triste storia,- conserva bene questa poesia,- spero

che tu la tenga a mia memoria.

 

martedì 11 dicembre 2012

LA ZINGARELLA CHE VOLEVA LEGGERE LA MANO ALLA MADONNA

Elisabetta Pulitanò (Caraffa del Bianco (RC), 20 ottobre 1925) è una contadina  piena di amore per la vita e  conserva lunga memoria sugli avvenimenti di cui è stata protagonista. E’ una vera miniera di canti religiosi, di poesie in vernacolo, racconti popolari.

Mi accoglie contenta, ama parlare, trasmettere le sue conoscenze perché i “giovani d’oggi nulla sanno di noi, del nostro passato, del nostro antico sudore”. La sua voce, nonostante  la raucedine, è intonata a pregna di antiche fonìe. Il suo entusiasmo è contagioso, la sua serenità “sputa in faccia” al vivere moderno, ai suoi ritmi frenetici, disumani, massificanti. “Vengo dall’orto, ho dato da mangiare alle galline e, poi, ho bevuto un po’ di latte”, mi dice nel mentre mi fa accomodare. Una casa piccola ma pulita, ordinata e, quel che conta, piena di luce. “Fici ventu assai stanotti”, mi dice con tono un po’ preoccupato, perché il luogo dove è ubicata la sua casa è molto esposto ai venti, poggia proprio ai bordi estremi di Rione Pizzo da dove è possibile ammirare un panorama marino di circa 50 km. E’ un po’ sorda e devo “alzare la voce” per farmi capire. Il canto qui proposto è intitolato la “Zingarella”, una giovanissima nomade  cammina per dodici anni alla ricerca di  Maria che nel suo grembo (per intervento divino) porta Gesù di Nazareth.  Intende leggere la mano della Madonna, per predirle il futuro.

 

mercoledì 27 giugno 2012

Intervista di Francesco Ardino a Vincenzo Stranieri, a proposito della laurea ad honorem in filologia moderna conferita dall'Unical al grande scrittore nativo di S.Agata del Bianco (RC)

 

DI FRANCESCO ARDINO

 

D: Lei ha scritto alcuni interessanti saggi su Saverio Strati dai quali si evince una frequentazione culturale con l’autore de La Marchesina (1956), se pur limitatamente ai periodi in cui l’artista faceva ritorno nella sua casa di contrada “Cola” in S. Agata del Bianco, suo paese natio.

 

R: E’ vero, ho avuto la fortuna e il piacere di incontrare diverse volte Saverio Strati. Era sua abitudine ritornare con una certa regolarità a S. Agata del Bianco, ciò per riposarsi, ma anche per lavorare ad alcune sue opere. Le bozze de Il selvaggio di Santa Venere (Premio Campiello 1977) sono state, se mal non ricordo, riviste e corrette nella casa di contrada “Cola” posta su di un poggio con lo sguardo sul mare Ionio (una vista che abbraccia circa 50 Km di costa- capo Bruzzano- Punta Stilo). Era sempre gentile, misurato nei giudizi, ed anche un po’ geloso delle sue cose. Ma ero troppo giovane per capire la grandezza della sua arte, mi accontentavo di dialogare sulle bellezze della nostra Magna Grecia, sul fatto che questa era stata tradita dalle nuove mode e dalla violenza della malavita. Ricordo le sue esortazioni a lavorare in difesa della civiltà contadina. “E’ il nostro humus, non tradiamolo”, soleva ripetermi. Le sue parole facevano trasparire l’angoscia per un mondo ormai preda del cosiddetto vivere moderno. Una lezione che non ho dimenticato e che, tra l’altro, sta alla base delle mie recenti ricerche etnografiche. Gli ho fatto avere “La Koinè agro-pastorale nella Locride (Massari e pastori tra medioevo e modernità) Age, Ardore Marina 2010, mia ultima fatica antropologica. Per telefono si è detto commosso, ricorda molti dei protagonisti citati nel mio saggio, le numerose foto lo hanno aiutato a ricordare alcuni eventi del suo/nostro passato. Per non disturbarlo, mi limito a qualche sporadica telefonata.

 

D: In un recente saggio, lei ha scritto che Saverio Strati si è fatto da solo, ha edificato la propria scrittura lontano dagli odierni “ascensori sociali”. Vuole spiegarci meglio tale concetto?

 

R: Fino a vent’anni, Strati ha fatto il muratore, non si è mosso dal paese, ha conosciuto la fatica, quella che emana sudore, che rende gli uomini carne bruciata dal sole o, diversamente, scalfita dal vento e dal freddo che non manca nelle montagne calabresi. Ha lavorato ad Africo Vecchio, prima che l’alluvione dell’ottobre 1951 lo rendesse un paese fantasma. Qui, poi, ha ambientato il suo primo romanzo (La teda, 1957). Ha narrato dal di dentro l’amara realtà di Terrarossa, il suo isolamento, la sua particolare condizione antropologica. La scrittura stava, pur se lentamente, lievitando nel suo animo e, spinto da un bisogno vero quanto incontenibile, intraprese la via degli studi. A Messina, assieme a Walter Pedullà e Carmelo Filocamo, fu allievo del grande critico Giacomo de Benedetti, che, letti i suoi primi racconti, lo incoraggiò ad andare avanti “segnalandolo” alla Casa Mondadori e ad alcune importanti riviste del tempo (“Il Ponte” etc). Era un “ascensore sociale” lecito, di quelli che, appunto, segnalano un valore vero, non un fesso qualunque privo di talento. Certo, dalla sua ebbe anche la fortuna. In quegli anni il cinema era nel pieno della sua espressione neo-realista, i ceti popolari erano protagonisti di molte pellicole, e le cosiddette classi subalterne trovavano spazio e forma nell’alveo della cultura italiana. Cosicché anche la narrativa realista era acclamata di pari passo a quella cineasta. Anche la critica fu dalla sua parte. Ogni sua opera era recensita con favore e in numero notevole. A mio modesto avviso, le pagine più belle su Strati sono state scritte da Pasquino Crupi, che gli ha dedicato un’intera monografia, Walter Pedullà, Giuliano Manacorda e Geno Pampaloni. Strati abita da circa quarant’anni a Scandicci, alle porte di Firenze, al quarto piano di un fabbricato privo di ascensore (sic!); egli ha dedicato la sua esistenza all’arte, al punto da non pensare ad altro, ai soldi, ad esempio. E ha dovuto, a malincuore, chiedere per sé la Bacchelli, un sussidio per continuare a vivere. Altro che ascensore sociale! Strati ha sempre pensato alla sua Calabria, se la è cucita addosso per sempre, come delle stimmate.

 

D: Saverio Strati, il primo dicembre prossimo, sarà insignito della “laurea ad honorem” in Scienze letterarie (Filologia Moderna) presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università della Calabria. Cosa ci dice?

 

R: L’Unical ha voluto con forza che a Saverio Strati fosse conferito tale titolo. A tal fine, il ministro Gelmini è stato “incalzato” a più riprese perché firmasse l’autorizzazione di sua competenza. Tra i principali sostenitori di tal evento vi sono i Proff. Vito Teti, Nicola Merola, Margherita Graneri e Raffaele Perrelli, Preside della Facoltà di Lettere. Vito Teti (ordinario di Etnologia e Direttore del Dipartimento di Filologia e del Centro di Antropologie e Letterature del Mediterraneo) è amico dell’artista calabrese, si stimano da qualche tempo; l’etnologo di S. Nicola da Crissa ha pubblicato parecchi saggi sullo scrittore di S. Agata del Bianco, dove, oltre alla valenza letteraria, ha tratteggiato con maestria il valore antropologico della sua opera. A Saverio Strati, negli anni cinquanta, mancava solo la discussione della tesi per conseguire la laurea in Lettere. Subito venne la letteratura, il tempo doveva essere impiegato per edificarsi scrittore, e il titolo fu messo da parte, con grande dispiacere per i suoi genitori-contadini, che speravano tanto in un figlio laureato. Peccato che la salute cagionevole non consenta al nostro amato artista di partecipare all’importante cerimonia (a ricevere per lui la preziosa pergamena sarà sua nipote Palma Comandé, scrittrice); sarebbe bello assistere alla sua emozione, nel mentre – di certo- dedica la preziosa onorificenza anche ai suoi cari genitori.

 

D: Se le affidassero l’incarico di scrivere la motivazione della laurea ad honorem a Saverio Strati, cosa scriverebbe?

 

R: “ A Saverio Strati, nato a S. Agata del Bianco il 16 agosto 1924, è conferita la laurea ad honorem in Scienze Letterarie perché per mezzo dei suoi numerosi romanzi sulla civiltà contadina e l'emigrazione del popolo meridionale, ha saputo dare dignità e fisionomia a un mondo che, altrimenti, la cultura ufficiale avrebbe relegato ai margini, o, nella migliore delle ipotesi, trasformato in mero folclore".

 

Pubblicato da Vincenzo Stranieri 00:33 

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mercoledì 21 dicembre 2011

A proposito accise e di lacrime e sangue. Lettera a un amico lontano

                      DI VINCENZO STRANIERI *

Caro amico, rispetto profondamente la tua rabbia, il tuo disappunto. Ma se dovessimo disquisire sull'argomento per mezzo della parola scritta, allora il discorso pretenderebbe una piega diversa, meno “semplicista” per come l'ho voluta intavolare.
Tutti diciamo cose giuste, tutti sappiano come vanno le cose di questo il mondo (dell'altro speriamo di venirne a conoscenza il più tardi possibile). Accise, nepotismi, liberalismo sfrenato, ruberie all'infinito, etc., credi che ci sia qualcuno sano di comprendonio che accetti tutto questo senza un minimo di sussulto interiore? Tuttavia, per quanto mi riguarda, le urla di Grillo sono frutto di una sua specifica patologia (logorroico, ghignante etc.) che in psichiatria si chiama "sindrome bipolare cronica", e con tutto il rispetto umano verso quanti ne sono afflitti, non è possibile affidare le sorti dell'Italia a un personaggio che, se non sbaglio, da buon ligure si è fatto i soldini, vive in una villa non certo da quattro soldi e, non pago del successo artistico, si è convertito alla politica urlante. Insomma, non ha le carte in regola per fare il profeta, non somiglia in niente al piccolo Buddha, e se ha letto Siddharta, è chiaro che l’ha fatto da una prospettiva sbagliata. Bossi era/è un elettro medico, così si è autodefinito nel corso di un'intervista quando ancora era agli esordi con il marchio della lega lombarda. E lasciando ai piccoli acquitrini del varesotto le trote di famiglia, il suo populismo è ormai carne putrefatta.
Celentano è un altro populista (con e/o senza la via Gluck) che ha poggiato il sedere su un bel sacco di miliardi, vive in villa principesca, per poi, all'occorrenza, sputare sentenze, rimanendo attento, però, ai cachet RAI quando, con i nostri soldi, decise di romperci i timpani con lunghi quanto “loquaci” silenzi. Di Pietro è anch'esso un populista: contadino furbo, una sorte di Bertoldo alla corte del Principe. Ha tutto il partito nelle sue mani, palazzi a destra e manca, suo figlio maggiore è stato eletto consigliere regionale in Molise, per non parlare dei suoi trascorsi di magistrato arrogante a dismisura, accecato dall'odio verso tutta la politica, per poi finire anch'esso nel tritacarne dei prestiti facili per l’acquisto di un'auto usata che, a distanza di vent'anni, non si capisce bene con quali soldi l’abbia pagata. Diceva Corrado Alvaro (in Quasi una vita, mi pare) che, spesso, ci illudiamo che anche il male contenga un po' di bene. Quando vedo demagoghi, pseudo imbonitori che aizzano folle gaudenti, mi viene una paura-panico, perché la storia ci ha insegnato che tutti i capi-popolo, acquisito il potere. sono divenuti dei meri carnefici. Vuoi che io non sappia quello di cui parla Grillo? Vuoi che io non sappia tutto il resto ? Ma, per quanto mi attiene, non è dando linfa a questi mitomani che costruiremo un'Italia nuova e diversa. Intanto basterebbe essere: uomini umili ma accorti, propositivi e privi di alterigia; genitori autorevoli ma non autoritari (conta l’esempio più che il sermone volutamente istrionico di Fiorello), professionisti/o pensionati pregni di dignità e rispetto delle regole democratiche. Tutto ciò sarebbe già un miracolo. E poi, visto che abbiamo già dato molto, pagando di persona prezzi elevatissimi (tu ed io ne sappiamo qualcosa) sperperando preziose energie, non dobbiamo per forza indignarci inseguendo il vendi/pentole di turno. La storia, come ben sai, è cosa seria, ha tentacoli lunghi, ci insegue ad ogni passo, è accorta più del diavolo, ci costringe a virate coraggiose quando il mare è in burrasca. Per questo temo i bucanieri alla Grillo, perché sono spinti non da vera sete di giustizia ma da istinti faraonici capaci di intorpidire oltremodo le già acque già putrefatte  della politica italiana e non . Riprendersi la Polis non è facile, nemmeno reiventarsi realtà di cultura in poco tempo; tuttavia bisogna insistere dentro l’alveo delle regole democratiche nel tentativo di realizzare un’alternativa moralmente decorosa da contrapporre al marciume odierno, recuperando il senso dello Stato e quindi dell’appartenenza. Belle parole, lo so anch’io, ma è pure umano voler tirare il fiato, guardarsi attorno con maggiore attenzione, non farsi fregare da valutazione affrettate. Questo non vuol dire che la sinistra non possa - se aiutata a crescere e a migliorarsi- proporsi  alternativa valida alla demagogia cui ho accennato. Non era vera sinistra nemmeno il partito di Bertinotti, l’ex sindacalista borghese vestito all’inglese, con due filippine al suo servizio e un reddito annuo dichiarato di circa 600. 000 euro. Per questo e altro preferisco il buon Bersani (io che sono e rimango un socialista che non ha vergogna di dichiararsi tale) e non un Renzi  pseudo-rottamatore che, appena insediatoti quale Sindaco di Firenze, ha pensato  bene di arredarsi l’ufficio spendendo un sacco di soldi. Ha rottamato il vecchio ufficio con mobilio nuovo, insomma. Questi parolai-sbruffoni, questi maestri della metafora/sibilante alla Vendola, questi neo-giullari che usano un linguaggio enfatico al mero scopo di spaventare le  “vecchie zie”, mi fanno specie più degli impaludati dinosauri.  Aveva ragione Gaber, dunque? Monti, stasera, ci parlerà di lacrime e sangue, e i primi a pagare saremo tu ed io, e vuoi che non sia indignato, stante, pure, che dopo trentaquattro anni di servizio percepisco 1280 euro il mese?  Vuoi che stia tranquillo avendo tre figli che, come i tuoi, e altri milioni di giovani, sono alla disperata ricerca di una legittimazione socio-economica, oltre che culturale? Nondimeno, come anticipatoti, Grillo e company sono dei pericolosi dittatori in pectore.

* (pubblicata su “il Quotidiano di Calabria” l’8.12.2011, p-23.)

domenica 25 dicembre 2011

Angoli d’infanzia, (Don Carlo Rossi) S.Agata, 12 novembre 2008

di Vincenzo Stranieri)

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                               Carlo Rossi

 

Ci ha  fatto sognare, regalandoci angoli d’infanzia  pieni di  vera luce.  Il suo cinema all’aperto, un ‘arena  ricca di voci spensierate e tanta voglia di vita, ha rappresentato, nel corso degli anni ’60, un riferimento sociale per l’intera Vallata la Verde.

Carlo Rossi (don), morto all’età di 70 anni lontano dalla sua S.Agata del Bianco, ha coltivato fino all’ultimo la sua passione per il cinema.

Caratterialmente istrionico, amava scherzare, scambiare battute sagaci con  gli amici del paese.

Un’ ironia, la sua, portata volutamente all’eccesso, che, però, nascondeva non poca malinconia.

Ha fatto conoscere anche ai nostri piccoli paesi  la cultura cinematografica che in quegli anni si respirava in Italia e nel mondo, le stesse atmosfere poetiche magistralmente rappresentate  nel film-capolavoro di Giuseppe Tornatore, Nuovo Cinema Paradiso.

Amava S.Agata in modo viscerale, avrebbe di certo voluto rimanerci per sempre. Ora vi riposa lontano.

Sarebbe bello, una di queste estati, nella sua piccola/grande arena, poterlo ricordare, organizzando con la sua famiglia una retrospettiva  sulle centinaia di cartelloni pubblicitari  dei  suoi/nostri “vecchi” film, facendo conoscere ai giovani anche i numerosi scorci di vita paesana ripresi con la sua immancabile cinepresa, e, successivamente, curare una retrospettiva  sul mondo contadino della vallata, che, grazie al nutrito album fotografico del nostro amico Carlo Rossi, potrebbe trovare maggiore spazio nella memoria della nostra disattenta comunità.     

Amava le macchine d’epoca, amava il bello. Amava la vita.

Grazie  di cuore per averci consegnato (custodito) un pezzo importante della nostra storia antropologica, per averci regalato non pochi sorrisi nel mentre a passi veloci, di spalle, venivamo “aggrediti” dal mondo adulto.

venerdì 9 dicembre 2011

"LA PROVINCIA UMANA” NE I “RITRATTI” DI GIUSEPPE ITALIANO

 RIVISITAZIONI                                              di Vincenzo Stranieri

https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEh_JCqN3sdJa42obTLijlpwzWSiSIL46BggBtafI90sd2h9TjUfhJdvUaWE5QX-jgi9nfFDKaEnz7P050mmoFhQaJO5VCw6XdgH_3hZqvVCA3tugXzAwFOMbXIoAR5BtPlxlclqLlYVdgV5/s320/copertina_Ritartti.bmp

Nel suo primo lavoro diaristico-narrativo, Ritratti, (Editoriale Progetto Parallelo 2000, Cosenza, 1995), la cosiddetta realtà esterna risulta agli occhi di  Giuseppe Italiano un patrimonio che, se non appuntato a mo' di ritratto, scompare per sempre, non appartiene al vissuto.

L'autore  è impegnato nella denuncia di ciò che appare eticamente non giusto, di  chi -a esempio- " spacciava per opere di bene gli atti dovuti".

E nel fare ciò non giustifica alcuna umana debolezza, non ammette la più minuta ipocrisia, tantomeno sopporta che "Ai funerali del grande scrittore, il funzionario Ilario si muove, ammicca, sorride, tra i massimi esponenti della politica...".

Italiano si sforza nella costruzione di un palcoscenico dominato da personaggi la cui azione teatrale non supera quasi mai la mediocrità. Un mondo di inetti convinti di essere al centro della storia.

Pertanto, in presenza di tanto umano squallore, le pagine parlano il linguaggio della delusione, evidenziano un disagio esistenziale notevole.

L'elenco dei disonesti tracciato dal Nostro è lungo. Vi è il ritratto di chi ottiene favori, di chi approfitta del malgoverno per arricchirsi a piene mani, di chi utilizza la propria posizione sociale per produrre angherie a scapito degli onesti.

"Usciti dal carcere, dove avevano dimorato per mesi, gli amministratori, si presentano all'Ente e vengono accolti con fragoroso applauso dai colleghi".

Un mondo dove risulta indispensabile essere furbi, ipocriti, servili fino al grottesco.

"Parla male del  Sindaco. Quando lo incontra, lo saluta amichevolmente e si dichiara a sua disposizione".

Un mondo dove gli occhi dell'infanzia non hanno ancora la forza di cogliere le forme di inganni mimetizzati dietro sorrisi ingannevoli. "Mi sorrideva con affetto, mi usava delicato rispetto, quantunque fossi un bambino. Seppi dopo anni che era la donna di tutti". E' una provincia  lontana dal mondo, quella narrata da Italiano, che egli, nonostante i numerosi lati negativi, ama  passionalmente.

Sullo sfondo dei ritratti di Italiano, si intravede, quasi come un'ombra velata, la figura di Mario La Cava,  autore, tra l'altro, del famoso "Caratteri" pubblicato da Einaudi.

Italiano, si sa, è stato in stretto rapporto umano-culturale con La Cava, e ha dovuto lottare  non poco per  pervenire a quella unità stilistica necessaria per camminare in piena autonomia. Ciò è confermato dai  suoi successivi lavori (La forza della semplicità-Francesco la Cava tra scienza e fede- AGE, 2002, e i numerosi saggi, recensioni su quotidiani e riviste di una certa levatura, dove  si è mostrato in grado di reggere all’urto della solitudine di provincia, per narrare forme più vaste  di umanità sofferente.

lunedì 28 febbraio 2011

LE VIE DEL CANTO Nel recentissimo saggio-racconto Pietre di pane (Un’ antropologia del restare), Quodlibet, Macerata 2011, Vito Teti, antropologo, narra l’avventura del restare- la fatica, l’asprezza, la bellezza, l’etica della “restanza”. Pubblicato su "il Quotidiano della Calabria", giovedi 24 febbraio 2011, pag.46

di Vincenzo Stranieri

https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEia6_aG_WW9fTxnM6haL7tJkmeAVmqHrd1JjEiX4I8nGiqO6qr2z58GMTobPb3geVPQN_fBerDZi-9GpUzMd9IEMlvbbX7XQ3wA6K0rKb-8n-zaenRlyCyEfxzZTxj-VpCDMdSe_xdA0beK/s320/RECENSIONE+LIIBRO++DI+TETI.jpgI poeti non hanno bisogno di viaggiare, conoscono spazi infiniti, volgono il loro sguardo su distese dove non giunge nemmeno l’occhio insolente dei nuovi sistemi satellitari, perché la visione d’insieme  di  un poeta, il suo radar intellettuale è in grado di opporsi  a chi crede- e sono in molti, purtroppo- di  poter trasformare l’esistenza vera in realtà virtuale, costruita sulla totale finzione.
Certo- per dirla con Pessoa- anche i poeti sono dei fingitori,  non perché falsi o ipocriti, ma perché necessariamente avversi alla cosiddetta realtà. Un poeta vero, infatti,  non può che opporsi all’esistente, allo status quo. La Poesia dà un valore alla vita, la scandaglia a suo modo, rappresentando una delle cime più alte del pensiero umano. Sfugge al concretismo dei più, e, all’occorrenza, crea turbamento in chi non crede nella forza della parola scritta, giudicata vana, innocua, ridicola perfino. Un poeta non vive in un preciso luogo spirituale: scruta, s’immerge negli abissi marini alla ricerca di luce, riemerge per dare conto delle sue visioni, del suo sguardo sul mondo. E tuttavia - ciò non è una contraddizione- ha bisogno di ancorarsi a un luogo fisico, trasformarlo in finestra sul mondo. Il luogo può essere quello natio  dove egli sarà testimone di mutamenti radicali e dal quale -a un prezzo altissimo-, potrà intraprendere la sua azione intellettuale, oppure porsi su altri lidi alla ricerca di un’altra dimensione, considerata-  a torto o a ragione, cosmopolita. Vito Teti, antropologo di professione,  è – secondo chi scrive-, prima di tutto poeta, perché ragiona come un poeta, si commuove come un poeta, scandaglia i luoghi della memoria con la stessa ansietà di chi crede nella forza dei versi.
La sua scrittura, infatti, cede alla commozione, diventa lirica all’occorrenza, si trasforma in melanconia creativa quando sorvola paesaggi lunari, deserti dell’anima, paesi abbandonati che vorrebbero, se aiutati, parlare il linguaggio dei poveri, degli emigranti, di chi ha dovuto lasciare per sempre un mondo conchiuso, con le sue storie, le sue radici, i suoi sogni, per reinventare altrove quanto lasciato in paese. Un conflitto, più intellettuale che psicologico, affiora in molti suoi lavori e prende ancor più  forma e dimensione nel suo recentissimo saggio-racconto Pietre di pane (Un’ antropologia del restare), Quodlibet, Macerata 2011, dove- dopo anni di dubbi e lacerazioni -, afferma che restare in paese ”… non è stata, per tanti, una scorciatoia, un atto di pigrizia, una scelta di comodità: restare è stata un’avventura, un atto di incoscienza e, forse, di prodezza, una fatica e un dolore. Senza enfasi, ma restare è la forma estrema del viaggiare. Restare è un’arte, un’invenzione, un esercizio che mette in crisi le retoriche dell’identità locali. Restare è una diversa pratica dei luoghi e una diversa  esperienza del tempo”.  Teti compie un viaggio quasi espiatorio nei  luoghi dell’emigrazione di suo padre Nicola in Canada, partito quando lui era appena un bambino,  e dove ha modo di incontrare numerosi compaesani stabilitisi in quella nazione lontana ormai da qualche tempo.  E’ un andirivieni di viaggi intellettuali  e viaggi veri, una sorta di psicoanalisi della stanzialità. Il “privilegio” (si fa per dire) d’essere rimasto in paese, Teti lo sconta vivendo e narrando il dramma del distacco, della recisione ombelicale con il luogo d’origine  che non ha potuto proteggere dal distacco tutti i suoi figli. I meridionali, infatti, crescono  con il marchio di una maledizione storica:  occupazioni, alluvioni, terremoti, e,  infine, l’emigrazione, una violenza che affonda il suo coltello luccicante nella carne della civiltà contadina, i suoi figli migliori, stranieri dentro e fuori le proprie mura, e la consapevolezza del tradimento, dell’impossibilità di ritornare in patria, con nel cuore le forme incancellabili dell’infanzia . Nel racconto Il cammino di Vallelonga Teti registra il tempo perduto, “…le prestidigitazioni della memoria che non di rado inventa, riorganizza  il passato, lo fa affiorare diversamente da come lo abbiamo realmente vissuto”.  Egli rivive, ricostruisce “Le vie del canto”, l’amarezza per la “perdita di forma”, direbbe Calvino. “Le vie del canto,” narrano dell’amata infanzia,  quando tutto sembrava immenso, anche  le strette rughe (vie) di Villalonga , clonate in un luogo (il doppio” oltreoceano), dove gli emigranti  cercano disperatamente di reinventare il paese d’origine nel rispetto delle antiche forme, dei riti, delle tradizioni, abitudini etc. Qui la scrittura di Teti s’impregna d’angustie che gli  rimbalzano dentro come lame sottili in grado d’incidere la carne, di farlo soffrire più del dovuto.  Il Teti   dei primi racconti è ancora un emigrante, e con un senso di colpa che gli scava l’anima. E’ ancora alla ricerca culturale che giustifichi la sua stanzialità, il suo essere rimasto in Calabria, nel suo paese d’origine, San Nicola da Crissa. E sì perché bisogna  pure giustificarsi d’essere rimasti a combattere da soli in una terra bella e piena di luce, ma ancora ferma alle leggi  del sopruso e del malaffare, anche se, questo va detto, vi è una bella società civile che tenta in ogni modo di arginare i danni, di  combattere la neo barbarie. Va riconosciuto a Teti, sul piano del linguaggio, di non essere caduto nella trappola del già detto e/o del già scritto, in quel surrogato  di neorealismo che ancora imperversa per le nostre stanche provincie. Chi scrive, chi fa letteratura non può, non deve rappresentare alcuna genia o glossa. L’artista deve coltivare il suo essere individuo/universo consapevole di appartenere  al mondo.  Il linguaggio di Teti, che sfugge ai limiti del neorealismo storico,  è cristallino, i segni incisi sulla carta provengono da memorie che affondano le loro radici nella dimensione spazio-temporale della civiltà contadina, ma non certo per mera nostalgia, non agogna di certo alcun asino con in groppa contadini stanchi dopo la mietitura e le lunghe giornate ad arare i campi arsi dal sole. Si tratta, invece, dell’arduo  tentativo di donare memoria, elementi utili alla conoscenza del mosaico umano appena trascorso cui Teti regala non poche tessere per una sua- si spera-  non lontana ricomposizione.  Ciò non è una colpa, un difetto, ma un modo di avversare l’idea di rimozione globale (la formattazione dell’umano!) che oggigiorno tende a cancellare ogni traccia dei microcosmi antropologici che compongono il mondo. “Chi lo sa? Forse la vita è piena di reti, vere o inventate da noi stessi, che non possiamo evitare e più ci affrettiamo e più ci avviciniamo alla nostra ultima rete”.  La crisi è planetaria, Teti lo sa bene, l’uomo  si allontana a grandi passi da un neo-umanesimo in grado di partorire un’etica per il futuro. S’incammina, invece, verso una neo-barbarie che tutti dovremmo cercare di combattere  o perlomeno arginare. Il testo di Teti è composto da 14 racconti-saggi, introdotti da un’emozionante quanto lucido “Prologo del restare” e chiusa da una nota bibliografica anch’essa un racconto, stante che descrive le fonti utilizzate, ma in modo non tecnico-burocratico, ma con un’enfasi linguistica arguta quanto originale. Leggere per credere. Teti è innamorato dei grandi scrittori  nati nella  Locride del  Novecento (C. Alvaro, S. Strati, M. La Cava,  F. Perri ecc.),  li conosce bene, li ha scandagliati e dal lato letterario  e da  quello strettamente antropologico. Li cita  in diversi passi di questa sua fatica letteraria, omaggiando Alvaro - a esempio-  intitolando uno dei suoi racconti Madre di paese, lo stesso titolo col quale Alvaro pubblicò un omonimo racconto negli anni ’30. Alvaro è un maestro di levatura altissima, ma Teti, con intelligenza e misurata umiltà, non ne scimmiotta la struttura formale, si sottrae alla stretta pericolosa del registro stilistico alvariano,  proponendoci un ritratto di sua madre ora immerso nella vis tragica ora in quella comico-grottesca. Mi piace chiudere queste mie modeste considerazioni, citando il passo di Alvaro che ha sollecitato in Teti l’idea d’intitolare il suo saggio Pietre di pane, riportato nella quarta di copertina. Scrive Corrado Alvaro in  “Pane e pietre” : “A volte i sassi hanno forma di pane. Bisogna vederli, a una svolta di una strada biancheggiante, umili di sassi che sembrano pani. Sono i sassi dei torrenti, arrotondati e dorati. La prima idea è quella del pane. Poi della pietra. E la fantasia oscilla tra questo due estremi. Sono i mucchi dei sassi trasportati dal greto de torrenti e ammucchiati per fabbricare la casa”.

 

 

 

 

 

 

 

martedì 8 febbraio 2011

IL RUOLO DEL CORPO NELLA SOCIETÀ ANTICA E CONTEMPORANEA

              di Vincenzo Stranieri

Non conosco l’intimo motivo che mi ha fatto collegare il saggio di Carmelo Carabetta Corpo forte e pensiero debole. Immagine, efficientismo, edonismo, sessualità e corpo umano nel postmodernismo, Franco Angeli Editore, 2007, ad “Immobilità”, poesia d’amore di E. Evatušenko.


Forse perché entrambi, almeno in questo caso, si occupano del ruolo rivestito dal corpo umano nella cosiddetta società del postmodernismo, delineando, pur se da postazioni culturali diverse, i motivi che hanno determinato un “declassamento” della spiritualità.
Evatušenko prende atto che nella società odierna la forza dei muscoli prevale sull’intelligenza, il mito dei bicipiti è divenuto unità di misura dell’essere, e a nulla sembra servire la spiritualità di una coppia che, nel tempo, si è costruita la propria dimensione spirituale.
Declama infatti Evatušenko in “Immobilità”:
La vita non ci ha sottratto ancora
l’unica nostra proprietà:
i nostri corpi sovrani.
Ma atleti-super avanzano,
futilità e bicipiti combinati,
ci schizzano le schiene di mare,
gagliardi ci oltrepassano.
Scherzano con voce matura,
ma sento, e pare infantile ciangottio,
un “Colossale”, e ancora:
“Forte”,”Un maglio”…
L’analisi sociologica di Carabetta ben si coniuga con la tensione poetica di Evatušenko. Entrambi, infatti, si scagliano contro ”il dogmatismo biologico incentrato sulla ipervalutazione del corpo e sulla sessualità a dismisura, [che] favorisce nuovi modi di vita, sollecitando la crisi di alcune istituzioni e la neutralizzazione della tradizionale dimensione etica”.
Oggigiorno, specie agli anziani, non è consentita la sovranità del proprio corpo, e non solo per l’avanzare del mito dell’atleta super: all’orizzonte s’intravedono le forme di un corpo “destorificato”, per dirla con Featherstone, volto a rappresentare un benessere fisico illimitato. Tale falsa credenza è alimentata da un neonarcisismo che invade ogni spazio della vita umana. Difatti, come ben evidenzia Carabetta, “la cultura affermata del postmodernismo intende emarginare l’angoscia del corpo vecchio e cadente, con ogni sorta di intervento considerato utile per ostentare il giovanilismo ed emarginare i segni dell’usura del tempo”.
Ed in tal senso, il volume di Carabetta, ordinario di Sociologia della famiglia presso la Facoltà di Scienze politiche dell’Università di Messina, analizza e studia, con l’ausilio di una vasta quanto ricca bibliografia che include i maggiori studiosi della materia assieme ad importanti filosofi e scrittori, il ruolo del corpo sia nella società contemporanea sia presso le culture più significative del tempo passato.
“Nella società contemporanea - sottolinea Carabetta- all’anima non si riconosce più la centralità dei secoli passati… Il dogmatismo biologico incentrato sulla ipervalutazione del corpo e sulla sessualità a dismisura, favorisce nuovi modi di vita, sollecitando la crisi di alcune istituzioni e la neutralizzazione della tradizionale dimensione etica…, [favorendo] una incessante lotta per acquisire importanza, investendo il massimo dell’interesse nella cura del corpo, spesso a detrimento del necessario impegno per la formazione culturale e professionale”.



Carmelo Carabetta, Corpo forte e pensiero debole. Immagine, efficientismo, edonismo, sessualità e corpo umano nel postmodernismo, Franco Angeli Editore, 2007, pp.171, €16,00.

l senso dei luoghi. Memoria e storia dei paesi abbandonati (Donzelli, Roma 2004, pag.597,euro 32, prefazione di Predrag Matvejevic) di Vito Teti, docente d’Etnologia presso l’Università della Calabria, dove dirige il Centro di Antropologie e Letterature del Mediterraneo,

 

                                         di Vincenzo Stranieri *

Il senso dei luoghi. Memoria e storia dei paesi abbandonati (Donzelli, Roma 2004, pag.597,euro 32, prefazione di Predrag Matvejevic) di Vito Teti, docente d’Etnologia presso l’Università della Calabria, dove dirige il Centro di Antropologie e Letterature del Mediterraneo, è un viaggio intellettuale dentro l’animo dei numerosi paesi abbandonati di Calabria, i cui ruderi risultano sconosciuti e privi di senso soprattutto ai calabresi, che, in quanto a volontà di conoscenza, a valorizzazione della propria storia, peccano senza particolari rimorsi.

Quello di Teti è quindi un viaggio  all’interno  di paesi abbarbicati, come ci ricorda Corrado Alvaro, “…sulla schiena di una montagna come quei nidi di creta che fanno i calabroni intorno a uno spino indurito…”, e che, nonostante le alterne vicende  vissute (subite) ad opera dei conquistatori di turno,  riuscivano comunque a mantenere una propria identità, consegnando alle generazioni future il seme antropologico d’appartenenza: i riti, le abitudini, le tradizioni, l’idea della vita e della morte, le processioni dei santi  intrise  di un “sano” paganesimo, che,  in nome della tradizione, appunto, vede/va numerosa anche la presenza laica, che, nella religiosità popolare, ritrova/va le forme ancestrali della propria spiritualità.

Con questo suo prezioso lavoro, l’antropologo nato a San Nicola da Crissa (VV), dove continua a passare buona parte del suo tempo, ha inteso recuperare (anche per mezzo di un’antologia fotografica ampia e ricca) la  dignità, il senso  socio-antropologico delle molte comunità calabresi vittime della litoralizzazione selvaggia, disfatte dall’emigrazione forzata, frantumate da terremoti ed alluvioni (da ricordare quella che distrusse completamente Africo vecchio e Casalnuovo nell’ottobre del 1951, procurandovi morti e rovine).

Si avverte, nel lavoro di Teti, un’ansia particolare, una sofferenza interiore inconsueta. Difatti, il suo viaggio intellettuale  si svolge all’interno di una realtà geografica, quella dei paesi abbandonati di Calabria, apparentemente senza vita; e da qui, forse, il timore  di profanare, con la sua presenza tesa allo scandaglio, luoghi  divenuti, col trascorrere del tempo, sacri ed inviolabili, immersi in un silenzio rotto solo dal fruscio del vento o da qualche gheppio isolato.

Luoghi, questi, dove in un tempo non troppo remoto v’erano paesi ansimanti di vita in cui era possibile udire le voci dei bimbi intenti nei loro giochi, ascoltare, per le rughe strette, i dialoghi tra vicini di casa che narravano degli scarsi  raccolti, della miseria che albergava nelle  loro dimore, e del futuro, denso d’incognite,  privo di qualsiasi  speranza, forse.

Vito Teti, con questo pregevole quanto originale lavoro di ricerca antropologica, che di sicuro si è confrontato positivamente con le suggestive atmosfere sul senso dei luoghi suggerite dagli studi dell’antropologo francese Marc Augè, ha sentito il bisogno, intimo quanto insopprimibile, di spezzare il processo di rimozione cresciuto a dismisura  attorno ai paesi abbandonati Calabria, trasformandoli in preziosi laboratori a cielo aperto, che meritano d’essere conosciuti e visitati per il loro valore storico- antropologico,  per la ricchezza  simbolica dei loro antichi manufatti. Ne citiamo alcuni: Pentadattilo, Roghudi, Chorio di Roghudi,  Brancaleone, Africo e Casalnuovo, Biancovecchio- Precacore-Samo, Ferruzzano (vi sono rimaste solo poche decine di famiglie), Palizzi superiore, Badolato superiore, Nicastrello, etc..

Densa di tensione poetica risulta l’introduzione curata dallo stesso autore. Vibrano emozioni decise, la consapevolezza (non consolatrice, purtroppo!) che vi è un tempo in cui gli orizzonti della vita  si dilatano fino all’inverosimile,  l’occhio si perde su spazi quasi infiniti,  nuovi bisogni delineano la loro presenza, introducendoci in uno spazio inesplorato della conoscenza.

Per Teti, infatti, tutto conta nella vita di un uomo, tutto ha un senso, anche i luoghi abbandonati hanno un loro sentimento, perché  “ le rovine sono il segno di qualcosa che è stato e non è più, con un passato che interpretato e con cui bisogna fare i conti”.  Ed i conti col passato Teti intende farli a suo modo, con le armi della ricerca sul campo (ha visitato i paesi abbandonati anche con l’occhio della macchina fotografica), ma, soprattutto, ha scandagliato ogni vicolo, ogni ruga,  ogni pietra, conscio che tutto poteva parlare il linguaggio della storia,  essere testimonianza del lungo cammino dell’uomo verso la conoscenza. Così facendo, egli  ci  aiuta a fissare lo sguardo su particolari prima insignificanti, a prendere atto di una realtà (interna/esterna) apparentemente informe, ed  invece provvista di un suo particolare  modo di essere, di un suo senso, appunto;  “perché le rovine alimentano il senso della storia dell’umanità, sia esse viste come progresso o percepite come decadenza”. Ed è proprio con questa consapevolezza (la stessa che lo aveva assalito nel corso dell’infanzia, quando, per dirla con Alvaro, tutto è accaduto) che Teti si è accostato ai ruderi degli antichi insediamenti urbani della nostra realtà territoriale abbandonata, nel tentativo, riuscito, di dare forma e significato ad un mondo apparentemente privo di voce, ma che  possedeva/possiede una realtà  ansimante e pregna di storia dove non prevale il pittoresco tanto meno le forme asfittiche e rassegnate di eventi distruttivi. La descrizione dei luoghi abbandonati, la loro storia, le foto che ritraggono immagini di processioni, fiumare, ruderi, chiese, paesaggi particolari ed altro, esprimono un solo linguaggio, non vi è alcuna dicotomia tra linguaggio scritto e linguaggio fotografico, sono strumenti, questi, che, tra le mani di Teti,  operano in sintonia, in simultanea, anzi, facendoci rivivere -ad esempio- fatti, accadimenti ancora  custoditi dai castelli-ruderi, che hanno visto nascere  crescere e scomparire nelle voragini della storia numerose famiglie nobiliari assieme ai poveri di sempre. Come in un film in bianco e nero, l’autore, ci mostra con pazienza ed arguzia, ruderi, pietre disseminate su scoscese voraginose, e poi  bastioni  che rimandano a scontri bellicosi dagli esiti incerti.  Affreschi ormai cancellati dall’inclemenza del tempo e dall’incuria dell’uomo, conservati a stento in chiese divenute informi, rivelano secoli di profonda spiritualità, sommesse invocazioni divine, riflessioni sull’eterno miste a lacrime di vera commozione. Ma anche i ruderi semplici, le pietre costituenti le casupole dei poveri danno una spinta forte alle emozioni. Facile immaginare le terribili condizioni di vita di un tempo non troppo lontano:  bimbi coperti di stracci,  volti di uomini e donne scolpiti dalla fatica, impegnati a fuggire la miseria in una società protesa a rendere più reietti  chi storicamente ha conosciuto solo l’inganno breve dei Masaniello di turno. Aspra era infatti la lotta per la sopravvivenza ed intuibili i soprusi dei potenti; storie dense di vessazioni quotidiane, un quadro esemplare del rapporto di assoluta dipendenza del mondo contadino, privo di qualsiasi guida, impotente di fronte alle ingiustizie. Difatti, come ci ricorda in alcune pagine Teti, la vita di quegli anni era scandita dalla crisi cicliche dovute ai quattro dell'Apocalisse (acqua, fuoco, carestie, epidemie), pertanto,  gli uomini erano costretti a considerare la natura come ad un interlocutore  dal quale si poteva sì attingere il necessario per sopravvivere, ma   che, senza alcun preavviso, procurava eventi calamitosi in grado di scompaginare interi territori della nostra regione.

Un viaggio, ancora, dentro le forme di una realtà densa di storia umana, dove bastava un cattivo raccolto, un inverno gelido o un "morbo repentino", a decimare intere famiglie (fuochi), a modificare negativamente i rapporti strutturali della popolazione. Per non parlare poi dei terremoti, capaci di sfigurare il volto  dei territori calabresi scompaginandone il quadro demografico (tragici gli eventi sismici del 1783, 1905 e 1908, come pure gli innumerevoli che li hanno preceduti nei secoli). Ed infausti si rivelavano eventi come la peste ed il colera, capaci  anch’essi d’intaccare il delicato equilibrio delle cosiddette classi d'età della popolazione, mentre non meno traumatiche erano le frequenti carestie, in grado di  provocare rachitismo, alterazioni scheletriche, gozzo, malformazioni psico-fisiche gravi , ecc. Come si può capire, doloroso e poco agevole è stato il viaggio di Vito Teti per i paesi abbandonati di Calabria, perché proprio quando sancisce la presenza di un luogo abbandonato, comincia e delinearne le fattezze antropologiche, è costretto ad affondare il suo bisturi nella carne viva della storia umana della sua/nostra terra; pertanto non è facile visitare (alcune volte lo ha fatto in compagnia di cari amici e/o accompagnatori occasionali) paesi-cimitero, paesi sterpaglia, paesi-rovi e ai quali bisogna dare un senso, ricostruirne, per quanto possibile, la storia. Tutto questo Teti lo ha fatto con intelligenza e ad amore, lasciando da parte, all’occorrenza, l’uso di un linguaggio gergale, ma narrando poeticamente (perché in fondo questa è la sua vera natura) le innumerevoli storie di comunità il cui senso era/è pregno di vita ancor più di quello delle neo-comunità sorte quasi tutte in pianura come inutili doppioni, e che, ancora oggi, stentano ad avere una loro precisa fisionomia socio-culturale e architettonica .

Vito Teti non è un viaggiatore straniero, è un prodotto della nostra terra, e, per ragioni ovvie (sia epocali che  culturali), non può narrare la Calabria col metro utilizzato da N. Douglas  (Vecchia Calabria) e da G. Gissing (Sulle rive dello Jonio), due straordinari viaggiatori inglesi (prima di loro altri viaggiatori stranieri non meno importanti hanno visitato la Calabria), ai quali dobbiamo molto  per quanto hanno e capito e scritto della nostra terra tra la fine del XIX  sec. e l’inizio del XX sec. Teti non intende, diciamo così, salvare i paesi abbandonati di Calabria, tanto meno crede ad un loro ritorno a nuova vita. Egli, narra dal di dentro, è parte  integrante della Calabria in stato d’abbandono; il suo viaggio non ha i connotati del racconto-viaggio ad opera dei rampolli della borghesia europea, con lo scopo precipuo di cogliere gli aspetti pittoreschi della nostra terra, scoprire le  fattezze  di  luoghi aspri e selvaggi decantati (in negativo, naturalmente) presso le corti d’Europa tra Settecento ed Ottocento.  Lo stesso Teti è luogo, che, per questo, sa penetrare nell’anima più recondita  dei ruderi dei paesi abbandonati, che parlano il linguaggio della storia, che narrano di eventi secolari, che non sempre  danno risposte certe alle mille domande di Teti, che, come preso da un parossismo insopprimibile, si mette a scattare foto su foto, si sposta ora in posto ora in un altro per cogliere il cuore pulsante dell’immagine (una chiesa, una processione, dei volti, ruderi disseminati su impervi pendii, bimbi che giocano, volti di giovani, e di anziani sul cui viso è immortalato il senso della cultura millenaria della civiltà contadina. Tutta è storia, tutto è senso, tutto è vivo, dunque, perché le pietre fotografate da Teti hanno mille volti, e si nascondono al “forestiero” con lo stesso pudore della giovane “Melusina” narrata da Corrado Alvaro.  Questo straordinario viaggio nel cuore antico della Calabria, si distingue per la sua venatura poetica, capace di proporre un’impronta rievocativa volta alla commozione, suscitando nel lettore  strani ripensamenti, quasi un senso di colpa per quello che non è stato fatto a favore dei nostri luoghi, della nostra storia. Molte sono le pagine che  sono i passaggi di tale introduzione che meriterebbero di essere citati, perché Vito Teti  è “un uomo vero che ormai sa che il giunco e la rondine sono più eterni della guancia dura della statua (P. Neruda); come pure che, per dirla con  le parole di Jorge Luis Borges,  “Un uomo si propone il compito di disegnare  il mondo, trascorrendo gli anni popola uno spazio con immagini di province, di regni, di montagne, di baie, di navi, d’isole, di pesci, di dimore, di strumenti, di astri, di cavalli e di persone. Poco prima di morire, scopre che quel paziente labirinto di linee traccia l’immagine del suo volto”.

 

 

Cultore d’Etnologia presso l’Università della Calabria

 

 

Entroterra in agonia

PER SALVARE LE NUMEROSE ZONE INTERNE CALABRESI ORMAI IN AGONIA, BISOGNA NON PERDERE ALTRO TEMPO PREZIOSO

 

VI E’ IL RISCHIO CONCRETO CHE INTERE COMUNITA’ DELL’ENTROTERRA ABBANDONINO PER SEMPRE I LUOGHI D’ORIGINE

 

                                                                di Vincenzo Stranieri

 

Vivo da sempre in un piccolo comune della vallata La Verde (Locride). Credo di avere scelto una vita stanziale fin dall’infanzia, quando tutto appare vasto e privo d’incognite. L’adolescente, come è giusto che sia, pensa alla vita utilizzando i riferimenti più prossimi: la famiglia, gli amici, la scuola, i giochi, che rappresentano un mondo conchiuso, un bozzolo che attende di aprirsi al giorno che nasce.

Si era figli di contadini, negli anni ’60, pochi gli artigiani ed i professionisti. Le nostre madri, come pure nonni e zie, si presentavano ai nostri occhi come un unico blocco affettivo, simboleggiando le tradizioni e i riti della civiltà contadina: abiti neri indossati per la perdita di qualche familiare, donne davanti alle bocche dei forni comunali nell’atto di cuocere il pane prodotto con grano proprio, i dolci tradizionali, i giochi di un tempo e, soprattutto, la vita all’aria aperta, tra i vicoli stretti del paese, senza i pericoli dell’odierno traffico automobilistico. E’ vero, il mondo cambia, prosegue nel suo lungo cammino. Ma un adolescente non può capire che la vita è un viaggio, spesso accidentato, verso il cosiddetto mondo adulto: famelico e privo di scrupoli. E quindi anch’io non ero preparato a comprendere, crescendo, che la mia terra, la mia regione erano/ sono ancora sottosviluppate e che bisogna/va adoperarsi per mutare in meglio le cose.

A scuola, all’Università mi hanno parlato della questione meridionale, del fatto che i nostri problemi affondavano le loro radici nella “mancata” Unità d’Italia, stante che al Nord stavano le fabbriche, e che l’agricoltura s’era modernizzata a spese della nostra: priva di tecnologia, capace di un’economia chiusa di mero stampo familiare.

Tutto era colpa dello Stato (“Piove, governo ladro”!), eravamo delle vittime predestinate, perché la nostra povertà era frutto d’una precisa strategia culturale da parte delle classi politiche di turno che consideravano il Sud solo un utile bacino elettorale.

Le mie lotte (sindacali, politiche e culturali) le ho fatte carico di ideali, con l’orgoglio di un giovane convinto d’essere sempre nel giusto, manicheo come è normale esserlo a quella età.

Negli anni ‘70, ho visto emigrare interi nuclei familiari. Al vuoto prodotto dalle precedenti fughe, s’aggiungevano così le genti che potevano contribuire alla tanto agognata rinascita delle nostre comunità.

Ma il paese non era in grado d’offrire alcuna sicurezza economica, la forestale era/è il tentativo sbagliato di tenere in loco gente demotivata, attratta, purtroppo, da un lavoro privo di riscontri produttivi, deleterio per le poche abilità artigianali rimaste: il muratore, il fabbro, il calzolaio, il carpentiere, il contadino, si trasformano infatti in operai forestali (spesso precari), lasciandosi lusingare da un impiego demotivante e privo di reali prospettive.

Contestualmente, altri nuclei familiari scelgono di lasciare il luogo d’origine, si trasferiscono nei paesi di marina, investendo i loro risparmi in terreni e case. E la tentazione d’una nuova quanto definitiva diaspora ancor oggi si prospetta all’orizzonte col suo volto maligno. Vi è il rischio concreto che i paesi interni muoiano definitivamente, costituiti come sono da una popolazione composta per la maggior parte da anziani e bimbi. Inoltre, la maggior parte degli studenti che ha conseguito una laurea si è trasferita definitivamente nei maggiori centri urbani del nord, impoverendo ancor più il tessuto sociale dei luoghi d’origine.

Oggi i nostri anziani vivono (subiscono) la solitudine dei loro omologhi urbanizzati. Le loro pensioni danno sollievo alle numerose badanti venute dall’est che, in alcuni casi, formano famiglia, cercando così di trasformare l’emigrazione in evento positivo, e ciò nonostante le difficoltà economiche del luogo in cui hanno deciso di mutare il loro destino. Povertà aggiunta ad altra povertà, dunque.

Il mondo cammina, si muove più velocemente che in passato. Le etnie si mescolano alacremente, stimolano interrogativi e paure, radicalizzano l’idea di appartenenza, sollecitano interventi oppositivi a quelli dell’accoglienza e dell’integrazione. E questo in tutto il mondo occidentale, che si sente minacciato nella sua stabilità economica, scardinato nelle sue strutture di fondo.

Da noi (in Calabria) il problema è poco avvertito, i cosiddetti extracomunitari non tolgono il lavoro a nessuno. E come potrebbero farlo, stante che questo non esiste? Gli emigranti cercano d’inserirsi in modo disparato: giornalieri campagna (i neo braccianti del terzo millennio), badanti (triste neologismo!), commessi, operai, venditori ambulanti etc.

Tali mestieri fanno parte di un‘economia chiusa, senza mercato, spesso di natura familiare. Un’ economia minima, se così può essere definita, che non garantisce a nessuno una sussistenza tranquilla. Crea, questo sì, un aumento, se pur lieve, dei consumi, ma sempre all’interno di una realtà priva di prospettive economiche di largo respiro.

In Storia dei paesi abbandonati di Calabria di Vito Teti (Donzelli, 2004), l’elenco delle comunità interne preda di rovi e lucertole è abbastanza lungo. Lo sguardo dell’antropologo di S. Nicola da Crissa (VV) coglie nelle vecchie mura uno stimolo forte per la conoscenza della storia umana delle nostre genti, delle antiche lotte per la sopravvivenza. Ci troviamo in presenza di “luoghi” fortemente connotati sul piano storico- antropologico, infatti.

Periodicamente, specie il giorno del Santo Patrono, alcuni di questi borghi sono visitati dagli ex abitanti , ed Africo, Casalinuovo, Brancaleone, Nicastrello, Bruzzano Vecchio, Bianco Vecchio, etc., tornano a popolarsi come un tempo.

Ma se è vero che la storia è maestra di vita, allora dobbiamo imparare in fretta che vi é il rischio concreto che anche noi si possa diventare ruderi abbandonati. Una realtà vera, che bussa alle porte con insistenza (Staiti e Ferruzzano Superiore- a esempio- rischiano di divenire paesi fantasma) . E dunque dobbiamo adoperarci perché nessun’altro antropologo scriva ancora una pubblicazione intitolata come quella di Vito Teti, che di certo si è poco divertito a svolgere un compito così mesto.

Danaro pubblico distribuito in mille rivoli: mani rapaci che dilaniano le nostre migliori energie, le nostre ultime speranze di cambiamento. E’ vero, parlar male delle istituzioni regionali e provinciali è un nostro difetto, ma è pure vero che non vi è amore alcuno per la nostra tartassata Calabria. Siamo ultimi in tutto, tranne che nel malaffare politico-mafioso, terreno florido di numerosi mercenari dell’etica e dell’economia.

E gli amministratori locali, con le dovute eccezioni, non vogliono comprendere che in assenza di una progettazione comune di largo respiro, l’implosione socio-economica delle nostre vallate è prossima. Si è perso tempo prezioso, non è più possibile perderne dell’altro, inutile vagabondare negli spazi sterili del campanilismo, perché sulla nave che sta affondando ci stiamo tutti noi, nessuno escluso.

Ma cosa fare perché i paesi interni non muoiano?

So di un vecchio elenco che contiene voci mai depennate.

1. Il turismo (non quello senza infrastrutture adeguate e a prezzi salati, col mare gonfio di scarichi fognari ecc., e con le nostre montagne prive d’arterie viarie, quasi irraggiungibili):

2. gli itinerari storico- culturali, che esistono davvero, ma che attendono d’essere valorizzati e protetti in modo adeguato;

3. l’artigianato (morto da tempo e che non può sperare in alcuna resurrezione?);

4. il cooperativismo (mai decollato, sconosciuto ai più);

5. la zootecnia (vedi  “vacche sacre” e poi muori!)

6. la forestazione (la difesa del territorio, il rimboschimento, la produttività…) può, se si inverte in modo radicale la cultura clientelare che la pervade in tutti i suoi settori, operai inclusi, un serio volano per lo sviluppo delle zone interne. Ma deve essere sganciata dal controllo politico ed affidata ad un sistema manageriale di tipo privatistico all’insegna di un positivo “do ut des”, ovvero si torna a lavorare sul serio, e per farlo bisogna essere presenti sul posto di lavoro, consapevoli che ogni cosa fatta è buona e utile anche e soprattutto per le generazioni future.

7. La diffusione della banda larga anche nei paesi interni non è un fatto secondario, rompe l’isolamento e induce a sperare in qualche iniziativa economica positiva.

8. Varie ed eventuali

L’ironia non fa decollare i nostri paesi, è vero, ma serve, pur se temporaneamente, a mitigare l’amaro fiele custodito in corpo.

Intanto una prima risposta.

I piccoli comuni dell’entroterra devono al più presto applicare la politica delle unioni (preludio dell’unificazione tout court), convenzionare tutti i servizi essenziali, condividendo in tal modo le spese più rilevanti e, di conseguenza, stabilizzare i propri bilanci, non più basati su ipotetiche entrate che, quasi mai, trovano un effettivo riscontro finanziario. Potranno essere così garantiti i servizi essenziali .

La gente, specie in questo particolare momento storico, si sposta nei paesi di marina anche e soprattutto perché i comuni interni sono quasi privi di una rete commerciale e produttiva in grado di soddisfare i bisogni primari delle famiglia. In molte realtà, inoltre, mancano le figure artigianali storicamente più vitali: barbiere, fabbro, calzolaio etc..

Nei comuni che vedono la presenza di queste figure, si nota un certo fermento economico, gli artigiani riescono ad avere una loro autonomia economica, puntando a valorizzare la loro professione nell’ambito geografico d’appartenenza. E dunque non sempre è bene lasciare la collina per il mare.

Fermare l’emorragia dell’emigrazione giovanile non è semplice. Viviamo nel mondo della globalizzazione imperante, i modelli proposti sono molteplici (vi è pure la globalizzazione delle cattive idee, per dirla con Francesca Viscone), ed appare difficile poter chiedere ad un giovane di fermarsi a guardare i bei paesaggi nel mentre il sole illumina le nostre coste.

Non so cosa dire a un giovane. Anche i miei figli, potendo, tornerebbero a vivere al Sud, ma le competenze che stanno acquisendo al Nord non trovano alcun riscontro positivo nel posto da dove sono partiti. Ma senza giovani qualsiasi realtà è costretta a morire, senza la presenza di una forza intellettuale i nostri luoghi ancor prima che scomparire rischiano di divenire dei veri dormitori. E dunque bisogna inventarsi una politica capace di richiamare l’attenzione di aziende che operano nei settori emergenti dell’economia mondiale, ed anche piccole e medie aziende di vario tipo in grado di penetrare il mercato nazionale e non, valorizzando alcuni prodotti tipici che attendono d’essere conosciuti al di là delle nostre aride fiumare.

Per fare ciò, è chiaro, bisogna indirizzare gli investimenti nell’ammodernamento della rete viaria (sia quella ferroviaria che gommata), nelle infrastrutture primarie (vedi autostrada Salerno- Reggio Calabria, Statale 106 e altre importanti bretelle di collegamento col porto di Gioia Tauro, nonché le numerose strade pedemontane, alcune già avviate, perché la nostra regione non sia più considerata una terra lontana e irraggiungibile.

Il tempo non più quello di ieri. Un decennio odierno vale quanto due o tre secoli passati, perché i mutamenti che vi avvengono sono vorticosi e spesso imprevedibili. Siamo dunque ancora in tempo per unire le forze in un’azione dialettica comune che ci aiuti preservare la nostra cultura, le nostre radici. E’ vero, non è sempre bello e proficuo entrare negli immensi spazi del villaggio globale, vi è il rischio di perdere per sempre la propria identità, le proprie forme, ma pure l’inerzia è segnale di un declino che, inevitabilmente, conduce alla scomparsa definitiva delle nostre comunità.

E questo non è cosa buona e giusta.

 

 

 

 

 

mercoledì 12 dicembre 2012

I canti di Caterina Minnici ripropongono l'umanesimo del mondo contadino.

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Caterina Minnici



CANTI DI CATERINA

Ieri  è deceduta Caterina Minnici (Caraffa del Bianco, 1926- 08.02. 2014), mia cara parente. Era una contadina impenitente, che non ha ceduto in alcun modo alle lusinghe del tempo che passa e che propone modelli umani antitetici a quelli della civiltà contadina. Possedeva un appezzamento di terreno vicino a quello dei miei, la ricordo infaticabile e operosa oltre misura. Da piccolo non capivo il senso dei suoi canti nel mentre si provvedeva a pulire il grano dalle sterpaglie che ne potevano compromettere la crescita. Cosicché, dopo mezzo secolo, mi sono deciso a dare un senso ai miei ricordi; Caterina non si è sottratta alle mie richieste, e si è messa cantare con dolcezza le canzoni del mondo contadino. In suo ricordo, vi propongo la visione di un breve video.


 

 

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